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Disclosure Day - Recensione: meritiamo di sapere?

A quattro anni dall'autobiografico The Fabelmans, con Disclosure Day Steven Spielberg torna alla fantascienza, il genere che più di tutti in maniera quasi ossessiva è stato al centro del suo Cinema, con un cast d'eccezione che vede Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth e Colman Domingo 

Titolo originale: Disclosure Day
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: David Koepp
Cast: Emily Blunt, Josh O'Connor, Colin Firth, Colman Domingo
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Durata: 145 minuti
Uscita Italia: 10 giugno 2026
Paese: USA

Disclosure Day ci fa una domanda: davvero meritiamo di sapere?

 

È il film forse più atteso del 2026 per chi ama il Cinema, considerando che a sedersi dietro la macchina da presa c'è ancora una volta Steven Spielberg.

Il regista di Cincinnati, dopo l'autobiografico The Fabelmans (che a molti era parso la perfetta chiusura di una carriera lunga 62 anni), torna per così dire sul luogo del delitto, firmando il suo quarto film sugli alieni e il primo lavoro di pura fantascienza dai tempi de La guerra dei mondi.

 

Lo fa con il tempismo inquietante dei grandi autori, capaci di intercettare le vibrazioni del proprio presente: il film arriva infatti nelle sale mentre il dibattito pubblico sulle UAP (quelli che un tempo chiamavamo semplicemente UFO) è più acceso che mai soprattutto negli USA, tra desecretazioni governative e audizioni parlamentari. 

 

Tuttavia, Disclosure Day è molto di più in termini cinematografici ed è viceversa molto meno attuale di quanto sembri... 

 

[Trailer ufficiale di Disclosure Day]

 

 

In un presente esasperato e riconoscibilissimo, con il mondo sull'orlo del collasso geopolitico e una crisi nella penisola coreana che minaccia di degenerare in un conflitto globale, Daniel Kellner (Josh O'Connor) è in fuga.

 

Ha sottratto alla segretissima agenzia governativa per cui lavorava un artefatto di origine non terrestre e una serie di materiali riservati che provano una verità sconvolgente. 

Nel frattempo a Kansas City c'è Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa televisiva con ambizioni da conduttrice, che comincia a manifestare facoltà inspiegabili: durante una diretta perde la parola ed emette misteriosi ticchettii, parla fluentemente lingue sconosciute e sembra connessa a qualcosa di più grande di lei.

 

La premessa narrativa è, come l'inizio del film, il primo grande punto di forza della pellicola. 

Spielberg ci spiazza sin dal primo frame, facente parte di una serie di inquadrature in soggettiva che ci portano addirittura sul ring di un incontro di wrestling acuendo il senso di spaesamento dato dall'immersione in medias res nell'azione. 

Disclosure Day è quindi fin da subito un film sullo sguardo, in particolare verrebbe da dire sull'avere la forza di guardare e quindi in una certa misura di mettersi in discussione, di restare curiosi e aperti verso ciò che si può scoprire solo protendendosi oltre il proprio orizzonte visibile.

 

Si gioca moltissimo su riflessi, sovraimpressioni, sostituzioni tra un'immagine e l'altra e tra ciò che la nostra stessa mente associa al senso della vista, in un film che ruota chiaramente sulla volontà da parte di chi governa di non farci sapere né di farci guardare.

 

 

[Un frame da Disclosure Day]

 

In questa direzione si muove la provocazione iniziale: perché se da una parte è lo stesso poster del film a gridare che "meritiamo di sapere", sul fronte opposto la narrazione insiste a più riprese sul porre davanti a questa affermazione un punto di domanda.

 

Spielberg riesce a portare avanti il dubbio confrontando diverse prospettive che passano ora dal personaggio di Noah Scanlon (Colin Firth) desideroso di mantenere le informazioni riservate, ora da quello di Jane (Eve Hewson) decisamente più orientata alle ricadute morali e religiose, fino a quello di Hugo (Colman Domingo) ciecamente aperto a un imperativo di conoscenza ad ogni costo. 

 

Sul piano formale Disclosure Day è dopotutto tanto figlio di Steven Spielberg quanto del fedele direttore della fotografia Janusz Kaminski, che ha girato in pellicola 35mm e privilegiato, come sempre, gli effetti speciali pratici a quelli digitali, pur presenti e forse tra le cose maggiormente dimenticabili del film. 

A sostenere l'impianto audiovisivo c'è d'altra parte la partitura di John Williams, in forma smagliante alla sua trentesima collaborazione con il regista. 

 

La sceneggiatura di David Koepp, alla quinta collaborazione con il regista dopo film come Jurassic Park e La guerra dei mondi, intreccia le due linee narrative con la precisione di un meccanismo a orologeria, alternando il registro del thriller paranoico anni '70 a quello, più intimo, del racconto del meraviglioso spielberghiano, il regista che non a caso è anche autore del soggetto.

 

Le interpretazioni sono tutte ottime, fra queste spiccano quella più visiva di Blunt e quella più verbosa di Domingo, a discapito forse dei personaggi meno generosi nell'elargire emozioni, come quello di O'Connor.

 

 

[Emily Blunt e Josh O'Connor in Disclosure Day]

 

 

Senza fare spoiler, dato che il titolo stesso fa presagire la direzione del finale del film, occorre segnalare che quando arriva il momento della rivelazione - la "disclosure" del titolo - Spielberg dà il meglio di sé facendo giungere il lungo climax costruito lungo tutto l'opera a un livello emotivo alto e davvero raro da trovare nel Cinema degli ultimi anni.

 

Così come in E.T. l'extraterrestre e in Incontri ravvicinati del terzo tipo, film che attingevano alle ferite private del regista, l'alieno non è mai minaccia ma possibilità: occasione di apertura, di empatia.

La domanda qui cade su di noi, sia in quanto esseri umani sia in quanto nel caso specifico spettatori (mancati) di un messaggio che attendiamo dall'esterno.

Spielberg sembra chiedersi in sintesi se in una società in cui la disinformazione, le immagini false e la cultura dello scontro la fanno da padrone ci sia ancora spazio per meravigliarsi e avere la capacità di fermarsi, ascoltare e ascoltarsi. 

 

Peccato che non venga fatto mai riferimento esplicito ai potenti di oggi e ai conflitti drammatici odierni e a mio avviso è questo aspetto, unito a un eccesso di americanocentrismo, a trasportare il film su un'attualità propria del decennio scorso e dunque, per certi versi, a una paradossale per quanto bellissima inattualità di fondo. 

 

[articolo a cura di Andrea Valmori]

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