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Anemone segna il debutto alla regia del ventisettenne Ronan Day-Lewis, che ha convinto il padre Daniel Day-Lewis, tre volte Premio Oscar, a tornare sul grande schermo a otto anni di distanza da Il filo nascosto, dopo il quale aveva annunciato il suo ritiro dalle scene.
Padre e figlio hanno collaborato alla sceneggiatura di Anemone, che ha ricevuto il premio come Migliore Opera Prima nella sezione Alice nella Città della XX edizione della Festa del Cinema di Roma, assegnato per "l'audacia, l'atmosfera immersiva e la regia onirica e dirompente".
Anemone prende avvio con la partenza di Jem Stoker (Sean Bean), un uomo che lascia la sua casa di periferia nel nord dell’Inghilterra, dove abita con Nessa (Samantha Morton) e il figlio di lei Brian (Samuel Bottolmey), per provare a ricongiungersi con il fratello Ray (Daniel Day-Lewis), che vive come un eremita nei boschi e con il quale non parla da molti anni, dopo che Ray ha deciso di isolarsi dalla civiltà a causa di un evento misterioso.
[Trailer ufficiale di Anemone]
L'etimologia di Anemone
Ronan Day-Lewis sceglie un titolo fortemente simbolico che guida la direzione della pellicola.
Anemone deriva dal greco antico "anemos", ovvero "vento"; in botanica è utilizzato per identificare un genere di piante erbacee che conta numerose specie, caratterizzate da una fioritura variopinta e precoce.
La correlazione dei termini dipende dal fatto che i petali del fiore sono molto delicati e vengono quindi dispersi facilmente dalle folate di vento.
A livello metaforico, dunque, l'anemone raffigura la fragilità e la transitorietà, ma anche l'effimero e la bellezza sfuggente.
Nel film il concetto si traduce nella precarietà su cui poggia l'esistenza di Ray, costantemente in bilico tra la ricerca di una pace che solo la natura incontaminata sembra potergli offrire e l'irrequietezza che agita i suoi pensieri, in cui hanno preso residenza i demoni del passato.
I fiori che crescono intorno alla sua baita spoglia, racchiudono entrambi gli aspetti: la tregua che deriva dall'armonia del creato e l'angoscia provocata da un ricordo traumatico, quello legato al padre violento che in giardino coltivava quelle stesse piante.
E ancora, Anemone come soffio vitale si ritrova nei continui respiri che accompagnano una sceneggiatura per lo più silente: i sospiri di Ray sono fortemente marcati, talvolta a cornice di una breve conversazione, talvolta preludio a un monologo drammatico, talvolta dispersi nel vuoto dell'assenza di parole.
La fatica di una vita interiore densa di conflitti sembra passare attraverso l'aria trattenuta nella bocca, un macigno di non detti che diventa impossibile da trattenere e viene sputato fuori, decompresso in un gemito, che però non ha la dignità di diventare dialogo perché troppo doloroso da articolare.
[Daniel Day-Lewis in una scena di Anemone, circondato dai fiori dell'anemone]
Fratelli, figli, genitori
In Anemone il tema della famiglia viene presentato sotto diverse ramificazioni.
C'è il rapporto fraterno tra Ray e Jem che si ritrovano da soli dopo anni, in uno spazio separato da ogni possibile intromissione esterna, un luogo che sembra un ring per la resa dei conti finale, ma che in realtà si trasforma in un confessionale emotivo, in cui Ray vomita la rabbia sedimentata negli anni per le botte del padre e per gli abusi subiti da un prete, mentre Jem ascolta senza riuscire a dire nulla.
Entrambi hanno ricevuto la stessa educazione, per entrambi la religione è (stata) parte integrante della vita, recitano ancora insieme i versetti della Bibbia a memoria, ma Ray ne ha conosciuto i risvolti più oscuri. Di fronte agli sfoghi del fratello, è come se Jem si rendesse finalmente conto delle conseguenze enormemente diverse che la stessa educazione ha avuto su di loro.
Nella dinamica attoriale Sean Bean fa da spalla a Daniel Day-Lewis, con un lavoro sotterraneo che illumina di riflesso l'intensità di Day-Lewis, che conferma la sua abilità straordinaria, chirurgica, nel restituire i pensieri dei personaggi che interpreta attraverso la sola espressività del volto.
Lo scopo del viaggio di Jem è ben preciso: riportare a casa il fratello per richiamarlo alla sua responsabilità genitoriale perché - scopriamo - Jem ha cresciuto Brian, il figlio di Ray ora adolescente, dopo la sua fuga nei boschi.
Ora Brian è in crisi, incapace di arginare il livore verso un padre che l'ha abbandonato ancora prima di conoscerlo.
Qui Anemone ci mostra la complessità di una paternità negata, esplorando entrambe le prospettive: quella di un figlio adolescente, che ha bisogno di venire a conoscenza delle motivazioni di quello strappo, per provare poi a ricostruire sopra le macerie, e quella di un uomo che ha rinunciato al suo ruolo genitoriale perché soverchiato da un disturbo post-traumatico da stress che lo ha condannato a un senso di colpa insostenibile, rendendogli impossibile anche solo immaginare un'alternativa diversa da un isolamento auto-punitivo.
[Daniel Day-Lewis e Sean Bean in una scena di Anemone]
Il trauma della guerra
Anemone è un film che ci consegna gli effetti che la guerra provoca sulla psiche umana.
Jem e Ray hanno prestato servizio nell'esercito ai tempi dei Troubles, il sanguinoso conflitto tra gli indipendentisti dell'IRA (Irish Republican Army), sostenitori della riunificazione dell'Irlanda del Nord con la Repubblica d'Irlanda, e le truppe della Corona inglese, a favore invece del mantenimento sotto l'egida del Regno Unito.
Per alcuni aspetti - l'argomento di quella specifica guerra, le ambientazioni paesaggistiche e il tema dell'incomunicabilità nei rapporti umani - Anemone ricorda i tópoi de Gli spiriti dell'isola di Martin McDonagh, fatta eccezione per la caratterizzazione grottesca qui assente.
È proprio dentro quell'esperienza bellica che si nasconde il segreto impronunciabile di Ray, il motivo che lo ha trascinato in un labirinto mentale impermeabile, che lo ha reso respingente verso la vita familiare, prospettandogli la fuga come unica via percorribile: quello che è successo durante una missione speciale è violento e controverso, un episodio che ha aperto dentro di lui un conflitto morale insuperabile senza un percorso psicologico adeguato che lo aiuti ad attraversare il trauma e, soprattutto, a perdonarsi.
Nella drammaticità di questo racconto si concentra il rifiuto della perversione della guerra, che seduce con l'inganno che esista una causa giusta a cui appellarsi per sentirsi assolti, che ci siano dei limiti invalicabili al di qua dei quali ci si può muovere senza troppi scrupoli e al di là dei quali invece si viene condannati: "li chiamavano crimini di guerra, ma la guerra era il fottuto crimine", sentenzia Ray.
Non esiste grado di separazione, non esistono distinzioni possibili: Anemone stigmatizza ontologicamente la guerra nella sua stessa condizione di esistenza.
Quando Ray finalmente riesce a canalizzare il vento in parole di fronte al fratello, si libera dal peso della vergogna incancrenito negli anni, dando inizio a una lenta risalita dall'abisso.
[Daniel Day-Lewis in una scena di Anemone che cristallizza le sue doti attoriali nell'espressività eloquente del volto]
La regia "visiva" di Ronan Day-Lewis
Misurarsi per la prima volta con il mezzo cinematografico - dirigendo, oltretutto, un attore del calibro di Daniel Day-Lewis, che tangenzialmente è anche tuo padre - non deve essere stata cosa semplice per Ronan Day-Lewis.
Eppure Anemone mi ha convinta per l'anima visiva - Ronan, non a caso, è un pittore - che si esprime nelle vedute larghe e avvolgenti sui panorami naturalistici e nelle frequenti inquadrature dall'alto, coadiuvate dalla fotografia ariosa di Ben Fordesman.
Il tocco artistico si intuisce già dalla prima scena che mostra una serie di bozzetti, disegnati da Ronan stesso, che illustrano la morte e la distruzione provocate dalla guerra.
Per un film in cui l'attesa e il silenzio padroneggiano era necessario trovare una struttura vistosa, che Ronan Day-Lewis individua negli stacchi netti tra una scena e l'altra e, soprattutto, nella colonna sonora, curata dal compositore Bobby Krlic.
La musica in Anemone è a tutti gli effetti un linguaggio a sé, che riempie i vuoti senza diventare mai consolatoria, ma anzi interrompendosi bruscamente per non rischiare di ammorbidire gli spigoli dei sentimenti dei personaggi.
Ronan Day-Lewis in Anemone gioca con il sostrato onirico, puntellando la narrazione con alcune inserzioni a metà tra il sogno e l'apparizione che, sebbene talvolta possano risultare troppo estranee al tipo di registro usato nella maggior parte del film, rappresentano comunque intuizioni felici, visioni poetiche che alleggeriscono la tensione dentro parentesi di pace.
A dimostrazione della priorità della sfera visiva nella regia di Ronan Day-Lewis, la scena che fa da preludio al finale di Anemone è caratterizzata da un forte impatto "plastico": una grandinata di proporzioni bibliche in cui fede, natura e vento (di nuovo) sembrano incontrarsi, come momento necessario alla realizzazione della catarsi.
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