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L'amore che rimane - Recensione: cocci di una separazione

L'amore che rimane è un'opera frammentaria e agrodolcemente ironica, che conferma Hlynur Pálmason come uno dei più interessanti registi europei

Titolo originale: Ástin Sem Eftir Er
Genere: Drammatico, Commedia
Regia: Hlynur Pálmason
Sceneggiatura: Hlynur Pálmason
Cast: Saga Garðarsdóttir, Sverrir Guðnason, Ída Mekkín Hlynsdóttir
Distribuzione: Movies Inspired
Uscita Italia: 15 aprile 2026
Durata: 109 minuti
Paese: Islanda, Danimarca, Francia, Finlandia, Svezia

Ci si può lasciare pur continuando a volersi bene, a condividere spesso gli stessi spazi, a crescere i propri figli? 

 

L'amore che rimane di Hlynur Pálmason prova a rispondere a questa domanda, rappresentando un anno della vita di una coppia islandese in via di separazione. 

 

Dopo essere stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2025, aver conquistato ben due premi al Festival del Cinema Europeo ed essere stato scelto per rappresentare l'Islanda ai prossimi Premi Oscar, l'ultima fatica di uno dei più interessanti registi emergenti del vecchio continente è arrivata nelle nostre sale grazie a Movies Inspired.

 

[Trailer ufficiale de L'amore che rimane]

 

 

Una coppia, tre figli, un cane, una casa e quattro stagioni: non serve molto altro al bravo Hlynur Pálmason per fornirci la sua interpretazione sulla crisi della famiglia occidentale, senza per questo distruggerla o svilirne la centralità.

 

La separazione di cui parla L'amore che rimane è quella tra l'artista Anna e il marinaio Maggi, interpretati da Saga Garðarsdóttir e Sverrir Guðnason, genitori di tre figli.

Un nucleo ben lontano dallo stereotipo classico di famiglia borghese ma non per questo caratterizzato da necessità diverse.  

Non ci è dato conoscere il motivo della separazione ma sin da subito lo spettatore si ritrova spiazzato dal fatto che la famiglia si ritrovi a condividere ancora la tavola in maniera del tutto amichevole: anche questa coppia, come sempre più spesso avviene nella rappresentazione del Cinema occidentale, ha grandi difficoltà a fare i conti con la separazione.

 

L'amore che rimane affronta, dunque, quelle scorie sentimentali, quei residui di affetto, allargando il discorso di coppia a un'intera famiglia.

Le difficoltà in questione, si intuisce, sono di varia natura: economiche ed emotive in primis.

 

La sensazione è, però, che la fine della storia sia il risultato di inquietudini che si dipanano a partire dagli individui e che, attraversando la coppia, raggiungono la società.

 

 

[Panda, cane protagonista de L'amore che rimane, ha vinto il Palm Dog al Festival di Cannes]

 

Anna trova difficile raggiungere la soddisfazione lavorativa attraverso il proprio lungo e faticosissimo percorso artistico fatto di lunghe esposizioni dei propri lavori alle intemperie dell'Islanda; Maggi, invece, pur guadagnando bene è costretto a stare così a lungo dagli affetti da perderli completamente di vista.

 

L'amore che rimane sottolinea come anche la più naïve delle coppie, in una delle nazioni più civili del mondo, possa venire sferzata dal capitalismo.

La distanza tra i due non è solo concettuale - la natura instabile della retribuzione del lavoro artistico opposta alla concretezza del lavoro fisico - ma anche geografica: quella tra terra ferma e mare. 

 

Il passaggio del tempo e le mutazioni dei luoghi, ormai punti cardine della filmografia di Pálmason, producono effetti non solo sulle opere di Anna, ma sull'intera famiglia: la figlia maggiore, Ída, cerca la sua indipendenza ed esprime distacco totale dalle scelte dei propri genitori, arrivando a bacchettarli, mentre i due gemelli della coppia cercano goffamente di ricostruire l'unità del nucleo. 

Lo stile dell'autore islandese, in cui il montaggio e la costruzione geometrica delle inquadrature assumono importanza poetica, si sposa perfettamente con il tema della separazione, frammentaria per sua natura, e del passaggio del tempo, che enfatizza le piccole discrasie che si accumulano nel corso del racconto.

 

La grana della pellicola 35mm con cui L'amore che rimane è girato, dona all'opera un tono intimo: Pálmason, che è anche direttore della fotografia del film, trasforma l'opera in una sorta di scatola di ricordi familiari deformati, pronta a essere riposta in un cassetto, riscoperta solo a distanza di tempo e a generare reazioni diverse a seconda delle prospettive dell'osservatore.

 

 

[L'amore che rimane non rinuncia a una dimensione gioiosa malgrado tratti un processo di separazione]

 

 

Quando nel tessuto narrativo viene inserito anche l'elemento fantastico, lo spettatore comprende di non assistere solo alla separazione di una coppia che cerca di mantenere un rapporto, ma anche alle proiezioni e agli incubi che la fine di una storia comporta negli individui. 

 

L'amore che rimane scava, dunque, nel microscopico per raggiungere un piano gradualmente più ampio e universale, pur senza mai distanziarsi dalle avventure buffamente ordinarie di una famiglia che sta faticosamente ricercando il proprio punto di equilibrio. 

 

Con L'amore che rimane Pálmason riesce a trovare il tono perfetto, sospeso tra leggerezza e venature di profonda tristezza e sconforto, costruendo un'anti-commedia romantica della separazione, in cui il rapporto tra i personaggi e i rimpianti della loro vita diventa gradualmente protagonista, senza che questo comprometta il complessivo senso di tenerezza e calore che la famiglia al centro del racconto innesca nello spettatore.

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