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The Last Dance - Recensione: essere Michael Jordan

The Last Dance: viaggio nell'epopea dei Chicago Bulls che dominarono la NBA. 

 

 

1997: i Chicago Bulls, capitanati da Michael Jordan, si apprestano ad affrontare quella che potrebbe essere la loro ultima grande stagione.

 

Consapevoli di quello che potrebbe succedere, a inizio preparazione la squadra concede l’accesso esclusivo a una troupe cinematografica per tutto l’anno.

 

Le telecamere seguiranno nei mesi a seguire giocatori e dirigenti durante gli allenamenti, le partite e le trasferte, nelle palestre, nei palazzetti e negli alberghi, pronte a cogliere ogni singolo particolare della loro cavalcata verso l’ennesimo titolo.

 

 

 

Le riprese (che ammontavano a oltre 500 ore) sono state gelosamente custodite dalla NBA fino al giugno 2016, quando Michael Jordan ha dato finalmente il placet al loro utilizzo.

 

Nell’aprile 2020 è infine arrivato - su ESPN e Netflix - The Last Dance, documentario sportivo per la regia di Jason Hehir che è già diventato una pietra miliare del genere. 

Articolato in dieci episodi, The Last Dance narra l’ultima impresa dei Chicago Bulls dal punto di vista - ovviamente - di Jordan e dei suoi compagni.

 

 

Non mancano numerosi flashback, che permettono diverse variazioni sul tema: nei vari episodi i protagonisti raccontano agli spettatori la propria infanzia e adolescenza, si soffermano sulla descrizione di momenti chiave delle loro carriere e sulla dinastia dei Bulls.

 

 

[Phil Jackson mostra una copia del manuale degli schemi di gioco: il titolo è eloquente]

 

 

In The Last Dance c’è anche una massiccia presenza di interventi esterni.

 

Rivali storici come Isaiah Thomas, discepoli come Kobe Bryant, il giornalista e amico Ahmad Rashad, perfino l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, tutti intervengono per offrire il loro contributo al racconto di un’epopea dai contorni mitici.

 

Mattatore indiscusso è Michael Jordan: il suo tempo sullo schermo è pari a circa 45 minuti, quasi uguale a quello dei compagni di squadra, forse di poco maggiore.

 

In alcuni momenti il ritratto di His Airness ha toni agiografici e non può essere altrimenti: si sta d’altronde parlando del più forte cestista della storia, come possono confermare i 6 titoli NBA vinti in otto anni, più una sfilza di riconoscimenti e record personali che non è il caso di snocciolare in questa sede.

 

 

[Michael Jordan nel corso di un’intervista. Curiosità: per tutelare la propria privacy Jordan ha impedito che le riprese fossero effettuate a casa sua, registrando le proprie interviste in altre case messe a disposizione dalla produzione]

 

 

The Last Dance evidenzia come - per citare un famoso spot pubblicitario degli anni ‘90 - la potenza sia nulla senza controllo.

 

Dalle parole del campione emerge così in ogni episodio la sua personalità competitiva e ossessiva, che si alimenta attraverso gli insulti, le provocazioni e le vittorie degli avversari.

 

La mancanza di rispetto nei confronti di MJ è un vero e proprio topos di The Last Dance: chi si macchia di tale hỳbris è destinato ad essere punito dall’onnipotenza cestistica di Jordan.

 

Ne sa qualcosa LaBradford Smith, giocatore dei Washington Wizards la cui colpa fu di segnare 37 punti in una partita contro i Bulls nel 1993, per poi salutare Jordan dicendogli “Nice game, Mike”.

 

La sera successiva, ancora contro i Wizards, Smith mise a segno solo 15 punti, contro i 47 di Jordan.

 

L’evento è indicativo perché in realtà quelle parole derisorie non furono mai pronunciate da Smith: furono uno stratagemma di Jordan per motivarsi.

Inventarsi ostacoli e nemici anche dove non ci sono: questa è una chiave del successo secondo Michael Jordan.

 

Anche in The Last Dance però, così come sul parquet, Jordan non è solo: si ritagliano un adeguato spazio anche i suoi compagni di avventura che assumono caratteristiche ben definite.

 

Episodio dopo episodio le luci si accendono sul fido scudiero Scottie Pippen, secondo violino dal valore inestimabile; sull’imprevedibile Dennis Rodman, classico caso di genio e sregolatezza; su Coach Zen Phil Jackson, che non allena soltanto giocatori ma soprattutto gestisce con maestria le forti personalità conviventi nello spogliatoio dei Bulls.

 

 

[Dennis Rodman e la sua filosofia di vita]

 

 

The Last Dance non è dunque solo la celebrazione del singolo, ma anche del collettivo: perché da soli si può vincere una partita, insieme si vincono i campionati.

 

Naturalmente, ogni rosa ha le proprie spine e Jordan non fa eccezione: la serie pertanto si dedica anche all’esposizione di alcuni fatti che hanno scalfito, seppur di poco, la sua luminosa stella.

Emblematico è il rapporto con la squadra: più di una testimonianza rappresenta Jordan come un tiranno, pronto a bullizzare e inveire contro coloro che in qualche modo non si impegnano al massimo o deludono le aspettative.

 

Lo stesso Jordan riconosce a volte di aver superato il limite - come quando colpì Steve Kerr con un pugno in faccia durante la pre-season del 1995 - ma sempre per il nobile scopo di condurre il team alla vittoria, come spiega lui stesso nel settimo episodio di The Last Dance.

 

"Vincere ha il suo prezzo. E anche essere un leader.

Chi giocava con me doveva adattarsi ai miei standard e non avrei accettato niente di meno.

 

Se chiedete ai miei compagni, di sicuro vi diranno che non chiesi mai a nessuno di fare cose che io non facevo.

Molti, sentendolo, possono pensare che non fossi gentile, che fossi un tiranno. Beh, non hanno mai vinto niente. 

Io volevo vincere e volevo che gli altri vincessero. Non ero costretto a farlo. Lo facevo perché io sono così.

E giocavo così. La mia mentalità era quella".

 

 

[L'indimenticato Kobe Bryant, al quale è dedicato il quinto episodio]

 

 

In seguito alla messa in onda della serie si è levato un coro di critiche riguardo alla veridicità delle storie narrate.

 

Scottie Pippen si è dichiarato furibondo per l’immagine di lui data riguardo le vicissitudini fisiche e contrattuali a cavallo fra il 1997 e il 1998; anche Horace Grant, ala grande della squadra vincente il primo three-peat, ha rispedito al mittente l’accusa di "gola profonda" avanzata da Jordan in merito alla pubblicazione di Jordan Rules, libro del 1992 in cui si mette in luce il lato dispotico del numero 23.

 

L’autore stesso del libro, il giornalista Sam Smith, ha dichiarato che Jordan avrebbe mentito in diverse occasioni durante le interviste per il documentario.

In particolare, sulla sua volontà di continuare per un altro anno dopo il 1998, alla ricerca del settimo titolo, e sulla famosa pizza avvelenata in quel di Salt Lake City, prima di gara 5 delle Finals 1997 contro gli Utah Jazz.

 

Naturalmente, essendo Jordan l’argomento principale di The Last Dance, era inevitabile che certi fatti venissero distorti a suo vantaggio.

 

 

[Jerry Krause, General Manager dei Chicago Bulls dal 1985 al 2003] 

 

 

Si potrebbe citare a tal proposito la figura di Jerry Krause, General Manager artefice di quei Chicago Bulls scomparso nel 2017, attaccato a più riprese senza avere avuto la possibilità di potersi difendere prima della produzione dell’opera; Krause - va detto - è comunque presente grazie ad immagini di repertorio.

 

Mancano poi voci che avrebbero fornito un quadro più completo della vita di Jordan, sia a livello familiare (Juanita Vanoy, sua prima moglie, non è stata coinvolta: a detta dei maligni per evitare l’espressione di giudizi poco lusinghieri sul conto del marito) che sportivo (gli avversari Karl Malone e Bryon Russell su tutti).

 

Alcune pecche del documentario tuttavia non inficiano la bontà del lavoro svolto da Hehir e dalla sua troupe, regalandoci un magnifico affresco sulla NBA degli anni ‘80 e ‘90, sottolineando inoltre l’eredità che Michael Jordan ha lasciato al mondo dello sport e non solo.

 

Significative sono le parole spese da Barack Obama nell’ultimo episodio di The Last Dance

“Ci sono grandi atleti che non hanno un impatto al di là dello sport.

E poi ci sono degli sportivi che diventano dei fenomeni culturali.

 

Michael Jordan ha contribuito a spianare la strada a una nuova percezione degli atleti afroamericani e a nuova idea di sport come parte del mondo dello spettacolo. 

È diventato uno straordinario ambasciatore all’estero non solo del basket, ma degli Stati Uniti e della cultura americana nel mondo”.

 

 

 

 

In conclusione, The Last Dance è davvero un must see, consigliato non solo ai fan della NBA, che probabilmente sono già a conoscenza di molti degli argomenti toccati, ma anche e soprattutto ai profani della pallacanestro.

 

Attraverso tale visione potrebbero avvicinarsi al mondo del basket, affascinati da una eccezionale lezione di storytelling a tema Michael Jordan e Chicago Bulls. 

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2 commenti

AlvySinger

1 mese fa

Fatto bene, forse un po' troppo ingeneroso nei confronti del general manager Jerry krause

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Giacomo Camilli

1 mese fa

Documentario bellissimo, ma non certo attendibile. È voluto e prodotto dal diretto interessato, pertanto lo scopo era umanizzarlo per renderlo ancora più grande. Sempre su Netflix ieri sera ho visto il documentario su Scientology. Se l'atteggiamento sarebbe stato lo stesso anche in the last dance sarebbero emersi i maggiori meriti di compagni ed avversari. Inoltre sarebbero state messe in luce numerose ombre nel documentario appena abbozzate come le scommesse, l'esclusione di Thomas alle olimpiadi del 92, il rapporto con la politica di cui la famosa battuta sui repubblicani che comprano anche loro le sue sneakers, la cattiveria ingiusta ed immeritata verso il defunto Krause ossia l'artefice di quel gruppo straordinario, la risata strafottente sul difensore che lo ha marcato alle finals ecc. Emozionante, divertente, un prodotto davvero godibile, ma non certo attendibile in senso sportivo. A questo proposito consiglio di vedere il video di Nba fellas a commento della serie https://youtu.be/vE_tl1T5YGw

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