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IT: Welcome to Derry - Recensione: un pregevole tentativo

La serie che ci ha accompagnato lungo questo inverno ha rilasciato il suo gran finale e il viaggio di IT: Welcome to Derry firmato Andy Muschietti è giunto alla fine della prima stagione: HBO sembrerebbe aver già pianificato altre due stagioni, ambientate in altri periodi storici della mitologia di Derry

È il momento di tirare le somme in merito a IT: Welcome to Derry, dopo l’inizio promettente di cui abbiamo parlato qualche settimana fa.

 

Ci eravamo lasciati dopo le prime tre puntate, di cui si erano apprezzate le costruzioni degli ambienti e il passo che si concedeva, le manifestazioni di Pennywise - di fatto impalpabili - con un gioco intelligente col fuoricampo e una dialettica col periodo storico di riferimento; dall’altro lato si esprimevano perplessità su una bulimia di temi che poi sarebbero stati difficili da gestire, uno stile un po' patinato e una scrittura scricchiolante.

 

[Trailer ufficiale di IT: Welcome to Derry]

 

 

Alla fine della quinta puntata, nelle arterie sotterranee di Derry, il ritorno in scena di Matty Clements si rivela un altro trucchetto di IT ed è allora che una trasfigurazione finalmente mostra Pennywise sullo schermo per la prima volta.

 

Per chi scrive questo evento segna un punto di svolta nella serie, perché ne consegue un aumento dello screen time di Pennywise e una seconda metà che perde un po’ di mordente. 

La sensazione è quella di una certa goffaggine proprio nella messa in scena del pagliaccio. 

Finché la sua presenza era suggerita, accennata e caricata in un fuoricampo che non si svelava mai, il mondo raccontato risultava più ambiguo e interessante, soprattutto in una dimensione più prettamene visiva e di tensione emotiva. 

La sua manifestazione indiretta sbrigliava un orrore inafferrabile nella città di Derry, che riportava anche quella natura ambientale di matrice letteraria. 

 

La materializzazione concreta di quel male coincide probabilmente anche con la sua banalizzazione; aspetto che si rinsalda con quel gusto muschiettiano per un kitsch che spesso esce un po’ fuori dai bordi - sebbene rispetto ai film risulti qui più digeribile, poiché inserito in un contesto seriale di più ampio respiro.

 

 

[IT: Welcome to Derry]

 

 

IT: Welcome to Derry mantiene certi buoni elementi, soprattutto se pensiamo al panorama della serialità televisiva horror; tuttavia le premesse sembravano presagire qualcosa di più.

 

Uno dei tratti più apprezzabili dall’inizio alla fine della serie è il continuo contatto critico tra Derry, Pennywise e i suoi personaggi con la storia degli Stati Uniti.

L’esperienza di soprusi della comunità degli afroamericani è il macrotema più sviluppato, che passa da un sistema giudiziario corrotto alla rivalse personali di matrice razzista, per culminare nell’incendio del Black Spot della settima puntata. 

 

Ma i punti di contatto con i traumi statunitensi passano anche per le piccole cose.

La piccola Lily Bainbridge che tenta di affrontare Pennywise con una scorta di ansiolitici/antidepressivi racconta qualcosa del rapporto storico USA coi farmaci - “Mia mamma li prende come fossero M&M’s”, dice Lily ai suoi amici - Dick Hallorann che inizia a vedere i morti e abusare di alcol, finisce in uno stato allucinatorio e di paranoia che riconduce senza troppi sforzi inferenziali al PTSD di molti soldati.

 

Al mondo militare si richiama esplicitamente anche per esempio quando Pennywise prende le sembianze di uno Zio Sam zombificato, ma non solo con la storia contemporanea: gli antefatti che aprono scorci sull'arrivo di IT sulla Terra e sull'immediato rapporto con i nativi americani, con le colonne che lo imprigionano, suggeriscono qualcosa di profondo.

 

Una sorta di conflittualità in cui convergono la comunità degli Indiani d'America, la nascita di un male, la questione del confine e un rapporto irrisolto col passato.

 

 

[IT: Welcome to Derry: Hank Grogan (Stephen Rider) e la figlia Ronnie (Amanda Christine)]

 

 

La scrittura pregevole in questi piccoli lampi critici si concede probabilmente qualche ingenuità di troppo e si conferma anche nella seconda parte come uno dei punti carenti della serie.

 

Basti pensare alle ragioni da villain dei supereroi che spingono il generale Shaw, al debole plot twist della puntata 6 o più banalmente alla scrittura dei personaggi: è difficile trovare dei personaggi veri e propri in IT: Welcome to Derry, soprattutto per quanto riguarda questo Club dei Perdenti, il cui profondo legame di amicizia è un po' ciò che manca alla serie, soprattutto nell'economia dei tempi che concede la serialità televisiva si sarebbe dovuto costruire qualcosa di più solido.

 

I personaggi risultano quindi per lo più bidimensionali, eccezion fatta per il bellissimo personaggio di Dick Hallorann.

 

 

[IT: Welcome to Derry: un'inquadratura del Club dei Perdenti in bicicletta]

 

 

Alla fine dei conti IT: Welcome to Derry è per chi scrive un tentativo pregevole di trattare ed espandere quei brandelli di storia lasciati dal romanzo di Stephen King, con una solida prima metà di stagione, tra tensione e body horror, e una seconda metà più debole e più goffa, con rimandi e richiami ai traumi statunitensi che risultano però quantomeno interessanti.

___

 

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