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Tre manifesti a Ebbing, Missouri - Recensione

Missouri, profondo sud degli Stati Uniti.

Determinata a far luce sullo stupro e l’omicidio di sua figlia, Mildred Hayes decide di sollecitare l’intera comunità di Ebbing, noleggiando al confine della cittadina tre grandi manifesti con un messaggio di protesta rivolto allo sceriffo Bill Willoughby e al suo fidato agente, Jason Dixon.

 

 

 

 

 

È interessante constatare come la qualità media dei film americani presentati in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia sia aumentata a dismisura negli ultimi tre-quattro anni: Gravity, Philomena, Birdman, Il caso Spotlight, Animali notturni, Arrival, Jackie, La La Land; tutti titoli che avrebbero poi dominato la stagione invernale dei premi, che si sarebbero rivelati plurivincitori di Oscar e che, più in generale, avrebbero conquistato ampi consensi di critica e pubblico.

 

E anche nel 2017 la musica non è cambiata.

Alberto Barbera e soci sono stati bravi a indovinare ancora una volta i titoli giusti, rendendo il festival italiano una prestigiosa vetrina per La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, vincitore lo scorso 4 marzo di quattro premi Oscar (tra cui Miglior Film e Miglior Regia) e per questo straordinario, terzo lungometraggio dell’irlandese Martin McDonagh, il cui esordio risaliva a dieci anni prima con il thriller In Bruges

 

Non resta che augurarsi che le cose continuino ad andare in questo modo, che i titoli presentati in quest'ultima edizione del 2018, tra cui Roma, La favoritaFirst Man, possano andare incontro alle medesime fortune dei predecessori e, più in generale, che il Lido possa recuperare sempre di più quell’aura magica, che negli ultimi decenni aveva sensibilmente perso a favore dei cugini francesi di Cannes.

 

Nonostante la sinossi (semplice sulla carta) non ne dia piena impressione, Tre manifesti ad Ebbing, Missouri è un film stratificato, intessuto di sottotrame e in grado di offrire innumerevoli spunti di riflessione sui temi più cari alla Hollywood neopuritana: la discriminazione razziale, le falle del sistema di polizia, l’anarchia della provincia americana, la tempra femminile. 

 

L’ambientazione di provincia, quella del sud, in particolare, costituisce da sempre il contesto ideale per raccontare una storia, cruda e disincantata, in cui la paura del diverso e la mancanza di ordine sembrano aver sostituito da anni le regole basilari della convivenza civile. 

In un contesto del genere, risulta ancora più immediata la caratterizzazione e più efficace l’isolamento del personaggio dell’americano medio, individuo razzista, omofobo, conservatore e privo di un qualunque stimolo positivo. 

 

Tutti i personaggi che ci vengono presentati sul grande schermo, protagonisti e non, risultano come provati dalla vita, appaiono emotivamente fragili e vivono un proprio dramma. Ognuno è colpevole di qualcosa e ognuno è alla ricerca a sua volta di un colpevole; chi per poter smussare o allontanare i sensi di colpa, chi per riversare su altri la propria frustrazione o insoddisfazione.

 

Due cose sembrano accomunare tutti: la rabbia repressa e l’evento che in modo più o meno diretto ha toccato le loro esistenze, cambiandole per sempre; l’omicidio della figlia di Mildred, Angela.

 

È proprio la caratterizzazione dei personaggi a costituire il maggior punto di forza del film: anche quelli che occupano poco tempo sullo schermo in fatto di minutaggio, offrono comunque un motivo per essere ricordati, proprio per il loro essere naturali, spogliati di un qualunque velo e privi di qualunque maschera, così umani e imperfetti; e quei momenti di black comedy, che non possono non ricordare a tutti il cinema dei fratelli Coen, non li fanno mai precipitare nella macchietta o nel banale, né hanno la mera funzione di procurare ilarità gratuita, ma sono anzi finalizzati ad amplificare ancora di più la riflessione di fondo e a ridare in tal modo ossigeno a temi delicati quali ingiustizia sociale e paura del diverso, che sono sempre stati spremuti (forse troppo?) in lungo e largo nel cinema americano, e che dunque richiedevano di essere affrontati da un’angolazione diversa, inedita, ben lontana dai manierismi di Mississippi Burning o dalla retorica melensa de Il momento di uccidere.

 

 

 

 

 

Il film non fa sconti né distinzioni, perché quello che viene raccontato è un mondo senza orizzonti, nel quale non può ergersi una persona al di sopra di tutti gli altri.

 

McDonagh è infatti bene attento a non schierarsi e a non mettere mai in evidenza gli aspetti positivi dei personaggi, nemmeno quelli della protagonista, che pure avrebbe anche i suoi motivi per ottenere la simpatia da parte del pubblico; ha perso una figlia e non ha avuto giustizia, eppure anche lei ci viene presentata come una persona che ha commesso delle colpe, sia nei confronti di Angela (come viene mostrato attraverso un breve flashback), sia nei confronti della stessa polizia e comunità locale (appicca un incendio, causa stress allo sceriffo malato di cancro, rifiuta uno spasimante in modo sprezzante).

 

È una donna forte, ruvida, provata dalla vita, ma non è innocente; nessuno può esserlo a Ebbing.

 

La bravura del regista risiede proprio in questo aspetto, nel presentarci tutti i personaggi senza alcun filtro intermedio, evitando di cadere nelle trappole buoniste e rifiutando una qualunque distinzione manichea in senso assoluto.

 

Nel mondo delineato da McDonagh non esistono infatti buoni e cattivi.

L'unico cattivo in senso stretto, vale a dire l'assassino di Angela (chiunque esso sia), è anche l’unico personaggio che non ci viene nemmeno mostrato; tutti gli altri non sono che comuni cittadini, cresciuti in un ambiente difficile, ognuno con dilemmi personali, che influenzano anche la vita di coloro che gravitano intorno.

 

Il comportamento cinico e disincantato di Mildred, ad esempio, influenza la vita del figlio adolescente Robbie, costretto ad assumersi responsabilità più grandi di lui; e ancora, l'atteggiamento arrogante e razzista dell’agente Dixon, proprio per il ruolo pubblico che ricopre, influenza la vita dei cittadini, vittime di un sistema di polizia che troppo spesso in America abusa del proprio potere; Dixon che a sua volta è influenzato dall’anziana madre, la quale sembra ancora essere legata a un’epoca, quelli degli anni ‘50 e ‘60, nella quale gli afroamericani venivano picchiati, non avevano diritto di voto ed erano ancora considerati come essere inferiori rispetto ai bianchi (soprattutto al sud).

 

Nelle dinamiche dei rapporti che vengono a crearsi (o che sono già instaurati), salta subito all’occhio come nessuno paghi veramente per gli sbagli che compie: chi per aver massacrato un giovane ragazzo, reo di aver semplicemente fatto il proprio mestiere; chi per aver incendiato il commissariato di polizia; chi per aver distrutto i tre manifesti; e si potrebbe andare avanti.

 

Verrebbe quasi da dire che hanno già pagato tutti vivendo una vita misera, ognuno soffrendo a suo modo: Mildred, per aver perso una figlia; il primogenito della donna, costretto dalle circostanze a crescere più in fretta del dovuto; l’ex marito di Mildred, che sente il bisogno di frequentare una diciottenne (alquanto picchiatella) per occupare la mente e trovare nuovi stimoli nella vita; lo sceriffo Willoughby, malato terminale di cancro; la moglie dello sceriffo, che soffrirà per il suicido dello stesso; l’agente Dixon, un omosessuale represso che ha passato l’intera sua esistenza a mentire agli altri e a se stesso, cresciuto senza un padre e vessato dalla madre; il personaggio affetto da nanismo, James, rifiutato da Mildred e in generale schernito per il suo aspetto fisico; il giovane pubblicitario pestato da Dixon, punito per aver concesso alla donna il noleggio dei tre manifesti (ma probabilmente anche per il suo orientamento sessuale); il nuovo sceriffo di colore subentrato a Willoughby, vittima di razzismo.

 

Tutti i personaggi della storia, insomma, vengono in un certo modo discriminati e mostrati nella loro sofferenza; tranne una persona.

Chi? Il vero colpevole, l'assassino della ragazzina, colui che ha commesso l'atto da cui è scaturita la reazione a catena che ha coinvolto direttamente o indirettamente gli abitanti di Ebbing.

 

 

 



Come già accennato sopra, l’omicida di Angela non viene mostrato, né si conosce il suo nome o la sua ubicazione; fino a prova contraria, potrebbe trattarsi benissimo di un vicino di casa di Mildred, o magari di un forestiero proveniente da un altro stato.

 

Mi piace pensare che la decisione di non rivelare l’identità dell’assassino serva al regista per concentrarsi esclusivamente sugli altri personaggi e che un episodio tragico, qual è la morte di una ragazzina, funga solo da pretesto per mettere in moto la narrazione, perché la missione che il film intraprende in seguito non può riguardare banalmente una caccia all’uomo, ma è finalizzata a offrire una panoramica dettagliata e ragionata su un intero tessuto sociale, quello degli ultimi, dei perdenti, per i quali il sogno americano si è trasformato in un incubo.

 

L’omicida di Angela è proprio l’ultima preoccupazione nella mente del regista, impegnato giustamente a dare risalto ai veri protagonisti e a dedicare spazio e tempo al loro sviluppo, lento quanto imprevedibile.

 

A questo proposito, è interessante notare come la chiave di volta del film, decisiva nell’evoluzione dei rapporti interpersonali, sia tutta da ravvisare nella lettera che lo sceriffo lascia in eredità a Dixon, il quale aveva sempre visto nel personaggio di Harrelson la figura paterna che egli non ha mai avuto; il messaggio che lo sceriffo lascia al giovane agente è un messaggio di speranza, apertura, amore. L’amore è il fattore decisivo, che sfugge a tutti i personaggi, soli e arrabbiati con il mondo intero, ognuno con la presunzione di essere (da solo) migliore degli altri.

 

È anche per questo motivo che Dixon e Mildred, alla fine, non sono pienamente convinti di commettere l’omicidio del reduce di guerra, perché facendolo diventerebbero alla stregua di chi ha ucciso Angela.

È solo desiderio di vendetta che li ha guidati per tutto il film, unitamente alla convinzione che questo potesse farli sentire meglio.

 

Ma quella non sarebbe la strada più corretta, ma solo quella più semplice; entrambi sanno in cuor loro che uccidere uno stupratore qualunque (scovato anche a caso, tra l'altro) non basterà, ma soprattutto non servirà a farli sentire meglio, a cancellare la loro sofferenza, i loro pensieri, i loro martellanti sensi di colpa, né tantomeno a riportare in vita la povera ragazzina stuprata.

 

 

 


 

L’atteggiamento deciso con cui Mildred affronta sin dall’inizio lo sceriffo scaturisce da un trascorso fatto di rimpianti.

 

La donna è mossa più dai sensi di colpa, piuttosto che da un vero e proprio senso di giustizia; non riesce a perdonare se stessa, ancor prima di colui che le ha portato via la figlia.

Mildred si era infatti rifiutata di prestare l'auto alla ragazzina costringendola così ad andare in città a piedi da sola, il giorno in cui la stessa venne uccisa. Uno sbaglio che avrebbe tormentato la donna in eterno.

 

L’unica cosa che può fare è perdonare se stessa e continuare a vivere, andare avanti (cosa che è metaforicamente rappresentata dal viaggio in auto verso un altro stato, negli ultimi minuti del film) e imparare, una volta per tutte, a convivere con il proprio passato drammatico, a tenere bene a mente gli errori commessi nell’arco di una vita intera, per non ripeterne in futuro.

È tutto ciò che resta a disposizione di Mildred e Dixon.

 

Nell’attimo in cui si riuniscono, per sostenersi a vicenda, si rendono finalmente conto di essere più simili di quanto avessero mai pensato, entrambi uniti da un tormento interiore che non dà loro pace; a quel punto, è come se il dolore solidarizzasse con il dolore.

Forse sarà l’inizio di un’amicizia, chi lo sa, un momento cruciale per ricominciare a vivere che nulla ha a che fare con la cattura di un assassino ignoto.

 

Se ci pensiamo bene, ciò che fa unire Dixon e Mildred è proprio il fatto di non aver trovato davvero il colpevole per la morte di Angela.

 

È proprio paradossale come la mancata risoluzione del mistero faccia scaturire tutto il bene dai personaggi e provochi l'incedere della narrazione, perché così facendo, ognuno di loro sarà costretto a fare i conti, una volta per tutte, con la propria coscienza: la madre per non essere stata una brava madre; il padre per non essere stato un bravo padre; la polizia per non aver svolto adeguatamente il proprio dovere quando poteva farlo e non aver evitato che tragedie del genere potessero verificarsi; e così via. 

 

Il fare conti con se stessi vuol dire prendere consapevolezza della realtà tragica e ingiusta in cui la comunità vive, che è frutto del potere e delle decisioni dei singoli; e questo serve a tutti per accettare le proprie responsabilità.

Il mondo lo plasmiamo noi, giorno dopo giorno.

 

 

 


 

Il regista mette in scena una storia che, almeno inizialmente, sembra possa ruotare attorno alla ricerca di un colpevole, ma che vira nel corso dei minuti verso tutt'altra direzione ed è soggetta, fino alla fine, a continui cambi di rotta, che non possono fare altro che sorprendere anche lo spettatore più preparato e attento.

 

Poteva essere un copione già visto, un thriller ordinario con al centro la ricerca di un criminale e invece no, il film va oltre, diventando quindi mezzo di indagine sociale e mostrando come una piccola comunità, che già sopravvive su un precario equilibrio sociale, rischi di autodistruggersi definitivamente a causa di un singolo evento, che ha messo all’angolo polizia e istituzioni.

La metafora di una nazione intera.

 

Anche quando sembra ci possa essere una rivelazione chiave che faccia luce sulla vicenda di Angela, come avviene nella scena del bar, durante la quale lo spettatore, ascoltando il dialogo tra il reduce di guerra traumatizzato e un altro uomo pensa per qualche secondo di aver trovato davvero il colpevole, McDonagh è bravo a frenare e a far nuovamente cambiare rotta al film, rendendo lo spettatore quasi compiaciuto per il fatto che si trattasse di un falso allarme.

 

L'intera vicenda non è altro che un iter di purificazione collettivo e tutta l'attesa per qualcosa che sembra possa verificarsi da un momento all’altro serve solo a rimandare di continuo la catarsi, che forse non arriverà mai; ma come già detto, al regista questo non pare importare, perché non conta la decisione che verrà presa alla fine di quel viaggio in auto (e infatti il film si interrompe lì), bensì tutto quello che c'è stato in mezzo; la sofferenza, la presa di coscienza e l’accettazione di un destino nefasto, unitamente alla consapevolezza di poter e voler guardare avanti, per crescere come uomo e rappresentante della legge (nel caso di Dixon) e migliorare come madre (nel caso di Mildred), senza alcuna scorciatoia intermedia.

 

Non c’è spazio per lieti fine o soluzioni conciliatorie, McDonagh è cinico nella messa in scena, tanto quanto il personaggio della protagonista (una straordinaria Frances McDormand meritatamente premiata con l’Oscar, insieme al collega Sam Rockwell), ed è bravo fino alla fine nell’optare per una soluzione originale, che lascia il dubbio allo spettatore su quello che possa effettivamente essere il destino di Mildred e Dixon. 

 

 

 



Uccideranno davvero lo stupratore del bar, oppure il loro riscatto risiede proprio qui, nel fatto che nemmeno loro siano sicuri di voler diventare assassini, facendo sovrastare in tal modo la propria lucidità in mezzo alla più completa anarchia che si era respirata fino a quel momento?

 

Pare se ne rendano conto entrambi proprio nei secondi finali del film, con l'ultima battuta di Mildred:

"Ma vogliamo davvero farlo?"; il dubbio non solo li rende umani, nella loro irrequietezza e confusione, ma palesa soprattutto la volontà di domandarsi quale sia la scelta migliore da compiere.

 

Non si danno ancora una risposta, ma semplicemente decidono di proseguire lungo la strada, chissà, forse a ripensare per l'ennesima volta alle loro esistenze, ma senza per questo macchiarsi le mani di sangue.

Ne è stato sparso fin troppo.

 

 

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8 commenti

RayRJJackson

7 mesi fa

Ottima recensione. Mi è piaciuto molto il film. Forse uno dei migliori candidati agli Oscar 2018 e forse uno dei pochi a meritare VERAMENTE l'Oscar come Miglior Film.

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Benito Sgarlato

8 mesi fa

Quando è uscito al cinema non sono potuto andare a vederlo, ed è da allora che penso a questo film... così qualche giorno fa ho ordinato il blu-ray e oggi è finalmente arrivato, insieme ad altri 4. Ho appena finito di guardarlo, che dire... ne è valsa sicuramente l'attesa!
Ora sto guardando le scene tagliate, un vero peccato che non siano state incluse nel montaggio finale; in particolare una mi ha colpito: "Dixon interroga Denise"
Denise: "Quando morirà, prenderà il suo posto?"
Dixon: "... non voglio pensarci."

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Antonella

8 mesi fa

scritto e interpretato meravigliosamente, meritava l'oscar per il miglior film secondo me

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Nicolò Murru

8 mesi fa

Film capolavoro. Meritava assolutamente l'Oscar come miglior film.

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Luca Buratta

10 mesi fa

Un aspetto interessante di questo film è che mette in scena tante forme di violenza diverse: la violenza fisica, nella bellissima scena del pestaggio; la violenza verbale, nei tanti scontri in cui è coinvolta, solitamente, Mildred, in special modo quello che ci viene mostrato con la figlia, in cui lei sembra essere tutto tranne che una madre amorevole, e si capisce anche come questa disperata ricerca di vendetta/giustizia sia un modo per mettersi prima di tutto la coscienza a posto; la violenza della discriminazione, che sia razziale o dettata dal pregiudizio o da una menomazione fisica; l'oppressione, tema che in effetti si riscontra in quasi tutti i film americani ambientati in quelle cittadine sperdute, segno che c'è qualche parte degli Stati Uniti dove siamo fermi a un secolo fa. La violenza è anche materialmente mostrata, è un film dove il fuoco, le ferite, le percosse, non vengono risparmiate allo spettatore. Il tutto contribuisce a creare una sorta di disagio in chi guarda, acuito dal fatto che è impossibile prendere le parti di uno dei personaggi, dato che ognuno porta il peso di una colpa da espiare. 
Una sceneggiatura molto bella, e un cast perfetto (La McDormand per la verità è sempre perfetta, un'attrice meravigliosa).

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Drugo

10 mesi fa

film della madonna

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Martina Cellanetti

10 mesi fa

Sono passati mesi da quando ho visto questo film, eppure non riesco a smettere di pensarci; devo ringraziarti perché mi hai fatto notare nuove chiavi di lettura di uno dei film meglio riusciti degli ultimi anni, sicuramente uno dei più originali a livello di trama e di presentazione e crescita dei personaggi, a mio modestissimo parere.
Bellissima recensione, complimenti!

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Pierluca Parise

10 mesi fa

Martina Cellanetti
Grazie!

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