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Leonardo DiCaprio: decostruzione tarantiniana di un attore

Leonardo DiCaprio è forse il divo più conosciuto e amato che l’industria hollywoodiana dell’epoca postmoderna abbia mai prodotto. 

 

Non è un caso infatti che l’assegnazione del suo, finora, primo e unico Premio Oscar sia una delle più viste sul canale YouTube dell’Academy, nonché una delle più discusse.

 

Leonardo DiCaprio è inoltre uno dei personaggi pubblici con il maggior seguito sui social network dove vanta milioni di followers che sostengono attivamente sia la sua carriera attoriale sia la sua attività per salvaguardare l’ambiente che da anni lo vede lottare in prima linea.

 

[Il Premio Oscar assegnato a Leonardo DiCaprio nel 2016]

 

 

Un fenomeno divistico iniziato fin da quando l’attore statunitense era giovane, dovuto in larga parte anche alle scelte dei personaggi da interpretare.

 

Guardando la filmografia di Leonardo DiCaprio non si può non notare come i ruoli a cui ha preso parte siano variati con il passare del tempo, un cambiamento che segue di pari passo quello della sua figura pubblica.

 

Tralasciando gli inizi di carriera che vedono l’attore impegnato in molti serial televisivi, i primi due ruoli cinematografici importanti sono per DiCaprio due lampi di luce: Voglia di ricominciare e Buon Compleanno Mr. Grape

Due parti molto diversi fra di loro, ma simbolo di quella che sarà la sua carriera.

 

Sul set del film di Michael Caton-Jones la sfrontatezza e la disinvoltura di DiCaprio nei confronti del suo collega ben più esperto impressionano Robert De Niro al punto da spingerlo a contattare Martin Scorsese per consigliargli di contattare il ragazzo; anni dopo il regista lo formerà prendendo come esempio proprio De Niro.

Simbolica in questo caso una battuta recitata dall’attore due volte Premio Oscar nei confronti del personaggio di Leonardo DiCaprio: “Dicono che sei bravo a fare me”. 

 

In Buon compleanno Mr. Grape il giovane divo invece riceve il plauso della critica - ottenendo la sua prima nomination ai Premi Oscar - per il ruolo di Arnie Grape, un personaggio che permette a Leonardo DiCaprio di esprimere liberamente tutto il suo talento. 

 

Scrive Alberto Scandola nel suo saggio Hollywood Men: “Leonardo DiCaprio recita la prima di una lunga serie di scene madri che costellano la sua carriera rivelando una sensibilità di interprete votato all’espressione delle emozioni, alla dissezione del feroce dominio esercitato dalle passioni sui personaggi che interpreta.”

 

 

[Leonardo DiCaprio recita per la prima e unica volta a fianco di Johnny Depp]

 

Il successo di Buon Compleanno Mr. Grape lo porterà ad essere scritturato per uno dei ruoli più amati dai suoi fan di vecchia data, quello di Romeo nell’adattamento in chiave moderna di Baz Luhrmann della tragedia Romeo + Giulietta di William Shakespeare..

 

Questa performance in particolare è lo specchio dei primi anni di carriera di Leonardo DiCaprio: l’attore infatti vince l’Orso d’argento al Festival del Cinema di Berlino e parallelamente viene nominato in diverse categorie agli MTV Movie Awards diventando definitivamente un teen idol.

 

Una situazione favorevole per interpretare forse il personaggio per cui verrà per sempre ricordato dal pubblico generalista: Jack Dawson in Titanic

Il film diretto da James Cameron fu un fenomeno mondiale - al botteghino incassò quasi 2 miliardi di dollari - ricevendo 14 nomination ai Premi Oscar e vincendone 11.

 

Leonardo DiCaprio però - anche se diventò una vera ossessione da parte degli spettatori - non ottenne nessuna nomination e fu accusato da parte della critica di essere solo un sex symbol.

Nonostante l’interpretazione di DiCaprio sia meno istrionica rispetto a ciò che aveva mostrato in passato, il suo personaggio è rimasto scolpito all’interno dell’iconografia cinematografica mondiale, segnando per sempre la sua carriera.

 

Da questo momento in poi Leonardo DiCaprio è il divo di Hollywood, ingabbiato però nei ruoli del classico ragazzo dal viso angelico privo di ogni ambiguità o meschinità, una componente che non fa che aumentare l’ossessione nei suoi confronti, come rappresentato da Woody Allen nell’instant-movie Celebrity.

 

 

[Leonardo DiCaprio in uno dei film meno ricordati di Woody Allen]

 

Il punto di svolta arriva dunque grazie alla collaborazione con Martin Scorsese.

 

A partire da Gangs of New York, DiCaprio inizierà ad affinare la propria tecnica recitativa diventando un vero e proprio attore del Metodo, seguendo le orme di Marlon Brando, James DeanRobert De Niro

In particolare - anche se l’attore ha dichiarato che vede in De Niro il suo Maestro - è nei confronti del divo di Gioventù bruciata che DiCaprio ha una profonda ammirazione: “Quando poi scelsi di diventare attore, vedere quel fragile James Dean ne La valle dell’Eden mi sconvolse.” 

 

Seguendo quindi le orme della scuola di Konstantin Stanislavskij e Vselovod Mejerchol’d, Leonardo DiCaprio inizia un graduale avvicinamento per poter imparare a diventare il personaggio, non solo interpretarlo.

Un processo di immedesimazione che si può notare in Gangs of New York, ma che diventa un vero e proprio mantra a partire da The Aviator di Scorsese.

 

La costruzione di Howard Hughes inizia quindi da un preciso studio psicologico nei confronti dello storico produttore hollywoodiano, passando molto tempo a fianco di dottori esperti del disturbo ossessivo compulsivo: “Ho lavorato a lungo con il dottor Schwartz e con un suo paziente, vivendo con loro e cercando davvero di scoprire perché doveva ripetere o fare le cose in modo ossessivo." 

Oltre ciò Leonardo DiCaprio - come vuole la scuola del Metodo - ha ricercato all’interno della propria personalità le esperienze che potevano accomunarlo con Hughes, dichiarando che lui da giovane aveva sofferto di una forma lieve di disturbo ossessivo compulsivo.

 

La macchina da presa diventa allora uno strumento per riprendere da vicino tutti i tic nervosi che DiCaprio recita sullo schermo, esaltando la performance dell’attore ma rivelandone (forse) anche i limiti, in quanto citando Thomas Elsaesser e Malte Hagener: “Sono i minimi, quasi impercettibili movimenti di un volto in primo piano ad avvincere maggiormente lo spettatore”.

 

 

[Leonardo DiCaprio grazie alla sua prova in The Aviator ottenne la sua seconda candiatura ai Premi Oscar, questa volta come Migliore Attore Protagonista]

 

Infatti in The Aviator - ma anche in Shutter Island, sempre di Scorsese - l’esasperazione delle emozioni, il continuo tentativo di sorprendere lo spettatore mediante i più disparati tic corporali o balbettii finiscono per uccidere in un certo senso la realtà cinematografica, cannibalizzando il film in funzione della ricerca - in questo caso ossessiva - del vero.

 

L’incontro con Martin Scorsese ha dato però una svolta fondamentale alla carriera di DiCaprio che a partire da Gangs of New York ha iniziato a interpretare personaggi spesso specchio degli Stati Uniti. 

L’immagine divistica di DiCaprio è sempre correlata a figure reali o meno che cercano di primeggiare ad ogni costo fino all’inesorabile sconfitta (Revolutionary Road, The Wolf of Wall Street) o a uomini con manie di grandezza, dove il narcisismo viene punito o resta impunito (The Aviator, J. Edgar).

 

Se con il regista messicano Alejandro González Iñárritu Leonardo DiCaprio ha ricevuto il suo primo Premio Oscar recitando in un ruolo tutt’altro che semplice - essendo la sua prova in Revenant - Redivivo molto fisica e adita a comunicare più con le espressioni che con le parole - è con Quentin Tarantino che avviene una completa sovversione della sua immagine divistica.

 

 

[Alla sesta candidatura DiCaprio nel 2016 ricevette il tanto agognato Premio Oscar]

 

In Django Unchained per la prima volta nella sua carriera Leonardo DiCaprio interpreta il ruolo del cattivo per antonomasia: uno schiavista degli Stati Uniti.

 

Un ruolo atipico e sgradevole che mette finalmente alla prova l’attore con un personaggio a cui il grande pubblico non è abituato. 

Il suo Calvin Candie viene introdotto per la prima volta di spalle, mentre assiste a un combattimento tra due "mandingo", per poi essere svelato completamente mediante un crash zoom, rendendo la sua presentazione veloce, fulminea in funzione alla scena successiva dove DiCaprio urla, usa più volte la parola “negro”, destabilizzando lo spettatore che fino a quel momento non aveva mai visto il divo hollywoodiano in quella veste.

 

I riferimenti storici per l'ispirazione di Leonardo DiCaprio sono due: il primo, suggeritogli da Quentin Tarantino, è Luigi XIV con conseguente paragone tra Candyland e la Reggia di Versailles. 

Calvin Candie infatti all’interno del microcosmo di Django Unchained viene visto esattamente come un re: è un latifondista avaro, privo di compassione, con schiavi da lavoro e sessuali, pieno di potere e in apparenza invincibile.

 

Nel documentario QT8: The First Eight Jamie Foxx racconta che DiCaprio si presentava sul set senza salutare nessuno delle persone che all’interno del film gli fossero inferiori, secondo Calvin Candie, da un punto di vista razziale.

 

 

[Uno spietato e malefico Leonardo DiCaprio]

 

Osservando attentamente l’interpretazione di Leonardo DiCaprio questa sembra essere un'evoluzione di quella de La maschera di ferro del 1998, una sorta di re dal volto meno candido e più viziato e meschino di quello del film diretto da Randall Wallace

 

Il secondo punto di riferimento per capire il ruolo di Calvin Candie è da sempre un personaggio che ha suscitato fascino su Leonardo DiCaprio, ovvero lo spietato imperatore romano Caligola.

Gli occhi cerchiati di nero dello schiavista del film di Tarantino rimandano al Malcolm McDowell di Arancia Meccanica e Io, Caligola, mentre le scene in cui Candie decide se lasciar vivere o morire alcuni dei suoi schiavi non possono che farci pensare a quando gli imperatori romani con un’alzata di pollice condannavano o assolvevano i gladiatori nelle arene. 

 

Una dedizione incredibile da parte di Leonardo DiCaprio per un ruolo che gli ha causato numerose difficoltà, tra cui spicca l’infortunio alla mano per le riprese della scena della cena a Candyland.

Calvin Candie spiega perché secondo lui la popolazione afroamericana sia una razza inferiore - una scena dal sapore hitchcockiano per costruzione della tensione - e nel manifestare la sua rabbia per aver scoperto l’imbroglio subito da parte di Django e il Dottor King Schultz, sbatte la mano sul tavolo tagliandosi con il vetro di un bicchiere rotto.  

 

Un infortunio non previsto nella sceneggiatura, ma era il 6° ciak e per non rovinare la scena DiCaprio rimase nel ruolo, nonostante il sangue sgorgasse copiosamente dalla sua mano. 

Un momento di improvvisazione che lo porta a pulirsi sul volto di Broomhilda, causando lo stupore da parte del resto del cast e di Tarantino stesso. 

 

Questa scena memorabile è diventata ormai simbolo della carriera di DiCaprio, perché figlia del talento dell’attore e del suo credo nella recitazione, che forse come mai in questo punto ha raggiunto, citando Giulia Fiordisaggio, “Una totale fusione tra vero e simulato.” 

 

Se perciò in Django Unchained Quentin Tarantino ha sovvertito l’immagine attoriale di Leonardo DiCaprio è con C’era una volta a… Hollywood che il regista statunitense ha teorizzato sulla sua carriera e di riflesso sul suo metodo di recitazione.   

L’incipit di C’era una volta a… Hollywood è fondamentale per comprendere il film: un trailer della serie TV western Bounty Law viene utilizzato per presentare Rick Dalton e il suo stuntman Cliff Booth, i due personaggi al centro dell’intervista iniziale.

 

Il presentatore scherza sul fatto che l’attore e la sua controfigura siano molto simili, ma Tarantino durante i titoli di testa ci conferma che effettivamente sia che si parli di Leonardo DiCaprio sia che si parli di Brad Pitt - i nomi dei due attori sono scambiati durante la presentazione - si sta analizzando la stessa persona. 

 

“Mi sembra che tu sia l’unico regista vivente a dirigere automaticamente dei film mettendo al centro il Cinema… tu tratti il Cinema come un universo separato che però rappresenta il mondo intero.

In un certo senso tu parli Cinema ed è una cosa molto misteriosa.” 

 

Queste furono le parole di Enrico Ghezzi in un’intervista per la promozione di Bastardi senza gloria, che profetizzavano la tematica centrale di C’era una volta a… Hollywood, ovvero il Cinema come porta per accedere al profilmico. 

 

 

[Cliff Booth (Brad Pitt) e Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) che guardano un serial televisivo] 

 

 

Quentin Tarantino è un regista che ama lavorare con gli attori e in questo film l’analisi metacinematografica dell’opera filmica avviene proprio con la decostruzione e l’osservazione dell’attore protagonista: Leonardo DiCaprio.

 

Il suo personaggio è perennemente al centro del racconto, anche se effettivamente non è in scena per tutte le quasi tre ore di film. 

Rick Dalton e Cliff Booth sono la stessa persona, due uomini ormai ai margini della società che per sopravvivere devono adattarsi a un mondo che non li vuole più, perché specchio di un’America ormai vecchia.

Pronti per il cimitero degli elefanti. 

 

Due persone in apparenza distinte, ma figlie dello stesso Paese: il primo (Rick Dalton) è ormai un ex divo, la cui vita privata spesso sopra le righe - gli hanno tolto la patente per il continuo stato di ubriachezza - non riesce più ad appagarlo; il secondo (Cliff Booth) è il classico statunitense prodotto dalla working class, reduce dal Vietnam e con una vita privata tranquilla, anche se avvolta da un passato misterioso. 

La riflessione su Leonardo DiCaprio messa in atto da Quentin Tarantino prende forma, rilevandone l’analisi metatestuale sulla carriera del divo hollywoodiano.

 

Rick Dalton rappresenta la parte più fragile di Leonardo DiCaprio, ma anche quella della recitazione sopra le righe, eccessiva e tendente alla menzogna - il personaggio di Margaret Qualley nel film dice a quello di Brad Pitt che “Gli attori sono falsi” - mentre Cliff Booth è lo specchio della parte divistica di Leonardo DiCaprio, venerabile e invincibile, appartenente a un’altra epoca e per questo capace di far innamorare gli spettatori.

 

 

["Sei un attore?" "No, uno stuntman."]

 

Tarantino sceglie di dedicare una parte importante di C’era una volta a… Hollywood a questa riflessione, facendo recitare Leonardo DiCaprio nel ruolo del cattivo all’interno del finto film televisivo dell’opera. 

 

Quando il personaggio di Rick Dalton interpreta quello di Caleb avviene la decostruzione dell’immagine di DiCaprio, quella di stampo più scorsesiano, per abbracciare invece uno stile di recitazione a tratti più posato, appartenente a quella categoria di Cinema vicino alla mascolinità americana di cui è emblema Cliff Booth.

 

Nel momento in cui Rick Dalton sbaglia continuamente la scena al saloon, con il successivo momento in cui si arrabbia in roulotte (qui la parte di DiCaprio figlia del Cinema di Scorsese è vitale invece) Tarantino libera il divo della sua “metà” vulnerabile  - quando poi Caleb/Rick entra in scena sul set, due tacchi a spillo di un personaggio ignoto invece escono - per poi mostrare tutta l’abilità recitativa di DiCaprio, in quella che è di fatto in C’era una volta a… Hollywood, come dice la piccola Trudi Fraser a fine ripresa: “La scena meglio interpretata che abbia mai visto in tutta la mia vita.” 

 

Anche il ruolo del personaggio di Trudi viene utilizzato da Quentin Tarantino come mezzo per analizzare e in questo caso criticare una componente fondamentale della carriera di Leonardo DiCaprio, ossia quella del Metodo.

 

In un dialogo tra Trudi Fraser e Rick Dalton, quest’ultimo chiede alla piccola attrice quale fosse il suo nome e come risposta riceve quello di Mirabella, cioè il nome - come spiegato da Trudi stessa - del suo personaggio all’interno del film, un modo per non uscire dall'interpretazione al di fuori delle riprese.

 

 

[Julia Butters ha un grande futuro davanti a lei]

 

In questo caso Rick Dalton, ma anche DiCaprio, si mostrano abbastanza sorpresi, forse per aver vissuto in prima persona la prima parte della propria carriera con quelle parole, per aver compreso che l’eccesso fin dall’infanzia può portare a un uso fin troppo alla lettera dei principi di Stanislavskij. 

 

Sia chiaro che Tarantino con questa scena non vuole criticare la recitazione del Metodo, ma il sistema che porta attori sempre più giovani a perdere quella componente magica della recitazione a favore di uno stile recitativo a tratti tossico.

 

La decostruzione dell’immagine divistica di Leonardo DiCaprio avviene quindi attraverso il personaggio di Rick Dalton, la sua idealizzazione invece con quello di Cliff Booth, che guarda caso ha portato Brad Pitt a trionfare ai Premi Oscar.

Tarantino ci mostra come il personaggio al centro del suo racconto abbia una doppia personalità che non ha ancora raggiunto una metamorfosi completa: il Rick Dalton aggressivo e capace di una iper espressività che nasconde però una grande fragilità e il Cliff Booth sotto le righe, virile e “attore vero.”

 

Una metamorfosi che vede la sua perfetta incarnazione in Steve McQueen, che nel gioco metacinematografico messo in scena in C’era una volta a… Hollywood ha soffiato infatti la parte da protagonista ne La grande fuga a Rick Dalton. 

 

Per Quentin Tarantino l’attore ideale è rappresentato dalla fusione tra i due personaggi da lui ideati, un traguardo che Leonardo DiCaprio sembra aver raggiunto nei finti serial televisivi del film, quando ad esempio guarda se stesso davanti alla TV e si compiace, sapendo che in quei momenti è riuscito a passare abilmente da Rick Dalton a Cliff Booth. 

 

Sorpassando quell’ostacolo - Cliff in inglese si può tradurre come scogliera - che lo separa dal reale. 

 

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