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L'angelo dei muri - Recensione: perdonarsi - RNFF 2022

Recensione de L'angelo dei muri, il nuovo film di Lorenzo Bianchini

L’angelo dei muri è il film di Lorenzo Bianchini presentato al Concorso Internazionale Lungometraggi della XX edizione del Ravenna Nightmare Film Festival. 

 

Pietro (Pierre Richard) è un anziano signore che vive monotonamente la quotidianità fin quando, improvvisamente, viene sfrattato dalla sua casa, un vecchio appartamento all’ultimo piano di un edificio in cui abita da diversi anni. 

Egli, però, non è affatto intenzionato ad abbandonare l’appartamento, così crea un sotterfugio: cautamente costruisce un rifugio alzando un muro nel lungo corridoio, in modo da nascondersi dall’ufficiale giudiziario e dal proprietario. 

 

Pietro sopravvive ogni giorno nel terrore di essere scoperto, quando a un certo punto piombano in casa due nuovi inquilini inaspettati: una madre (Iva Krajnc) con sua figlia Sanya (Gioia Heinz), una bambina quasi cieca.  

 

Quest’ultima riesce ad instaurare un rapporto particolare con Pietro, facendogli scoprire alcune verità sul proprio passato.  

 

 

[Il trailer de L'angelo dei muri]

 

 

L’angelo dei muri si presenta in modo diverso dalle opere precedenti di Lorenzo Bianchini, che prestavano attenzione a un’atmosfera orrorifica e inquietante (Radice quadrata di tre, Occhi, Oltre il guado) parlando di paura nella sua forma più pura e adottando molti escamotage del Cinema statunitense di genere.  

 

La pellicola, dunque, si appresta a condurre lo spettatore in un luogo nel quale pochi elementi dell’horror si fondono con quelli classici del thriller, per creare un primo approccio singolare. 

Un elemento chiave, in questo caso, è la tensione gestita attraverso l’uso non solo della musica, ma anche della sonorità degli ambienti, dando particolare risalto al rumore del vento. 

 

La fotografia de L’angelo dei muri a cura di Peter Zeitlinger - noto per la sua frequente collaborazione con il regista Werner Herzog per film e documentari tra cui Grizzly Man e Into the Abyss - risulta memorabile, fatta di particolari giochi d’ombra, colori eleganti e interessanti movimenti di macchina, tra cui piani sequenza che identificano la vera protagonista del film: la casa.  

 

Una casa che viene mostrata da ogni angolo e in tutte le sue sfaccettature con un costante movimento - laddove anche i granelli di polvere sembrano fondamentali - trovando punti di vista irrequieti e sospettosi a seconda di chi sembra che stia osservando, in una scenografia di tutto rispetto curata da Lorenzo Bianchini stesso. 

 

 

[Gioia Heinz, la giovanissima co-protagonista de L'angelo dei muri]

 

 

Vasta e quasi spoglia, la casa de L'angelo dei muri sembra rispecchiare il sentimento di solitudine che provano tutti quelli che vi si trovano all’interno.

 

In particolare risalta l’atteggiamento di Pietro, straniato e scombussolato dalla situazione, con lo sguardo sempre avvolto in un’angoscia che si placa momentaneamente solo al contatto con Sanya. 

Dalle finestre dell’appartamento si può osservare una magnifica Trieste, evidenziando una separazione tangibile, un netto distacco tra l’interno e l’esterno, che mette alla luce una crudele realtà: nessuno può tendere una mano dall’esterno per risalire l’abisso a conti fatti, al massimo ci si può solo perdonare affrontando il dolore di memorie assopite.  

 

Nonostante ci siano molti elementi tecnici che rendono interessante L’angelo dei muri, la ridondanza degli eventi nel secondo atto risulta assillante e rende monotona la tensione sopracitata. 

 

Inoltre, sebbene il tutto dia l’idea di avvicinarsi a una favola dark, il finale risulta a mio avviso veramente troppo melenso e votato alla lacrima facile, portando a sminuire quanto visto in precedenza e togliendo grazia a una pellicola dal grande potenziale. 

 

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