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They Call Me Magic - Recensione: i volti di Magic Johnson

They Call Me Magic, docu-serie in 4 puntate dedicata alla figura di Magic Johnson, approda sui nostri schermi nell'epoca d'oro dei prodotti di storytelling a tema sportivo per permettere al mondo di conoscere ciascuno dei numerosi aspetti su cui un'icona di tale grandezza ha avuto un impatto determinante.

 

L'ex numero 32 dei Los Angeles Lakers è stato, infatti, uno dei primissimi atleti in grado di catalizzare l'opinione pubblica e trascendere i confini del proprio sport di riferimento, ergendosi ad autentico simbolo globale.

 


[Il trailer internazionale di They Call Me Magic, docu-serie di Apple TV+ dedicata a Magic Johnson in uscita il 22 aprile]

 

 

They Call Me Magic - curato per Apple da XTR e New Slate Ventures e prodotto in associazione con H.Wood Media e Delirio Films - è dunque figlio di un progetto ambizioso, che oltre a tendere verso un percorso di ricostruzione sistematica delle zone di influenza dell'ex superstar dei Los Angeles Lakers, si propone di lasciar emergere il lato umano dietro l'atleta.

 

Su un aspetto, sin dal titolo, la docu-serie è profondamente incisiva e cristallina: esiste un Earvin Johnson ed esiste un Magic Johnson.

Le due figure non coincidono, per quanto condividano ampi spazi comuni.

 

Magic Johnson è stata la prima stella globale della NBA, uno dei simboli degli anni '80 e della città di Los Angeles, una figura fondamentale nella lotta mondiale alla sensibilizzazione contro il virus dell'HIV, un imprenditore di successo e molte altre cose ancora.

Earvin Johnson Jr. è stato un uomo che ha commesso degli errori e che ha incentrato la propria vita sulla ricerca di una seconda chance e sul concetto di eredità familiare: un figlio, un marito e un padre, protagonista della serie tanto quanto la sua celebre controparte.

 

Il secondo è una sorta di personaggio interpretato dal primo, come dice nel corso di They Call Me Magic suo figlio Earvin III, un volto diverso della stessa anima.

 

 

[Earvin e la sua controparte famosa Magic Johnson sono entrambi chiamati a parlare della propria vita in They Call Me Magic] 

 

 

Ecco perché la strutturazione in quattro capitoli da circa un'ora l'uno, chiaramente posti in continuità temporale tra loro ma quasi monografici a livello tematico, si presenta come una scelta azzeccata per costruire un ordine sobrio ed efficace tra le due estremità del racconto.

 

Lo spettatore può così seguire quattro fasi ben riconoscibili da entrambe le prospettive: l'arrivo in NBA, gli anni '80, la scoperta della sieropositività, la sua rinascita.

 

Prima ancora che la narrazione di They Call Me Magic abbia inizio, anche l'audience più casual ha modo di rendersi conto dell'impatto di Johnson sulla cultura occidentale: un montaggio serrato ci mostra una parata di stelle NBA, imprenditori, giornalisti, attori, presentatori, cantanti ed ex presidenti degli Stati Uniti d'America che con poche parole ciascuno prendono per mano lo spettatore e lo introducono nel mondo di Magic Johnson.

 

 

[Barack Obama e Bill Clinton sono tra gli intervistati ricorrenti in They Call Me Magic: Magic Johnson ha potuto contare sul contributo di ben due ex presidenti USA all'interno del proprio ritratto]

 

 

La ricostruzione storica in They Call Me Magic inizia quasi in medias res, nel 1979, con Magic Johnson pronto a lasciare il college di Michigan State dopo due sole stagioni, una scelta di assoluta rarità in un'epoca in cui le maggiori stelle tendevano a completare il proprio percorso accademico prima di intraprendere la strada della NBA.

 

I suoi Spartans avevano vinto il titolo NCAA e a contendersi la prima scelta assoluta c'erano Los Angeles Lakers e Chicago Bulls.

Ai tempi non esisteva il meccanismo della lottery e il futuro della stella più attesa della NBA venne deciso con un lancio di moneta.

 

La volontà di soffermarsi su questo dettaglio, sul modo in cui i giornali scelgono di raccontarlo e sull'enfasi con cui si attendeva l'arrivo di questa giovane stella risulta un elemento catalizzante di They Call Me Magic.

 

Nella docu-serie si profila con forza la necessità di far trasparire chiaramente quanto quel momento sia stato fondante per la storia di un intero sport, quanto il numero 32 dei Lakers sia diventato un autentico propulsore per l'intero movimento prima ancora che debuttasse su un parquet NBA.

 

Esiste una Storia della Pallacanestro prima di Magic Johnson e una dopo il suo debutto NBA, questo è certo. They Call Me Magic ha grande urgenza di ricordarcelo.

 

 

[Il primo episodio di They Call Me Magic ci racconta quasi tutte le prime volte della carriera di Magic Johnson, incluso ovviamente il suo debutto NBA]

 

 

Il suo arrivo nella città delle stelle per eccellenza, in una delle due franchigie principali della NBA in una lega in piena espansione è stato, senz'altro, il fattore propellente per la popolarità a livello mondiale del suo sport di riferimento.

 

Non a caso la sua prima, trionfale, cavalcata verso il titolo NBA viene raccontata in They Call Me Magic come una naturale conseguenza del suo avvento, come lo spontaneo approdo di una stella destinata a cambiare il proprio firmamento. 

Gli appassionati di pallacanestro potranno notare come all'interno della docu-serie non venga in alcun modo enfatizzato il fatto che la squadra battuta da Michigan State nel corso della finale NCAA che ha preceduto la sua stagione da debuttante fu proprio l'imbattuta - e ai tempi ritenuta imbattibile - Indiana State di Larry Bird, suo eterno rivale.

 

In molti, compreso chi scrive, ipotizzavano che su questo primo confronto tra i due venisse posta una particolare enfasi, che sarebbe risultata funzionale a narrare lo scontro epocale, lungo un decennio, tra le due maggiori stelle NBA degli anni '80.

I due, infatti, sono i giocatori che sotto il patrocinio illuminato dell'allora commissioner NBA David Stern hanno reso la lega globale.

 

In fondo tratta di una faida sportiva così fondante per la Storia statunitense da essere divenuta addirittura un musical di Broadway.

 

 

[La rivalità tra Magic Johnson e Larry Bird è diventata uno spettacolo teatrale dal nome Magic/Bird: They Call Me Magic ha scelto un'altra strada narrativa]

 

 

Una scelta che a una prima analisi può risultare spiazzante ma che, con l'incedere dell'opera, rivela la propria natura.

 

They Call Me Magic ha un'altra intenzione: non estremizzare i dualismi ma porre Magic Johnson al centro di ciascuno dei contesti che la docu-serie ha intenzione di esplorare. 

Se all'importanza di David Stern viene fatto più di un riferimento, paradossalmente nella seconda metà dell'opera, quando i temi umani e sociali prendono il sopravvento, ai suoi rivali viene riservato più un ruolo simbolico che di costruzione epica.

 

Non è un caso che più che a Larry Bird venga dato spazio a Isiah Thomas - suo amico, uomo del Midwest come lui e unica point-guard in grado di impensierire il suo dominio sul ruolo nella lega - e a Michael Jordan, che di fatto rappresenta il crepuscolo dell'era di Johnson e dei Lakers.

 

La giustapposizione di queste due grandi amicizie della sua vita senza porre nemmeno un cenno sulle tensioni tra i due e agli eventi burrascosi che hanno portato all'eliminazione di Thomas dal Dream Team delle Olimpiadi 1992 è, di fatto, l'ennesima conferma della linea narrativa scelta.

 

Magic Johnson era al centro dei Lakers, nel cuore di Los Angeles, alle fondamenta della NBA e They Call Me Magic vuole soffermarsi su questo approccio alla sua vita da sportivo.

 

 

[Magic Johnson ha sempre voluto mantenere un rapporto profondo con il natio Michigan, con Los Angeles e con l'intera nazione, come ben rappresenta questo murale nel Magic Johnson Theatre e come ben racconta They Call Me Magic]

 

 

Ecco perché il secondo capitolo risulta molto più incentrato sulla rivalità tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics che sul confronto tra le loro stelle principali.

 

Un "noi contro loro" in tre atti, narrato secondo la logica del racconto eroistico ma dal respiro più collettivo, con tanto di momenti di caduta, di catarsi e di delirio vittorioso. 

In questo contesto, dunque, c'è spazio solo per alcune nicchie introspettive dello stesso Johnson sui momenti più bui dello scontro. 

Si trattava di una rivalità culturale, prima ancora che individuale: They Call Me Magic ha scelto questo genere di prospettiva, quasi in controtendenza con la narrativa NBA per cui uno scontro tra franchigie è quasi sovrapponibile alla singolar tenzone tra le proprie stelle. 


Samuel L. Jackson, carissimo amico di Johnson, nel corso del documentario afferma che i Lakers erano la quadra della Black America e i Celtics i rappresentanti della White America.

 

La vulgata NBA invece ci racconta di come i Lakers siano la squadra delle stelle, legata a Hollywood da un legame indissolubile - che rende più che mai azzeccato il soprannome di Showtime era legato agli anni di Magic Johnson in gialloviola - mentre i Celtics sono storicamente la squadra in grado di mettere il collettivo dinanzi a qualsivoglia velleità individuale.

 

Ciò che conta ai fini narrativi è, però, ribadire come Magic Johnson volesse essere al centro della propria cultura, di quanto ci tenesse a rappresentare un esempio verso cui tendere.

 

[Samuel L. Jackson e Magic Johnson sono soliti trascorrere le vacanze insieme: Jimmy Kimmel, altro ospite di They Call Me Magic, ha colto l'occasione per ridere con entrambi della cosa nel suo show]

 

 

Sfruttando questo meccanismo emerge, dunque, la figura più umana alle spalle dell'atleta, la riconoscenza nei confronti di suo padre e l'intenzione di costruire una famiglia grande e solida.

 

Scopriamo come lo stesso Magic Johnson attribuisca a eventi apparentemente secondari scaturenti dall'intimità familiare un'importanza capitale all'interno dei suoi momenti di pieno fulgore sportivo. 

Ecco perché, talvolta, anche con il rischio di porre di lato le gesta sportive, in They Call Me Magic a prendere il proscenio sono sua moglie, le amiche del college, i suoi fratelli, i suoi figli o sua madre.

 

Questo tipo di approfondimento umano, incentrato tanto sulla voglia di divenire un esempio sociale quanto sul lato introspettivo del nucleo familiare, trova il proprio apice nel terzo capitolo, dedicato alla scoperta della sieropositività di Magic Johnson e al percorso da lui intrapreso per cambiare radicalmente la percezione della malattia.

 

L'episodio, dedicato alla memoria dell'attivista della lotta contro l'HIV Elizabeth Glaser, ha grande cura nel ricostruire l'impatto della diagnosi in ciascuno dei comparti della sua vita, passando dal microscopico al globale, riuscendo a mettere in scena con efficacia la risolutezza con cui Johnson abbia indossato le vesti di simbolo all'interno della stessa lotta.

 

[Come correttamente afferma Magic Johnson in They Call Me Magic, dopo il suo ritorno all'All Star Game del 1992 la percezione dell'HIV cambiò per sempre]

 

 

Il quarto capitolo di They Call Me Magic, che si snoda tra i vari volti di Magic Johnson al termine della sua carriera cestistica, dà invece all'opera il suo senso compiuto, permettendo al pubblico di apprezzare un uomo che per sua stessa natura ha sempre teso verso la possibilità di coprire un range di opzioni quanto più ampio possibile.

 

Un po' come faceva in campo, con la sua incredibile capacità di essere il primo, grande giocatore All-Around della Storia del Basket.

Il suo doppio tentativo di ritorno in NBA, le sue numerose iniziative imprenditoriali e i ricordi del suo passato si intersecano con un ritratto familiare che prende via via il proscenio, arrivando a certificare come non vi sia piena sovrapponibilità tra l'uomo e lo sportivo, come dietro ogni grande storia emersa pubblicamente vi sia un aneddoto più intimo a fungere da basamento.

 

Per gli appassionati di basket e di Cinema avrà, ad esempio, un particolare effetto il racconto del rapporto tra Magic Johnson e la Settima Arte, così profondo da averlo spinto ad aprire dapprima un cinema a Los Angeles e poi un'intera catena.

 

 

[A cavallo tra il terzo e il quarto episodio di They Call Me Magic si staglia dominante l'importanza del Dream Team di Barcellona '92, che Magic Johnson definisce "La più grande cosa mai accaduta alla pallacanestro"]

 

 

They Call Me Magic, anche grazie al lavoro degli eccellenti professionisti che hanno contribuito al suo confezionamento, risulta di grande attrattività per un pubblico ampio e generalista: la regia di Rick Famuyiwa, il montaggio di Dirk Westervelt e la fotografia di Rachel Morrison, sono senz'altro funzionali a rapire l'attenzione di quegli spettatori che amano assaporare quelle storie dal sapore Larger than Life.

 

L'uso della colonna sonora, gli inserti dei filmati d'archivio, delle foto di repertorio e degli stralci di giornale selezionati riesce, infatti, a catapultarci in un'epoca in cui il carisma di Magic Johnson superava ogni tipo di confine e assurgeva quasi a culto. 

Per il pubblico più avvezzo alla pallacanestro e alla sua Storia, invece, oltre al piacere di vedere messa in scena in pieno stile hollywoodiano la storia di uno degli All-Time Greats e alla parata di personalità di spicco accorsa per celebrare una leggenda del basket, lo spunto più profondo è forse dato dal controcampo umano su Earvin Johnson Jr.

 

In fondo pare proprio che l'obiettivo dello stesso protagonista fosse proprio questo: aprire e chiudere il proprio ritratto con la consapevolezza che Magic Johnson non sia sovrapponibile a Earving, che fosse nato di pari passo con la sua popolarità, che quel nome continuerà a esistere fintanto che l'ex stella dei Lakers verrà ricordata.

 

Anche attraverso il suo contraltare umano, dunque, They Call Me Magic ci espone questa tesi al solo fine di confutarla: quello di Magic Johnson è un nome destinato a restare scolpito nell'immaginario collettivo.

 

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