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Perché La La Land è già storia

Chi scrive è un ragazzo di 28 anni, classe 1990; un appartenente alla categoria dei cosiddetti millennials, cioè coloro nati tra il 1980 e il 2000.

 

Questa specificazione è importante, perchè serve per introdurre un doveroso preambolo di carattere storico-sociale. 

 

 


Ci sono film che appartengono a generazioni intere e ne sono rappresentanti.

Parlando di musical, che è uno dei generi per antonomasia, in quanto delineato in canoni ben specifici e riconoscibili, si potrebbe pensare, con naturale immaginazione, che i capolavori degli anni ’50 quali Cantando sotto la pioggia e Un americano a Parigi appartenessero alla generazione dei nostri nonni. 

 

Erano gli anni della rinascita post-bellica, della voglia di cambiamento, dei blue jeans, dei formati panoramici nelle sale cinematografiche; uno spaccato che sarebbe stato ben rappresentato, vent’anni dopo, in un altro celeberrimo musical: Grease.

 

In ogni caso, i film di Gene Kelly e Vincente Minnelli sopracitati, a cui se ne potrebbero aggiungere tanti altri, da Spettacolo di varietà a Gigi, da Sette spose per sette fratelli a È nata una stella, potevano contare sull’apporto dei più grandi coreografi del mondo, che riempivano le scene di balletti allegri e spensierati, sullo sfondo delle monumentali scenografie colorate degli Studios.

 

Il CinemaScope era stato brevettato da poco tempo (fu utilizzato per la prima volta nel 1953, per il film La Tunica), dunque vi era tutta la frenesia di sfruttare al meglio questa nuova, straordinaria possibilità.

 

 

Erano gli anni ’50, erano gli anni dei grandi musical.

 

Quello degli anni ’50, però, fu anche l’ultimo grande decennio del cinema americano classico, che cominciava già nella sua seconda metà a mostrare i primi segni di spossatezza; con esso, i calderoni che sarebbero stati contagiati in misura maggiore erano il western e, appunto, il musical, cioè i due generi americani per antonomasia, nati e coltivati nella terra dello Zio Sam.  

 



Un regista come Robert Wise, ad esempio, ha allestito il terreno per il musical moderno; basti pensare a titoli celebri quali West Side Story, pluripremiato agli Oscar, e Tutti insieme appassionatamente, che ha lanciato la carriera di Julie Andrews.

 

Sotto questo punto di vista, quello dei '60 fu proprio il decennio di transizione tra i due mondi, una sorta di limbo tra il vecchio e il nuovo cinema.

 

Con l’avvento della New Hollywood, sul finire degli anni ’60, il musical subì dunque una massiva decodificazione da parte dei giovani autori dell’epoca.

La letizia lasciava spazio al dolore, la spensieratezza al pessimismo, il cielo azzurro agli ambienti bui.

 

I musical degli anni '70 erano opere mature, che nella maggior parte dei casi affrontavano un tema sensibile sullo sfondo della storia: la questione razziale in Cabaret, ambientato nella Germania nazista; il logorio fisico in All That Jazz; la difficoltà di conciliare vita privata e carriera in New York, New York; la rappresentazione malinconica del mondo hippie e il dramma della guerra del Vietnam in Hair.

 

Che dire poi di The Rocky Horror Picture Show?

Un musical con protagonista uno scienziato pansessuale; qualcosa di assolutamente impensabile fino a un paio di decenni prima.

 

Due dei titoli sopracitati, caso vuole, vedevano come protagonista Liza Minnelli, cioè la figlia di Judy Garland, anch’essa diventata famosa grazie al suo talento canoro.

Un passaggio di testimone madre-figlia, che rispecchiava in modo esemplare la transizione tra due diverse fasi cinematografiche, due diversi modi di fare il cinema e, nel dettaglio che a noi ora interessa maggiormente, due diverse tipologie di musical.

 

Parliamo di un’epoca nella quale non c’era più spazio per film dalle trame leggere e distese; la ribellione del ’68, la rivoluzione sessuale, le grandi marce per i diritti civili e la guerra del Vietnam avevano mutato per sempre la società americana, e il cinema non poteva che esserne lo specchio più fedele.

 

Erano gli anni ’70.

Quelli erano i musical dei nostri genitori. 


 

 

 

E noi?

Se oggi dovessimo tentare la medesima operazione mentale, quale potrebbe essere il musical della nostra generazione, quella dei millennials?

 

Moulin Rouge, del 2001?

No, sicuramente un buon film, ma forse eccessivamente barocco per poter compiacere una larga platea di ragazzi e ragazze.

 

Chicago, del 2002?

Nemmeno; un’opera nata e pensata per il teatro (si tratta dello spettacolo americano con il maggior numero di repliche sia a Londra che a Broadway), che risente parecchio della propria origine da palcoscenico e che è poco adatta, probabilmente, a essere trasposta su un set con la medesima efficacia.

 

Alla sua uscita, Chicago conquistò comunque ben sei premi Oscar, tra cui quello principale come Miglior Film (l’Academy, tradizionalmente, ha sempre avuto un debole per questo genere di film), ma in ogni caso, il successo presso il pubblico giovanile era tutto un altro discorso. 

 

Forse Nine allora, del 2009?

Neanche a parlarne; un maldestro tentativo di emulare 8 1/2 di Federico Fellini, nulla di più.

 

Ecco che allora salta subito all’occhio come, di fatto, mancasse sul serio un musical che potesse portare più persone possibili nelle sale, e non solo in America, ma un po’ ovunque; un film che fosse stato in grado di far avvicinare i più giovani a un genere, quello del musical, che nelle ultime tre decadi aveva sempre goduto di poco entusiasmo e considerazione, proprio perchè etichettato come un genere appartenente al passato, a un’epoca che non ci può appartenere, un qualcosa ritenuto troppo lontano da noi e dai nostri gusti estetici, e per questo circondato da un’aura di così poca appetibilità.

 

“Io che guardo un film dove cantano e ballano?

No grazie”.

 

Se ci pensate bene, i commenti sono sempre stati più o meno di questo tipo, soprattutto sui social network.

C’è anche da precisare che le generalizzazioni sono a priori sbagliate: a me, ad esempio, il musical è sempre piaciuto; l’ho sempre reputato un genere che meritasse una maggiore fiducia e sicuramente ci sarà qualcun altro, tra coloro che stanno leggendo l'articolo in questo momento, che la pensa in maniera simile. 

 

Ma diciamoci la verità: oggigiorno, ci sono più possibilità di incontrare coetanei che non lo apprezzino, piuttosto che il contrario.

Se a un utente a caso si ponesse la domanda: “Qual è il tuo genere preferito?”,

ecco, diciamo che è più probabile che ti risponda “Il thriller” piuttosto che “Il musical”.

 

Mancava, insomma, il titolo che avrebbe posto fine a questa lunga fase di magra e che avrebbe cancellato ogni pregiudizio di sorta; il titolo che avrebbe avuto, per l’attuale generazione, la stessa importanza che ebbe Cantando sotto la pioggia mezzo secolo fa, o Cappello a cilindro ancora prima.

 

Questo titolo ha visto finalmente la luce: La La Land spezza la catena ed entra nella storia.

È il nostro musical, è il musical che ricorderemo tra vent’anni.

 

Sin dall’uscita del trailer era già chiaro che questo film sarebbe ben presto entrato nel cuore di moltissime persone; lo si respirava con largo anticipo.

 

Era qualcosa che traspariva già dalle immagini, dai colori, dalle splendide canzoni; senza contare, inoltre, che la coppia protagonista era formata dagli affiatati e affascinanti Ryan Gosling ed Emma Stone in quelli che, ora possiamo dirlo, si sono già rivelati come i ruoli di una vita intera.

 

 

 

Ma qual è il vero segreto?

Cosa rende La La Land un musical diverso, rispetto a tutti gli altri usciti dal 2000 in poi?

 

Qui entra in scena il giovane regista Damien Chazelle, balzato agli onori della cronaca due anni prima, grazie a quel gioiellino indipendente di Whiplash.

Anche in quel caso la musica la faceva da padrona, ma in modo del tutto differente. 

 

Di base, Whiplash era un film drammatico, che ti portava a riflettere sul sacrificio e sul peso delle motivazioni.

Affrontare un genere come il musical sarebbe stata tutta un’altra storia; affrontarlo con successo, poi, sarebbe parso quasi un’utopia, a maggior ragione per un così giovane addetto ai lavori.

 

Eppure, Chazelle riesce nell’intento; tirando fuori dal cilindro la combinazione vincente, La La Land appare come il perfetto punto di incontro tra il musical classico e la commedia romantica moderna.

Una commistione sublime.

 

E si ferma qui?

No, La La Land si prefigura come la più stratificata delle torte.

 

Prima di tutto, è un atto d’amore nei confronti del cinema tout court, senza distinzione di genere. 

I riferimenti sono così tanti, che probabilmente solo quell’essere mitologico metà uomo e metà celluloide chiamato “cinefilo”, potrebbe essere in grado di cogliere con una certa immediatezza.

 

Non ci sono invece evidenti segnali che ti facciano supporre che vi sia una precisa collocazione temporale e che la trama sia quindi ambientata ai giorni nostri.

Lo spettatore può ovviamente immaginare che sia così, in cuor suo, ma all’interno della narrazione questo aspetto appare decisamente sottotraccia; perchè la sensazione è quella di assistere a una storia come sospesa nel tempo, svincolata da tutto.

 

E quale luogo migliore di Los Angeles avrebbe potuto suscitare una tale percezione?

La città della settima arte per antonomasia, dove si respira e si parla di cinema a ogni angolo di bar, e nelle cui strade il passato e il presente si mescolano in continuazione, fino a confondersi. 

 

 

 

Che si tratti di una storia senza tempo, lo si intuisce anche dalla formazione cinefila di Mia, la nostra protagonista; è cresciuta guardando pellicole in bianco e nero come Susanna o Notorious (per sua stessa ammissione) e le pareti della sua abitazione sono abbellite da poster raffiguranti Ingrid Bergman e Burt Lancaster.

Tutti nomi immortali, insomma. 

 

L’omaggio alla stagione del cinema americano classico e al divismo hollywoodiano non poteva essere più palese.

 

E qui si inserisce un’altra riflessione: una tale esplicitazione costituisce una delle caratteristiche più precipue del genere stesso. Il musical in generale, infatti, segue regole diverse rispetto alle altre tipologie di film.

 

È come se facesse un patto con lo spettatore, mettendo in chiaro sin da subito che quello che stiamo guardando è volutamente e squisitamente artificioso; dal font utilizzato per il titolo e per le didascalie fino ai dialoghi, passando per i variegati costumi di scena.

 

Come nel fantasy o nella fantascienza, lo spettatore accetta tacitamente eventi fuori dall’ordinario; che da un momento all’altro, per esempio, un vialone si possa riempire di persone urlanti di gioia, che si muovono sincronizzati a ritmo di musica, o che due amanti possano librarsi in volo e ballare sopra le nuvole, come nulla fosse.

 

I protagonisti di La La Land fanno esattamente questo: vivono un film (il loro film), dentro un altro film (il nostro film). 

 

Sempre in quest'ottica, un altro tratto distintivo del musical è che i personaggi guardano spesso e spudoratamente verso la macchina da presa, infrangendo la quarta parete e gettando via la maschera.

In La La Land questo succede già nei primissimi secondi, in un incipit che non potrebbe essere più grandioso: una folla di individui che ballano e cantano sui tettucci delle loro automobili, nel bel mezzo del traffico californiano; un piano sequenza da applausi. 

 

Questa scena, tra l’altro, è stata ricreata in modo parodistico dal comico e conduttore Jimmy Fallon, per la presentazione della cerimonia dei Golden Globe 2017 (in quella circostanza Fallon amoreggiava con Justin Timberlake); in verità, già quel divertente tributo iniziale aveva il sapore di una serata a senso unico, alla fine della quale il film di Chazelle si sarebbe portato a casa ben sette premi in altrettante categorie, record assoluto nella storia della cerimonia. 

 


Azzeccatissima, poi, la scelta di scandire il racconto sulla base delle quattro stagioni, metafora delle fasi della vita e della relazione tra Mia e Seb: si parte con l’inverno, con l’inizio della storia e l’incontro tra i due protagonisti; poi la primavera, con la nascita dell’amore (a primavera tutto fiorisce, d’altronde); a seguire, l’autunno, quando cominciano a delinearsi all’orizzonte i sintomi della crisi (che viene simbolicamente preannunciata dalla chiusura del piccolo cinema d’epoca, il Roialto); e infine ancora l’inverno, con un nuovo inizio (di vite e carriere) e il nuovo incontro tra Mia e Seb. 

 

Il cerchio è chiuso. 


 

 

 

I momenti indimenticabili del film, comunque, sono tanti e diversi tra loro; oltre alla scena d’apertura, ci terrei a citare in particolare il ballo a mezz’aria nell’Osservatorio Griffith, edificio che era stato mostrato allo spettatore giusto qualche minuto prima in un altro film, Gioventù bruciata (altro celebre titolo degli anni ’50, fai caso).

 

Molteplici i punti di riferimento utilizzati dal regista per la messa in scena: il più importante dei quali, forse, risiede nel magico ed emozionante finale per il quale Chazelle si è evidentemente ispirato, invertendo però i ruoli, a quel New York, New York di Martin Scorsese, già citato sopra nella premessa storica.

 

In quell’occasione il personaggio interpretato da Robert De Niro, il sassofonista Jimmy, rivedeva dopo tanto tempo l’amore della sua vita, una ormai affermata Francine (Liza Minelli), applaudendone la performance canora all’interno di un famoso e gremito locale di New York.

Nel film di Chazelle i toni sono decisamente più malinconici ed è il personaggio femminile, Mia, a godere della performance musicale, ma il parallelismo è comunque cristallino.

 

Così come è cristallino il messaggio di chiosa: è davvero possibile vivere un grande amore, o siamo destinati a trascorrere la nostra intera esistenza con il rammarico di quello che poteva essere, ma che non è stato? 

 

L’andamento della storia parla da solo; quando erano nei guai, entrambi vessati dalle difficoltà economiche e costretti a convivere con l’impossibilità di far avverare i propri sogni, Mia e Seb avevano nient’altro che loro stessi, l’uno per l’altra: erano “The Fools Who Dream”, semplicemente.

 

La scintilla aveva trovato un terreno fertile e libero, per poter esplodere e farli innamorare.

 

Man mano che i loro percorsi professionali prendevano forma qualcosa ha iniziato a incrinarsi nel rapporto, come se quel sentimento fosse talmente grande da meritare un altrettanto ampio spazio, che fosse staccato da tutto il resto.

Per usare un'immagine cara alla trama del film, si trattava di un amore che doveva necessariamente essere protagonista assoluto del palcoscenico (la vita), senza che fosse schiacciato o messo in ombra da interpreti di contorno (la carriera, il desiderio di fama e successo).

 

Ma è qualcosa che si è spezzato in modo definitivo e inequivocabile?

“Io ti amerò per sempre”: Mia suggerisce di no.

 

Continuerà a esistere nei loro cuori e nei loro ricordi; la realtà parallela che ci viene mostrata non è altro che il nascondiglio segreto dei loro sogni, dove rifugiarsi in qualunque momento e in qualunque luogo.

 

Una consapevolezza che si intravede nel primo piano conclusivo di Sebastian, che suggella un’opera assolutamente perfetta, in ogni singolo punto. 

 

 

 

Durante i titoli di coda si ha come la sensazione di aver appena assistito a qualcosa di importante, qualcosa di unico, che costituirà la base di partenza per eventuali progetti futuri dello stesso genere e realizzati da altri cineasti.

 

E non importa che sia uscito sconfitto all’edizione degli Oscar (impossibile dimenticare come andò l'edizione 2017, ma qui trovate il mio articolo in merito), perchè quello che davvero conta è l’impatto che il film è riuscito ad avere in così poco tempo, entrando già nell’immaginario collettivo.

 

La La Land è il musical del nuovo millennio.

 

E finalmente possiamo dirlo: è IL NOSTRO MUSICAL.

 

Chi lo ha scritto

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19 commenti

Marco D'Ambrosio

6 giorni fa

Questo film è una gioia per gli occhi, è un film che fa sognare, con una colonna sonora indimenticabile, che ancora oggi canticchio. 
La prima volta che vidi La La Land ero molto titubante, per il motivo citato nell'articolo: il genere. Non mi ero mai approcciato al musical, questo film me lo ha fatto scoprire ed apprezzare e ora sto recuperando i musical del passato... anche per questo La La Land è storia.

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I cineasti

28 giorni fa

senza dubbio uno dei film che più mi incuriosisce e che ancora devo vedere (mi chiedo il perche). In ogni caso devo recuperarlo

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Rocco Zaccaro

30 giorni fa

Visto inizialmente con un po' di titubanza, persistente sopratutto nei primi minuti.
Bella la sequenza iniziale, a tratti pesanti quelle subito successive, dopodiché penso di essermi innamorato.
Vogliamo parlare del trip finale? Poesia che fa del (finto) "vecchio stile" la sua bellezza.

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Davide Pontis

30 giorni fa

Al momento, per me, il miglior film di Chazelle; regia incredibile, colonna sonora stupenda e interpretazioni magnifiche.

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Elia Tron

1 mese fa

Ma quanto è bello La La Land? Che film incredibile! 😍

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Sergio Piras

1 mese fa

Innamorato di questo capolavoro. Una colonna sonora da sogno per un film incredibile. L’unica locandina appesa in camera (per adesso).

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Vi.

1 mese fa

Articolo stupendo! Sono d'accordo con tutto, io ho adorato La La Land (per non parlare dei pianti che mi sono fatta nell'ultima mezzora)!

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Sasuke

1 mese fa

SI SI SI SI....d'accordo su tutta la linea, un film che è già nella storia e fare la storia del cinema, da guardare non una, non due, ma cento volte 😍

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Filippo Soccini

1 mese fa

La La Land è un capolavoro. Punto. E il merito secondo me va anche a Benj Pasek e Justin Paul che sono dei geni.

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Filippo Soccini

1 mese fa

La La Land è un capolavoro. Punto. E il merito secondo me va anche a Benj Pasek e Justin Paul che sono dei geni.

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Grazia173

1 mese fa

Completamente d'accordo.
Prima di La la land ammetto che anche io avevo pregiudizi sui musical ed ero ero restia a vederli. Mai avevo immaginato di andare al cinema a vederne uno e invece La la land mi ha portata in sala 2 volte 😂

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Yuri Palamini

1 mese fa

Sono 2 anni ormai che mi dico "mi passerà la cotta per La la land prima o poi"... Ed invece no! Mi è entrato nel cuore come pochi altri film hanno saputo fare! Sicuramente del nuovo millennio è il miglior musical fatto, poi su tutti i musical della storia del cinema si può discutere, ma per me è nella top3 almeno.... 💖

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Federico Rossato

1 mese fa

Spesso sono dei piccoli dettagli che gridano più di qualsiasi altro. Ho ancora nelle orecchie la melodia di Sebastian e Mia, ho ancora nelle orecchie il suo suono malinconico nel finale ed ho ancora nelle orecchie quella nota sospesa, quasi non si volesse realmente accettare la fine del proprio sogno. Io non sono un fan dei musical, tutt'altro, e continuo a credere che "La La Land" sarebbe potuto essere un film meraviglioso anche senza canzoni, Chazelle è un mostro con la cinepresa e l'intensità dei due protagonisti avrebbe compensato la pirotecnicità dei brani, ma questo non toglie che sia un ottimo film, una perla soprattutto per quei folli che sognano. Mi viene in mente "Scrubs" ed il famoso scambio di battute tra Kelso e JD: "Are you an idiot?" "No, I'm a dreamer". "Scrubs" e "La La Land" sono due facce della stessa medaglia: "chi dice che le mie fantasie non si avvereranno?" però è necessario, nonostante non si voglia concludere la propria canzone, alzare lo sguardo e non incatenarsi in un sogno, bensì ricominciare a vivere.

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Domenico Guarino

1 mese fa

D’accordissimo, parole bellissime e articolo bellissimo
Per citarti fin dal trailer ho capito che sarebbe stato qualcosa di eccezionale e sarebbe stato storia!

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rdech

1 mese fa

Eh vabbenee stasera mi tocca un rewatch e un pianto sicuro, grazie.

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D'accordissimo su tutto! Io a distanza di due anni ancora mi ascolto la colonna sonora tutti i giorni, ho come sfondo del pc Mia e Sebastian e credo che sia uno dei film più belli che abbia mai visto!

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Samuele Monzani

1 mese fa

Solo applausi per questa analisi, sono d’accordissimo su tutto!

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Uno di quei pochissimi film che potrei vedere anche 100 volte ma che continuerà a emozionarmi come la prima

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