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Blue Eye Samurai - Recensione: la vendetta dell'onryō

La nuova serie animata Netflix è un ibrido stupefacente: delicata come i toni dei suoi quadri, spietata come la lama della sua protagonista

Era dall'uscita di Arcane nel 2021 che una serie animata non catalizzava l'attenzione su di sé al livello in cui ci sta riuscendo Blue Eye Samurai

 

I primi 8 episodi della co-produzione francoamericana Netflix - Blue Spirit ereditano dalle avventure di Vi e Jinx la centralità di personaggə emarginatə in cerca di una liberazione, un gusto non scontato per le coreografie da combattimento e la capacità di plasmare estetica e animazioni raffinate sulla forma netta di una revenge story che sparge sangue. 

Tanto sangue.

 

Due anni prima di Arcane, il colosso statunitense dello streaming aveva stupito tutti con l'antologica Love, Death & Robots, raccolta di 35 cortometraggi - alcuni molto riusciti, altri meno - che spaziavano dalla stop motion, al fotorealismo, ad animazioni à la Spider Man - Un nuovo universo; oggi, ancora di più, viene da pensare che proprio l'animazione, insieme alla serie-documentario, rappresenti la sezione di catalogo Netflix più ricca di di prodotti da scoprire. 

 

Ma veniamo allə samurai dagli occhi azzurri. 

 

 

[Il trailer internazionale di Blue Eye Samurai]

 

 

1. Dal sangue, con il sangue

 

Vorrei fare una brevissima premessa: la scelta di utilizzare lo schwa, e quindi la forma neutra, in questo articolo risponde alla natura dellə protagonista di Blue Eye Samurai, il cui genere biologico è rilevante per la storia almeno nella stessa misura in cui la sua identificazione in un genere o nell'altro (o in nessuno dei due) è del tutto ininfluente.

Utilizzo lo schwa, quindi, per questo semplice motivo: rappresentare al meglio il personaggio di cui sto per parlare. 

 

A mio modo di vedere sarebbe sbagliato dire che Mizu, protagonista di Blue Eye Samurai, è un uomo, e sarebbe sbagliato o almeno limitante dire che è una donna. 

 

Mizu, di fatto, è l'impersonificazione più pura e quasi spersonalizzata della vendetta; natə nel 17° secolo in Giappone, durante il periodo Edo, è statə emarginatə fin da piccolə per via dei suoi occhi azzurri: a quel tempo, infatti, lo Shōgun aveva imposto una chiusura dei confini a tutti gli stranieri bianchi e lə pochə discendenti da relazioni miste, spesso di natura violenta, erano consideratə impurə, inferiorə e indegnə.

 

Salvatə e cresciutə da Eiji, rispettato Maestro di katane la cui cecità rappresenta proprio l'assenza di giudizio, Mizu parte per la propria missione: rintracciare e uccidere tutti gli uomini bianchi rimasti all'interno del Giappone, per recidere definitivamente il legame con la fonte della propria sofferenza.

Infallibile con la spada grazie a anni di duro allenamento, Mizu non sembra dubitare mai del proprio scopo, né pensare a un futuro dopo l'uccisione di ogni potenziale padre: è tuttə, interamente concentratə nel proprio percorso di vendetta, e questa è una delle grandi sfide che si pone Blue Eye Samurai: indurci a empatizzare con unə protagonista testardə, respingente e quasi disumanə nella sua determinazione.

 

Ma la serie riesce nell'intento in tutto e per tutto, grazie a un fine lavoro di rievocazione storica capace di deromanticizzare l'epica del samurai onorevole, specchio di un idillio sociale, e di riesumare dalla sabbia del passato le storture di una società in cui alle donne veniva concesso di essere soltanto spose o prostitute: in ogni caso, merce di scambio.

 

 

[In Blue Eye Samurai, Mizu nasconde i propri occhi blu con degli occhiali a lente arancione, e il proprio corpo di donna con fasciature e vesti cascanti]

 

2. Un'opera impura

 

Michael Green (già al lavoro su Logan, Alien: Covenant, Blade Runner 2049 e Assassinio sull'Orient Express) e Amber Noizumi raccolgono per l'originale inglese di Blue Eye Samurai un cast quasi interamente di origine giapponese, fatta esclusione per la voce del grande antagonista della prima stagione: l'irlandese Abijah Fowler, interpretato da uno strepitoso Kenneth Branagh, contraltare ideale per la voce di una glaciale Maya Erskine nei panni di Mizu.

 

I due creatori riescono a confezionare un prodotto che fa della ricerca a ritroso e della sperimentazione il proprio valore principale: durante la fase di scrittura di Blue Eye Samurai sono stati fatti accertamenti circa l'architettura del periodo Edo, i tessuti utilizzati per le vesti, le pietanze cucinate e persino le esatte sequenze di movimenti con cui, ad esempio, era opportuno sedersi, alzarsi o inginocchiarsi. Tutto per costruire un'impalcatura che desse credibilità a un'avventura tutt'altro che parsimoniosa in termini di colpi di scena e combattimenti ai limiti dell'umano; combattimenti che, essendo stati coreografati da attori in carne e ossa, non risultano mai fuori dalle righe e, anzi, costituiscono uno dei tratti più distintivi e appaganti della serie. 

Nonostante non si tratti di un anime, con gli anime Blue Eye Samurai condivide il topos della backstory tragica che sfocia in un percorso a ostacoli verso la rivalsa, in questo caso impreziosito da una cura dell'aspetto visivo fuori dal comune e da un corredo di personaggi secondari in grado di riflettere, svelare e dissotterrare i volti nascosti di Mizu, regalando al pubblico unə protagonista sfaccettatə e dolorosamente umanə.

 

Così come il mentore e Maestro Eiji insegna a Mizu che l'acciaio di ogni katana, per non spezzarsi, deve mantenere almeno un minimo grado di impurità, anche Green e Noizumi non cadono nella tentazione di creare un'opera pura ma senz'anima: i bei quadri sono sempre schizzati di sangue, alle nevicate di petali rosa sono accostate scene di denti cavati a suon di botte e poi usati come proiettile. 

L'ibridazione dei generi e dei toni genera un continuo e magnetico spiazzamento, si passa dal western al gore, dall'animazione 2D al 3D, dall'influenza del bunraku a quella del live action, dai richiami alla classicità orientale a temi di una contemporaneità oscena, da musiche tradizionali giapponesi a reinterpretazioni dei brani dei Metallica; una matassa stilistica e narrativa che dà l'impressione di poter deflagrare in ogni momento, mentre chi ne porta il bandolo - Mizu - scava sempre più a fondo nelle proprie ferite originarie.

 

E, così facendo, anche nelle nostre. 

 

 

[Un quadro di Blue Eye Samurai]

 

3. Nessun moralismo

 

In Blue Eye Samurai la regia lascia la macchina da presa libera di esplorare gli ambienti, valorizzandone la costruzione grafica, mentre le transizioni dettano il ritmo - ci sono, di quando in quando, alcuni momenti di stanca, ma non invogliano mai all'abbandono - e si adattano ai diversi registri linguistici che, pur nel più ampio disegno seriale, riescono a conferire a ogni puntata la propria identità unica.

 

Dove un episodio adotta il flashback per raccontare la backstory del primo matrimonio forzato di Mizu, senza mai ricadere nella retorica dellə poverettə data in moglie a un bruto, e anzi approfondendo il rapporto con il marito fino a svelarne i chiaroscuri e la rilevanza tematica, un altro ricorre al linguaggio classico del teatro kabuki per creare un gioco di scatole cinesi più adatto all'epica della trasformazione di Mizu in un onryō. 

 

Perché Mizu questo è: un onryō, un demone ritornato dalla non-vita per infestare la vita di chi l'ha oppressə e consumare la sua irrazionale vendetta; vendetta che non diventa mai una questione di bene o male, di giusto sbagliato, ma sempre e soltanto di cieca collera, prima incapsulata in due occhi tanto unici quanto diversi, poi incanalata nella lama impura di una spada forgiata con le proprie mani.

 

 

[Mizu, in una delle scene più poetiche di Blue Eye Samurai]

 

4. La katana che brandisce chi la impugna

 

Guardando Blue Eye Samurai, scena dopo scena, si ha come l'impressione che l'anima di Mizu non stia nel suo corpo meticcio, nei suoi occhi azzurri, nelle sue mani abili, ma nella sua spada: il corpo dellə migliore samurai di tutto il Giappone è soltanto un apparato dell'arma, che si muove, fende e lacera con volontà quasi indipendente, travolgendo tutto ciò che si trova fra sè e l'oggetto della propria rivalsa. 

Non è lə samurai a impugnare la propria katana, ma viceversa.

 

Ad aprire le crepe necessarie in questa potenza soprannaturale, in questa monolitica volontà, per fortuna di chi guarda ci sono personaggi secondari come Ringo (Masi Oka) - aspirante apprendista samurai, privo di mani per una malformazione, tanto ingenuo quanto buono - e Taigen (Darren Barnet) - prima rivale sconfitto, poi compagno d'armi - in grado di fondere l'acciaio e spezzare la lama, sfaccettando unə protagonistə che altrimenti risulterebbe soltanto abbozzatə, e invece è umanə in tutto e per tutto.

Umanə perché infallibile con la spada quanto fallibile in tutto il resto.

Umanə perché sia vittima, sia carnefice. 

 

Altra menzione speciale la merita il personaggio di Akemi (Brenda Songa), figlia del samurai Takunobu Daichi e succube, lungo tutto il proprio arco di crescita, di norme patriarcali che le impongono di essere data in sposa a questo o a quell'uomo, senza possibilità di scelta: il suo percorso di liberazione, così come il delicato amore insieme paterno e fraterno del suo accompagnatore Seki (George Takei), è costruito per svilupparsi senza compromessi e occupa buona parte del tempo a schermo, tanto da renderla una vera e propria co-protagonista in cui i temi legati alla femminilità, muti nella quasi acorporalità di Mizu, finiscono per risuonare a grande volume. 

 

Certo è che in Blue Eye Samurai alle favole si rinuncia, e l'intera storia di Akemi ne è dimostrazione. Per conquistare qualcosa, bisogna rinunciare a qualcosa. E nella dolcezza della rivalsa c'è sempre una punta di amaro.

 

 

[In Blue Eye Samurai lə solitariə Mizu intima a Ringo di smettere di seguirlə, dopo aver affettato le dita di un avventore molesto nella sua cucina]

 

4. La ricerca di un intero 

 

 

“For me, personally, Blue Eye Samurai was a lot about growing up mixed-race and that feeling of not belonging. Not being white, not being japanese.

That seeking wholeness”. 

 

"Per me, personalmente, Blue Eye Samurai riguarda molto il crescere come miscuglio etnico, e la sensazione di inappartenenza che ne deriva. Non sentirsi bianca, non sentirsi giapponese. 

Quella ricerca di completezza".  

 

Queste la parole di Amber Noizumi, co-creatrice della serie, in un'intervista per Netflix.

 

Con ciò non voglio presumere che un prodotto in cui gli autori si identifichino sia sempre un buon prodotto, ma semplicemente dare un motivo in più, a chi è interessato alla questione, per recuperarlo.

La sublimazione poetica delle sequenze più memorabili di Blue Eye Samurai, infatti, passa proprio di lì: dal riconoscimento della vacuità e della sofferenza come non-male, dall'accettazione delle proprie impurità come elementi costitutivi e irrinunciabili.

 

Motivazioni dei creatori a parte, Blue Eye Samurai rimane una gioia per gli occhi e un'eccellente sintesi fra la rievocazione storica (depurata da stereotipi e omissioni), il percorso di formazione e l'avventura dell'eroe (o aniteroe) classico. 

 

A rendere unica la serie, comunque, oltre alla preziosa impurità di cui sopra, all'ibridazione vincente dei generi e allo spiccato gusto estetico, è l'umanità struggente dei suoi personaggi.

 

[articolo a cura di Simone Beretta]

 

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1 commento

Terry Miller

6 mesi fa

Questa serie animata aveva già catturato il mio interesse e questa recensione non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità. La guarderò quanto prima e tornerò per parlare delle mie impressioni.

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