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Hen - Storia di una gallina è un film tanto bizzarro nelle sue premesse quanto stratificato nei suoi contenuti.
Esattamente ciò che ci si può aspettare da un regista sperimentale come György Pálfi, impostosi negli anni come uno degli autori più audaci e provocatori della scena europea contemporanea, in grado di passare dal body horror grottesco di Taxidermia a un patchwork di Storia del Cinema come Final Cut - Ladies and Gentlemen.
Non esistono punti di riferimento nella sua filmografia: il regista ungherese serpeggia sin dagli albori tra i generi e le tecniche, restando all’interno di una cornice marcatamente indipendente e inventandosi sempre un nuovo modo allucinato per esplorare l’esperienza umana.
Il racconto rocambolesco di una gallina alla ricerca di sé stessa non può allora che diventare un tassello fisiologico nella carriera di un talento così istrionico e imprevedibile.
[Trailer ufficiale di Hen - Storia di una gallina]
Sin dalla prima inquadratura veniamo immersi nell’universo esistenziale della gallina.
La camera è fissa su un agglomerato di piume, che improvvisamente si dilatano per mostrarci la biologica emissione di nuova vita attraverso la deposizione dell’uovo.
È l’origine della protagonista, immediatamente calata in una realtà opprimente e artificiosa, composta dal groviglio di macchinari e nastri trasportatori tipici di un allevamento intensivo, con al suo interno una colonia infinita di gusci apparentemente tutti uguali.
Un’impressione prontamente smentita non appena il nostro uovo si schiude e rivela un pulcino nero, l’unico “brutto anatroccolo” in mezzo a una moltitudine indistinguibile di piumaggi gialli.
Ben presto il pulcino si fa gallina e il suo colore la condanna a essere scartata dagli allevatori, ma al contempo la salva dall’infausto destino delle sue compagne, aprendo le porte di un’insperata via di fuga.
Da qui inizia il viaggio tortuoso della gallina disorientata in un mondo pullulante di pericoli e predatori, che finirà per catapultarla nel ristorante di una famiglia di malviventi sulle coste della Grecia.
L’incipit di Hen - Storia di una gallina lo pone apertamente su un piano favolistico, dove la gallina si presenta come allegoria dell’emarginato.
Il sottotesto razziale è il primo passo di una narrazione che costruisce gradualmente un carico di umanità sempre più significativo sulla protagonista, quasi rifacendosi all’identificazione bressoniana tra l’asino e la giovane Marie di Au hasard Balthazar, ma estesa verso un’aspirazione più comunitaria e universale.
Oltre alla discriminazione, subentrano una serie di altre tematiche umanizzanti quali l’attrazione sessuale, la ricerca dell’identità, l’istinto materno, il desiderio familiare e la violenza patriarcale, tutte filtrate dalla prospettiva della gallina, così da esaltarne contemporaneamente l’essenza animalesca e il parallelismo con l’apparato antropologico che si staglia sullo sfondo.
[La protagonista di Hen - Storia di una gallina]
Pálfi non si limita però al didascalismo dell’assimilazione uomo-animale, che anzi rimane piuttosto superficiale rispetto alla connotazione antitetica del rapporto tra la gallina e le persone con cui viene a contatto.
L’uccello è innanzitutto presentato come vittima incolpevole e inconsapevole del mondo circostante, dove i predatori naturali lasciano presto spazio all’insensibilità dell’essere umano.
Assumere il suo punto di vista significa accendere i riflettori sullo sfruttamento quotidiano a cui viene sottoposta, immergendola in una dimensione emotiva propria che, seppur prettamente artificiale, funge da espediente perfetto per denunciare la noncuranza e l’oppressione spesso riservate con automatismo a un animale da cortile.
Salvo un unico personaggio capace di dimostrare dell’empatia nei suoi confronti, tutti gli altri umani sono infatti nemici impietosi con cui si generano situazioni antagonistiche che il regista sa sfruttare abilmente a livello cinematografico.
Il modo in cui viene dipinta la protagonista di Hen - Storia di una gallina smentisce il falso mito sulla scarsa intelligenza del pennuto, giocando attraverso la sua astuzia per trasformare momenti intrisi di reale drammaticità in irresistibili scene di comicità slapstick o viceversa, mantenendosi nei limiti della credibilità pur spingendo costantemente sui toni dell’assurdo.
Un turbinio instabile e sorprendente, in cui il contrasto tra gallina e uomini crea una pungente matrice dark comedy, che esalta le capacità cognitive dell’animale e ne dichiara con veemenza una certa superiorità morale e intellettiva.
[Il proprietario del ristorante (Yannis Kokiasmenos) con la protagonista in una scena di Hen - Storia di una gallina]
Superiorità che trova un ulteriore punto di appoggio nel rendere la protagonista, oltre che vittima, anche e soprattutto osservatrice impietosa del degrado umano.
Pálfi sfrutta l’espressività statica della gallina con primi piani ravvicinati che sprigionano un senso di totale sconvolgimento per ciò che le accade intorno, non solo in relazione al trattamento riservatole, ma principalmente riguardo alle evidenti storture etiche dei personaggi; uno sguardo ambiguo sulla tragicità della condizione umana, da cui si tiene a debita distanza, un po’ come il testimone silenzioso de Il Decalogo di Krzysztof KieÅ›lowski, ma decisamente più giudicante.
Quella che a mio avviso risulta invece meno riuscita è la caratterizzazione della famiglia criminale presso cui si svolge la maggior parte del film.
I personaggi deprecabili si appiattiscono in una conformazione bidimensionale, utile sicuramente a fomentare la visione pessimista sul futuro dell’umanità, ma che alla lunga si esaurisce in un’eccessiva semplificazione, finendo per rendere prevedibili anche i meccanismi relazionali con la gallina.
[Le quattro compagne della protagonista nel pollaio del ristorante da una scena di Hen - Storia di una gallina]
In ogni caso, nel complesso, i vari piani di lettura presenti in Hen - Storia di una gallina riescono a intrecciarsi con armonia e il merito va senza dubbio alla brillantezza registica di György Pálfi.
La protagonista è in realtà interpretata da otto galline diverse (Eszti, Szandi, Feri, Enci, Eti, Eniko, Nora e Anett), che il cineasta ungherese segue nel loro scorrazzare incontrollabile, selezionando poi le immagini per valorizzarle attraverso un montaggio estroso (affidato alla sua storica collaboratrice Réka Lemhényi).
La base è quello stesso piglio documentaristico-umanistico visto recentemente in altre importanti opere incentrate sugli animali, come il brutale Cow di Andrea Arnold o lo struggente Eo di Jerzy Skolimowski, però pervaso di un’ironia sagace che colora il film di sfumature variopinte e notevolmente originali.
Non mancano per necessità alcune integrazioni in CGI, sicuramente non eccezionali nella resa estetica, ma comunque marginali e pienamente controbilanciate da inquadrature e movimenti di macchina di cui appare evidente una certa difficoltà tecnica.
Hen - Storia di una gallina è in fondo un’odissea stramba e deliziosa, un film che conquista lo spettatore con la sua semplicità disarmante, contrapponendo la sensibilità animale alla bestialità umana, ormai immersa nella piùcupa e cinica indifferenza.
Ecco allora che, di fronte all’involuzione della nostra specie, forse la gallina rimane l’unica a poter ancora aspirare a un romantico lieto fine.
[articolo a cura di Simone Loi]
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