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Un autre monde - Recensione: tra capitalismo e coscienza - Venezia 2021

Si chiude alla Mostra del Cinema di Venezia, dopo due film presentati a Cannes ma anche a cinque anni dal grande Una vita (vincitore del premio FIPRESCI in laguna), l'ideale trilogia sul mondo del lavoro diretta da Stéphane Brizé, che con Un autre monde ci cala inaspettatamente nei panni di un dirigente, di un direttore di stabilimento.

 

Se ne La legge del mercato il solito, immenso Vincent Lindon interpretava un disoccupato in cerca di lavoro e nella successiva pellicola del trittico, In guerra, prestava il volto (e il corpo) a un sindacalista, ora il vincitore del Prix d'interprétation masculine passa dall'altra parte della barricata, in modo comunque sfumato.

 

Prima di analizzare questa sfumatura è tuttavia inevitabile riportare qualche parola del regista, per evidenziare un imprescindibile nodo tematico (riferibile obliquamente anche a Spencer):

"Come si può ammettere di provare dolore, di essersi perduti, quando si è parte dell'élite [e quando nella sequenza d'apertura viene comunicato al pubblico il proprio patrimonio, n.d.r.]

Lamentarsi apparirebbe vergognoso agli occhi di chi vive in condizioni meno agiate, e un segno di debolezza imperdonabile agli occhi" propri e dei pari.

 

Brizé e Olivier Gorce, autori della sceneggiatura, decidono infatti di concentrarsi sui patimenti di Philippe Lemesle, sia sul versante professionale - prevalente - sia su quello privato/familiare: ripropongono così quel doppio binario che, a prescindere dal dosaggio delle singole componenti, è in definitiva la chiave di lettura primaria per comprendere sia l'intera produzione del regista sia la trilogia sia Un autre monde.

 

È proprio il termine intermedio di questa successione, la trilogia, a rappresentare un momento di svolta per quanto riguarda la filmografia del regista e, soprattutto, la sua concezione della Settima Arte: dal 2015 la narrazione di "storie solo personali" viene difatti affiancata dalla volontà di studiare e "osservare la brutalità dei meccanismi e dei rapporti dominanti nel nostro mondo".

Anche questa indagine del contesto, sociale/economico/politico/morale/etc. forgiato nel nome del neoliberismo, viene concretizzata in riferimento alla scrittura del percorso lavorativo di Philippe, secondo uno schema dicotomico o dialettico.

 

Come detto il protagonista è un direttore di stabilimento, gestisce cioè una delle propaggini francesi di un gruppo estero che opera in più paesi; nel film viene incaricato di tagliare una sostanziosa parte del proprio personale, rendendosi però presto conto di come il ridimensionamento risulti incompatibile con gli obiettivi di produzione fissati e con il rispetto degli standard di sicurezza.

 

Philippe si trova in una posizione particolare della scala gerarchica aziendale: è sì un dirigente (tra l'altro piuttosto attento alle esigenze degli operai) ma deve comunque rispondere alla responsabile nazionale della compagnia, a sua volta subordinata al proprietario.

 

Il suo trovarsi in disaccordo in relazione al piano di riduzione dell'organico è dunque uno snodo cruciale, in quanto implica l'innesco di una mediazione tra vertici, dirigenti intermedi e dipendenti (e sindacati, con Philippe in ogni caso di mezzo) che ovviamente tocca un nervo scoperto, il cuore del problema: il perché il taglio sia necessario.

 

Le possibili risposte, che compongono lo schema menzionato e che vengono talvolta esplicitate con troppa chiarezza, sono in sostanza due: per coloro che rischiano il posto - o per chi non concorda - si tratta di una decisione arbitraria dei superiori, per quest'ultimi di un qualcosa di quasi ineluttabile e guidato dalla invisibile man… pardon, legge del marcato.

 

A tal proposito, Brizé evita di scivolare nella facile demonizzazione a priori dei dirigenti, difatti chiaroscura Philippe e altri con acume, ma tratteggia anche con durezza - una durezza che però guarda al reale e che dunque rende errata la costruzione avversativa - le figure della direttrice nazionale e, soprattutto, del padrone, come già accaduto nel precedente In guerra.

 

Essi non possono esimersi in toto dalle proprie responsabilità, ma possono anche far riferimento a un quadro generale indipendente, a quelle macro-tendenze economiche (e sociali, e politiche, e morali etc.) difficilmente contrastabili dai singoli.

 

Ma è tutto qui che si gioca Un autre monde, sul filo che divide il difficile dall'impossibile, sul rapporto del singolo col contesto: Philippe potrebbe benissimo piegarsi, ma in tal caso sarebbe moralmente inappuntabile?

O ancora: Philippe potrebbe ribellarsi, ma in tal caso cambierebbe qualcosa?

 

Per 96 minuti Brizé trascina il fruitore in questo dilemma che oppone anche ideale e concreto, e lo fa come di consueto, eclissandosi parzialmente e affidandosi alla parola (non solo del protagonista).

 

Parola intesa come cardine di un Cinema che connette in profondità il proprio linguaggio di finzione - qui molto meno evidente rispetto a L'événement o addirittura Reflection, per rimanere in laguna - alla ricostruzione del reale per potenziarla, alla luce pertanto di un intento che non è ovviamente traslabile con compiutezza oltre i confini dell'audiovisivo.

 

È così dunque da interpretare l'approccio estetico del regista, che tramite una messinscena naturalistica e una gestione simil-trasparente e intelligente - cioè che tiene conto del reale ma anche delle convenzioni cinematografiche - di filmico e profilmico valorizza con efficacia intreccio e personaggi, almeno quelli della sfera professionale.

 

Il maggior punto debole della pellicola è infatti rappresentato da quasi tutto ciò che riguarda le dinamiche familiari, e si somma ad altri difetti cronici della trilogia (dai soliti didascalismi a una certa schematicità di fondo) comunque mitigati dal risultato dell'indagine individuale e contestuale.

 

Stéphane Brizé descrive spesso le imperscrutabili vie attraverso cui, così pare, il denaro move il sole e l'altre stelle, anche in film in costume come Una vita, ma a riaffiorare da un fiume che pare infermabile, a giungere agli occhi e alle orecchie dello spettatore, è anche l'affermazione realistica (perciò sovente non felice) della coscienza dei singoli.

 

E in Un autre monde, con uno scarto di capitale importanza, la coscienza presa in esame è quella di un dirigente, non più di un proletario.          

 

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