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Ammazzare stanca del regista e scrittore Daniele Vicari è una storia vera.
Prodotto dalla società Mompracem, nelle persone di Pier Giorgio Bellocchio e dei Manetti Bros. insieme a Rai Cinema, il film si immerge nelle pagine inquiete e salvifiche scritte da Antonio Zagari.
Quando Vicari si imbatte nelle sue parole non può restarne indifferente e dal romanzo trae la materia narrativa per il film, riportando alla luce le origini di un potere criminale che ha modellato territori, destini e generazioni.
[Trailer ufficiale di Ammazzare stanca]
Ammazzare stanca è un gangster movie atipico, un'autobiografia spiazzante.
A colpire sopra ogni cosa la sensibilità dello scrittore e regista Daniele Vicari è la sincerità di quel racconto: Zagari descrive con lucidità disarmante cosa significasse per lui uccidere e in quelle parole si avverte subito la potenza di una materia narrativa che solo il Cinema può davvero restituire.
Non è solo una storia di morti ammazzati: nel memoriale ci sono conflitti familiari irrisolti e molto pesanti, desiderio di emancipazione e ribellione, amore, tragedia e persino ironia.
Quel diario è stato scritto per essere letto.
Ma come trasporre quelle pagine in un'opera cinematografica?
Con un incipit che va dritto al cuore del film, Daniele Vicari realizza una pellicola sulla mafia in cui sono le immagini a parlare prima delle parole.
Ammazzare non è più quel gesto adrenalinico mitizzato da tanti film e serie TV; Vicari sovverte la tendenza a trasformare i criminali in eroi tragici, tormentati, affascinanti.
In questo contesto nasce Antonio, un protagonista che ha smesso di “mangiare carne” - metaforicamente e non - diventando agli occhi dei boss uno “stomaco debole”: il segno evidente che qualcosa dentro di lui si è incrinato.
[Gabriel Montesi, protagonista di Ammazzare stanca]
Antonio uccide e poi ne paga il prezzo sulla propria pelle.
Per lui il delitto non è altro che un peso, una ferita che si riapre ogni volta. È proprio questa stanchezza, questo rifiuto profondo, a spingerlo fuori dalla logica violenta che il padre e l’organizzazione vogliono imporgli in quanto primogenito.
A differenza di quasi tutti i figli cresciuti dentro strutture mafiose (pensiamo a quanti già narrati nel Cinema) Antonio si ribella all’eredità paterna.
Antonio Zagari è il figlio di un boss calabrese trapiantato in Lombardia, ma non è adatto alla malavita: uccidere per lui è fisicamente insostenibile, non sopporta la visione del sangue, venirne a contatto, a tal punto da ritrovarsi a vomitare.
A poco più di vent’anni, dopo aver ammazzato, rapinato, rapito, finisce in galera.
Qui decide di compiere l'atto più rivoluzionario di tutti: scrivere. Confessare e confessarsi.
Questo sarà il suo modo di vendicarsi, perché le parole hanno un grandissimo potere, molto più delle azioni e ormai lo sappiamo: da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
[Ammazzare stanca: Vicinio Marchioni e Gabriel Montesi]
Ammazzare stanca è un'opera cruda, rigorosa e coerente, che non scivola mai nella compiacenza, non strizza l’occhio al genere e non mitizza i gangster, mostrandoli semmai in tutta la loro bassezza.
L’utilizzo della chitarra battente calabrese esaspera i ritmi ossessivi e il crescente senso di colpa del protagonista, il cui smarrimento è interpretato con grande intensità da Gabriel Montesi.
Nel ruolo del brutale padre di famiglia c'è Vinicio Marchioni, che conferisce al personaggio un senso di minaccia costante.
Eccellente anche Andrea Fuorto, che nel film incarna il personaggio del fratello di Antonio, tormentato e imprevedibile, capace di far emergere, sotto la durezza della vita criminale, una vulnerabilità profondamente umana.
"Perché al buio?"
"Perché non voglio che tu mi veda."
È la prima battuta pronunciata da un altro personaggio chiave, quello interpretato da Selene Caramazza, attrice siciliana dal magnetismo potentissimo, già evidente nel suo esordio sul grande schermo in Cuori puri di Roberto De Paolis - presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2017 - per cui ha ricevuto il Premio De Sica come Migliore Attrice Esordiente e il suo è un talento puro che sembra crescere a ogni film.
Quella battuta iniziale non è solo un modo per definire il personaggio: racchiude una delle linee tematiche centrali del film: il buio diventa il luogo dove ci si nasconde non solo dagli altri, ma soprattutto da se stessi.
Nel mondo di Ammazzare stanca "vedere" significa rischiare di riconoscere la violenza che si eredita e quella che si deve compiere.
Restare al buio, invece, è l’illusione di poter sottrarre il proprio volto, la propria coscienza, a quella realtà.
[Ammazzare stanca: Selene Caramazza nel ruolo di Angela]
Per questo spegnere la luce per non farsi vedere è un tentativo disperato di rifiutare un destino che sembra già scritto, una chiave che apre all’intera poetica del film.
L'aspetto più tragico di questa storia è il fatto che Antonio uccide perché è costretto a farlo, ma è come se solo uccidendo egli possa, prima o poi, raggiungere una sorta di liberazione.
Come se uccidere fosse una partita a poker, un gioco d'azzardo in cui una volta entrato non puoi più tirarti indietro, ma solo arrivare alla fine.
Altrimenti perdi tutto.
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