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Hamnet - Recensione: e il resto è silenzio

Miglior Film Drammatico e Migliore Attrice Protagonista ai Golden Globe 2026 e candidato a 8 Premi Oscar, l’ultimo film di Chloé Zhao tratto dall'omonimo romanzo di Maggie O'Farrell è una storia catartica d’amore e dolore che si fa rito collettivo tanto a teatro quanto al cinema

Titolo originale: Hamnet
Genere: Drammatico, Romantico, Storico
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O'Farrell
Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal, Joe Alwyn
Distribuzione Italia: Universal Pictures
Uscita Italia: 5 febbraio 2026
Durata: 125 minuti
Paese: UK, USA

Hamnet - Nel nome del figlio è diretto da Chloé Zhao, seconda donna nella Storia degli Academy Award ad aver vinto l’Oscar per la Migliore Regia con Nomadland, che valse anche l’Oscar per la Migliore Attrice Protagonista a Frances McDormand: quest’anno l’esperienza potrebbe ripetersi con la vittoria di Jessie Buckley, che con la sua Agnes regala in Hamnet un’interpretazione stupefacente e indimenticabile. 

 

Prodotto tra gli altri da due giganti del Cinema come Sam Mendes e Steven Spielberg, Hamnet è una storia classica, che ci riporta alle origini del racconto e della tragedia, di quel tipo di narrazione che tanto nella classicità quanto nella modernità aveva il compito di sublimare e restituire le emozioni umane in una veste nuova, attraverso l’elaborazione emotiva collettiva del Teatro.

 

Hamnet è un’ipotesi, l’immaginazione della nascita di un capolavoro dalla penna di uno dei miti della letteratura inglese e mondiale: “mito” non è un termine casuale, in quanto le informazioni verificabili sull’autore dell’Amleto sono scarse e fumose, tanto da aver dato adito alle teorie più disparate, dalla nascita in Italia alla sua non esistenza con il nome con cui tutti noi lo conosciamo.

Poco importa: la dubbia esistenza di Omero ci permette forse di apprezzare meno opere miliari come Iliade e Odissea?

 

Hamnet è dunque forse una fantasia, secondo la quale William Shakespeare ha scritto l’Amleto per elaborare il dolore per la morte del figlio Hamnet.

Non ci è dato sapere se sia vera, ma anche ciò non importa: l’Arte è nata anche per questo, per esprimere emozioni che ci sovrastano, che non comprendiamo, che ci affliggono e tormentano e necessitano di uscire.

 

"Take your broken heart, make it into art": "Prendi il tuo cuore spezzato e trasformalo in arte", disse una volta Carrie Fisher

 

 

[Trailer ufficiale di Hamnet]  

 

 

Raccontami una storia

 

Hamnet inizia e finisce in un bosco. 

Dal bosco viene infatti Agnes (Jessie Buckley), donna indomita e libera, che vive nelle campagne di Stratford upon Avon con il fratello Bartholomew (Joe Alwyn), la matrigna e i fratellastri.

Tutti, eccetto Bartholomew, la considerano una strega per il suo contatto con la natura e con una spiritualità ancestrale ereditata proprio dalla madre. 

 

A rimanerne subito affascinato è il maestro di latino dei fratellastri di Agnes, Will (Paul Mescal): la segue nei boschi, la corteggia ma lei inizialmente gli si sottrae, proteggendo la propria libertà.

Quando Agnes capirà che Will nasconde mondi meravigliosi dentro di sé e non ha alcuna intenzione di ingabbiare la sua indole, se ne innamora.  

Agnes resta incinta, i due devono e vogliono sposarsi nonostante le proteste di entrambe le famiglie.

Mettono su casa, nasce Susanna (Bodhi Rae Breathnach), Will continua a lavorare nella bottega del padre guantaio e subisce costanti angherie e percosse perché questi lo considera un buono a nulla.

 

La madre (Emily Watson) dopo le prime remore si affeziona alla nuora e alla nipotina, dando una mano alla neonata famiglia.

 

 

[Hamnet: Agnes e Will si incontrano per la prima volta]

 

 

Will però soffre nel suo paesino di campagna: sogna Londra, sogna un mondo in cui il cosmo che porta dentro possa farsi logos.

 

Agnes lo capisce e lo spinge ad andare, anche se di nuovo incinta.

Nascono così i gemelli Hamnet (Jacobi Jupe) e Judith (Olivia Lynes); nonostante la felicità, Agnes è perplessa: nelle sue visioni ha sempre visto due figli al proprio capezzale.

Adesso ne ha tre.

 

Will comincia a lavorare in teatro, prima come semplice fornitore di guanti per le compagnie, poi come autore e regista.

Fa la spola tra Londra e Stratford ogni volta che può, sperando di riuscire a trovare una sistemazione in città per tutta la famiglia; Agnes è riluttante a lasciare la campagna: la natura è la sua dimensione e sa che fa bene anche ai figli, soprattutto a Hamnet e Judith, nati dopo un parto complicato. 

 

Le malattie lontane arrivano anche in campagna: la peste che imperversa a Londra raggiunge Stratford e Judith si ammala.

Agnes cerca di curarla in tutti i modi e Hamnet cerca di dare conforto alla sorella, finché accade l’impensabile: Judith si riprende mentre Hamnet, non curato adeguatamente perché tutti troppo concentrati sulla sorellina, muore tra atroci sofferenze in braccio alla madre.  

Inizia un lutto che non può aver fine, che Agnes sfoga in maniera animalesca, dunque profondamente umana, mentre Will tiene tutto dentro, come i mondi straordinari che ha sempre avuto, facendo però un torto alla propria stabilità mentale ed emotiva.

Agnes e Will si allontanano, non si comprendono più, lui deve tornare a Londra e lei lo lascia andare. 

 

Ecco che si diffonde la notizia di questa nuova commedia, anzi tragedia, che avrebbe debuttato a Londra di lì a poco: Susanna invoglia Agnes a saperne di più, così Agnes e Bartholomew si recano a teatro a Londra e sul palco accade la magia, quasi un rito orfico di purificazione. 

 

Hamnet è ancora vivo, Hamnet non morirà mai.

 

  

[Jacobi Jupe, Bodhi Rae Breathnach e Olivia Lynes sono i tre piccoli Shakespeare: Hamnet, Susanna e Judith]

 

 

Catabasi

 

Hamnet è un continuo attraversamento della soglia. 

 

“Raccontami una storia, una che ti commuove”, chiede Agnes a Will durante uno dei loro primi incontri.  

“Commuovere”, cioè “muovere insieme”: qualcosa che coinvolga emotivamente tanto chi ascolta quanto chi racconta. Will le narra così il mito di Orfeo ed Euridice, l’archetipo della soglia e del collegamento tra il regno dei vivi e quello dei morti. 

 

Nella mitologia greca, la catabasi indica la discesa agli Inferi, mentre l’anabasi è la risalita, molto più rara e quasi impossibile. 

La vita di Agnes e Will, del piccolo Hamnet partorito dal corpo di Agnes e del giovane Amleto partorito dalla mente di Will è una sinusoide di discesa e risalita, catabasi e anabasi, nella più classica delle strutture drammaturgiche. 

 

In Hamnet, ciò che ci viene mostrato sembra quasi un continuo palcoscenico.

Le soglie che vediamo - porte d’ingresso, porte delle stanze, grotte nel bosco, quinte del teatro - sono sempre buie, liminali, ignote, ma attraenti.

Questo canale continuamente aperto rappresenta l’immanenza della morte nella vita e la continuazione della vita dopo la morte.  

In seguito alla morte di Hamnet, Agnes si fa portatrice dignitosa del proprio dolore, vivendolo apertamente, mentre Will cerca di nasconderlo e tacitarlo, anche se sa che non è possibile.

 

Un anno dopo Agnes sa che il tempo non è nulla, che un anno di dolore è solo un cumulo di minuti, ore e giorni in cui la perdita si fa più consistente nella carne e nella mente, mentre Will continua a chiedersi dove Hamnet sia finito e se mai lo rivedranno. 

 

 

[In Hamnet, Jessie Buckley ci regala il ritratto di una donna straordinaria con la sua Agnes: forza, sofferenza, rivalsa e amore si concentrano in questa figura quasi mitica che è la vera protagonista della storia]

 

Will spera in una soglia, in un collegamento tra vivi e morti, in una catabasi che gli permetta di riportare in vita il figlio da un mondo che è la fine delle sofferenze, ma anche l’ignoto più imperscrutabile. 

 

È da questa paura che ha origine "Essere o non essere". 

 

Basta prendere uno stralcio del famoso monologo: 

"Morire, dormire… Dormire. Sognare, forse.

Ma qui è l’intoppo: perché in questo sonno di morte, una volta liberati di questa spoglia mortale, quali incubi ci perseguiteranno?

Ecco cosa ci ferma!

È proprio questa idea che ci fa reggere tanto a lungo la sventura di vivere: […] Chi mai vorrebbe portare sudando e gemendo il fardello di una logorante esistenza, se la paura di qualcosa oltre la morte - l’inesplorato mondo da cui nessun viandante fece mai ritorno - non trattenesse la nostra volontà, facendoci preferire i mali presenti ad altri che non conosciamo?".  

Al capezzale di Hamnet morente, Agnes fa una promessa: "Non lo farò attraversare", dice.  

 

Non “morire” o “andare via”, ma “attraversare”: non manderà dunque il figlio Hamnet oltre quella soglia dell’ignoto, non gli permetterà di oltrepassarla; ma le sue promesse saranno vane.

 

  

[Hamnet: Will accarezza il fondale della scenografia dell'Amleto che ricorda i boschi in cui ha conosciuto Agnes; nel punto in cui poggia la mano farà aprire un varco, un arco buio che simboleggerà il passaggio continuo tra il mondo dei vivi e quello dei morti]  

 

 

Ringkomposition

 

Oltre alla sinusoide, in Hamnet c’è anche un anello, una struttura circolare che finisce laddove è iniziata: c’è dunque il bosco, ma c’è anche il racconto di una storia.

 

Se Agnes e Will si avvicinano grazie al mito di Orfeo ed Euridice, si riavvicinano alla fine grazie alla tragedia di Amleto.  

Gli ultimi venti minuti di Hamnet sono metateatro puro: vediamo Agnes e Bartholomew entrare nel teatro che ricostruisce la facciata della casa di Stratford nella parte superiore della scena, mentre un fondale dipinto di un bosco occupa il palco.

In mezzo, un arco buio da cui i personaggi entrano ed escono celati dall’oscurità.

 

Da lì esce Will, travestito da fantasma, per parlare ancora una volta col figlio Amleto (Noah Jupe) e avvertirlo dei pericoli che incombono.

Amleto è l’incarnazione di Hamnet: stessi vestiti, stessi capelli. 

 

"Un giorno tu lavorerai a teatro con tuo padre", aveva predetto Agnes al figlio Hamnet. 

 

Agnes, in piedi in platea, è indignata: vede la vita e la morte del suo Hamnet messe in scena davanti a migliaia di occhi sconosciuti; non ha capito fino ad allora cosa sia il teatro, non conosce veramente suo marito, non sa bene cosa faccia, non capisce che attraverso ciò che scrive e dirige mette in scena il proprio cosmo interiore in burrasca dopo la morte di Hamnet, morte alla quale lui non ha potuto assistere perché lontano. 

 

 

[Agnes assiste sconvolta alla prima dell'Amleto in Hamnet] 

 

 

Facendosi fantasma, Will può dire addio a suo figlio ogni volta, a ogni rappresentazione, può far rivivere Hamnet tutte le volte che vuole, chiedendogli ogni volta perdono e rispondendo alla domanda che lo tormenta: dov’è andato Hamnet? 

 

Lui, attraverso la propria immaginazione, può permettergli di essere lì, sulla scena, pronto ad attraversare e riattraversare ogni volta quella soglia oscura, come un Orfeo che si volta troppo presto. 

Agnes accetta che la propria vita privata diventi rito collettivo: nella scena conclusiva dell’Amleto, e di Hamnet - impreziosita dal brano On The Nature Of Daylight di Max Richter, autore anche della colonna sonora originale del film - centinaia di mani si tendono verso il giovane Amleto morente.

L’attore ne è inizialmente perplesso, poi comprende: la funzione sociale del Teatro è quella di mostrare compassione. 

“Compassione”, ovvero “patire assieme”, provare le stesse emozioni. 

 

Le centinaia di mani distese aiutano Amleto a passare oltre vivendo insieme a lui la sua sofferenza e, senza che lo sappiano, aiutano Agnes a riconoscere suo figlio Hamnet e a salutarlo nella sua nuova vita. 

 

 

[Noah Jupe interpreta Amleto in Hamnet: l'abbattimento della quarta parete, con Agnes in prima fila, si apre alla compassione]

 

 

Nome

 

La didascalia all’inizio del film ci rende noto che Hamnet e Hamlet erano praticamente lo stesso nome: secondo i documenti dell’epoca, la sostituzione consonantica era molto comune nei nomi propri dell’antico inglese, tanto che la stessa Agnes è conosciuta storicamente come Anne. 

 

Non è l’unica curiosità che proviene da Hamnet: nel romanzo di Maggie O’Farrell, co-sceneggiatrice del film insieme a Chloé Zhao, c’è una lunga e interessante descrizione del viaggio che la peste ha fatto per raggiungere Stratford: è lo specchio di una società di commercio, di scambi frequenti e di lungo corso. 

Nel film sarebbe stato arduo restituire l’intero viaggio, così il racconto dell’incombere nero della peste è stato, ancora una volta, affidato al Teatro: nel cortile del palazzo in cui Will abita a Londra c’è un teatrino di ombre cinesi, presso cui Will si ferma.

Le figurine scure raccontano di una scimmia che ferì un bambino, che si imbarcò su una nave su cui infettò altra gente, che si recò verso paesi lontani portando inconsapevolmente la Morte con sé. 

 

Will ne è affascinato e turbato, ma ancora una volta non può non riconoscere il potente mezzo del Teatro come esorcizzazione della realtà.

 

 

[William prima di Shakespeare: in Hamnet l'interpretazione di Paul Mescal ci restituisce il lato più umano di una figura mitica come quella del drammaturgo inglese]

 

 

Tutto Hamnet si fonda sulla potenza di un nome: quello del figlio.

 

Eppure c’è un nome che non sentiamo mai, che dovrebbe essere il più potente: William Shakespeare.

Will viene chiamato in tanti modi: il maestro di latino, il figlio del guantaio, amore mio, figliolo, buono a nulla, papà, di rado Will, ma non è mai il mito che abbiamo imparato a conoscere. 

Questo perché William Shakespeare è tale solo dopo aver incarnato sé stesso e i propri mondi interiori nel Teatro, nelle sue opere e nelle sue parole sonanti ed eterne.

 

Infatti, la prima volta che in Hamnet sentiamo il suo nome completo è quando a Londra Agnes e Bartholomew, prima di andare a teatro, vanno a cercarlo a casa, annunciandosi come i parenti di William Shakespeare.

 

"Quello che noi chiamiamo col nome di rosa, anche chiamato con un nome diverso, conserverebbe ugualmente il suo dolce profumo", dice Giulietta a Romeo dal balcone.

 

 

[Hamnet: Will osserva da dietro le quinte una scena dell'Amleto, dove interpreta il fantasma del padre del giovane protagonista]

 

Catarsi

 

Hamnet è un film classico, pulito, senza manierismi.

Lungo tutta la storia i riferimenti e i segnali del destino dei personaggi sono visibili, ma mai resi eccessivamente evidenti. L’attenzione ai dettagli è curata senza risultare artefatta. 

 

Con Hamnet, Chloé Zhao è riuscita in un compito difficilissimo, soprattutto nel Cinema di oggi: narrare una tragedia immane senza trasformarla in esaltazione del dolore, usare i canoni classici delle tragedie greche prima e shakespeariane poi per rendere accettabile un dolore insostenibile, per empatizzare con il sentimento che ci fa più paura e compatire i nostri simili anche così distanti. 

 

Una testata britannica e anche Pietro Baroni nel nostro podcast hanno definito Hamnet “manipolatorio”, criticandone la spinta alla commozione: ho sottolineato prima che commuoversi è “muoversi assieme”, dunque cosa c’è di sbagliato? 

Andiamo anche alla radice del termine “manipolare”, cioè “maneggiare abilmente”.

La descrizione di un gesto che, successivamente, in ambito giuridico ha acquisito un’accezione negativa.

 

“Maneggiare abilmente”: cosa sono le emozioni se non qualcosa che ci plasma, ci modella, ci schiaccia e ridistende come un impasto crudo? Perché solo l’elaborazione di un sentimento come la sofferenza è vista come manipolatoria, e non qualsiasi altra emozione?

 

Perché far commuovere la gente non è considerato accettabile quanto farla ridere? 

 

  

[L'interpetazione del piccolo Jacobi Jupe nei panni di Hamnet è a mio avviso una delle migliori di quest'anno]

 

 

Ripensiamo al Teatro classico, quello che ha formato non solo la nostra cultura e letteratura, ma anche la nostra psicoanalisi e dunque il bisogno di sviscerare l’animo umano: cosa sono le tragedie se non l’esposizione della carne viva che soffre? 

 

Sembra difficile oggigiorno riconoscersi in una figlia tradita dal padre e mandata a morire come sacrificio umano agli dei per far rialzare il vento e salpare per Troia, o empatizzare con una madre che per estremo dolore e tremenda vendetta uccide i propri figli. 

Sembra difficile comprendere due giovani innamorati che si mettono a morte per via dell’odio reciproco delle proprie famiglie o compatire delle donne violentate e vendute come schiave dopo che la loro città è stata bruciata e conquistata da un nemico violento; ma è davvero così difficile? 

Hamnet ha tanti pregi, ma a mio avviso ne ha uno in particolare: sottolineare ancora una volta la funzione sociale del Teatro. 

 

La possibilità che, qualunque sia la tua storia, tu possa un giorno trovarla davanti a te, tra le pagine di un libro o sulle assi di un palcoscenico.

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