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Pig: Recensione - Nicolas Cage q.b. per lo Zen gastronomico

È un caldo pomeriggio di agosto quando entro in sala a vedere Pig, esordio alla regia di Michael Sarnoski, autore anche della sceneggiatura.

 

Un rigagnolo di sudore mi corre lungo la schiena a testimonianza della frizzante pedalata di un paio di chilometri e della rara temperatura estiva irlandese.

Ho guizzato tra le ciclabili lungo il fiume Liffey che taglia in due Dublino e disturbato il traffico delle strette strade dedicate a bus, taxi, irriducibili del club dell’emorroide e membri del comitato pendolare solo per arrivare al Lighthouse Cinema, meraviglioso multisala situato nel quartiere nord di Smithfield.   

 

Non so nulla di Pig, del quale ho visto solo un trailer, ignoro che la lattina di acqua (sì: lattina) gentilmente vendutami dal bar del cinema senza trattare in bitcoin e cammelli, uso e costume delle solite catene, stia per diventare ancora più fredda.

La destinazione non indicata sul biglietto d’ingresso è: le montagne dell’Oregon.   

 

Prima che possa stendermi di fianco alla branda sfatta sistemata in un angolo dello spartano capanno del solitario protagonista interpretato da Nicolas Cage, intercetto un insolito gruppo di spettatori.

Sono tre ragazzetti di circa sedici anni.

Un membro del gruppetto è una ragazza punk fuori tempo massimo rispetto al presente a ricordarmi il fascino anacronistico di una città come Dublino, capace di riportare in auge mode fuori dal tempo.

 

Sono le groupie di Nicolas Cage.

Se ne trova uno a ogni proiezione di un film con l’attore e comprano il biglietto aspettandosi di vedere uno spettacolo di overacting del quale ridere per i successivi venti minuti post visione, sbeffeggiando l’attore sui social network.

 

Rendiamo grazie all’epoca del consumismo culturale per aver cannibalizzato con voracità la carriera di un attore che, per quanto eccentrico, non merita di essere trattato come Elephant Man.   

Lascio però un pensiero più complesso al buon Adriano Meis.

 

Prendo il mio posto in sala mentre le luci si abbassano, lasciando spazio alla visione del film preceduta dai canonici trailer.  

 

  

[Trailer internazionale di Pig]

 

 

Michael Sarnoski trasporta il suo pubblico nelle montagne dell’Oregon, fuori Portland.

 

È autunno: la color palette della stagione domina la messa in scena del film, definendo il carattere posato ed elegante della regia nel raccontarci un protagonista altrettanto compassato.   

 

Siamo nel capanno di Rob, un Nicolas Cage al naturale, sciacquato dalla tinta color lucido da scarpe a ringiovanire il look dell’attore 57enne.

Porta lunghi capelli striati di grigio, si muove per la scena come un Maestro Zen, camminando come se ogni passo avesse un senso più profondo e dosando i gesti quando amalgama gli ingredienti dell’impasto di una torta salata o annusa i tartufi scovati dal suo maiale.

 

Rob conduce una vita spartana e i tartufi sono la moneta di scambio da offrire ad Amir (Alex Wolff), giovane fornitore dei ristoranti di lusso della città.

Non chiede soldi, non chiede lusso, soltanto semplici ingredienti e pochi oggetti utili a portare avanti la sua vita quasi mistica, interrotta dal rapimento del suo maiale.   

 

Da quel momento in avanti Sarnoski mette Rob ed Amir in un viaggio dentro il mondo culinario di Portland alla ricerca del maiale e se per un attimo, guardando il trailer, qualcuno ha potuto pensare che il film sarebbe esploso in eccessi assurdi mettendo in scena un John Wick da fattoria, si troverà spiazzato dallo spettacolo offerto da Pig.

 

Cage interpreta un personaggio senza eccessi.

 

 

Le sue capacità recitative vengono incanalate in un protagonista che trascende il nostro presente e lo stesso Cage, incarnando un autentico strumento di protesta sovversiva verso il thriller adrenalinico, verso il ritmo di montaggio a seguire i colpi di pistola o il coltello che al ritmo di una mitragliatrice Vulcan taglia dell’erba cipollina, verso il gridare scomposto di attori chiamati a sussurrare prima e esplodere poi, verso la musica classica utilizzata per dare dinamismo a scene e narrative assolutamente prive di carattere, verso i messaggi arrotondati quanto basta per diventare così comuni da creare isterie da aforismo, sogni di avventure scapestrate alla ricerca di significati profondi e sostanzialmente rinnegando poetiche posticce da Into the Wild o Mangia prega ama.

 

Sarnoski scrive una sorta di mystery-drama-culinario-zen fluido come del buon miele, dosando il ritmo grazie alle intuizioni di regia e di messa in scena che, per quanto mai particolarmente estrose, trovano armonia tra gli elementi della semplice scrittura della sceneggiatura, del montaggio e del racconto per immagini, bilanciando tutto con grazia.   

 

Pig non è mai scomposto, non è mai ridondante in eccessi metaforici a voler ispirare lo spettatore con l'odierna mistificazione dello chef come pop star, ma anzi utilizza un racconto che per quanto lineare è così elegamentemente esposto da rispecchiare l’idea di come una ricetta antica contadina e quotidiana possa elevarsi a esperienza culinaria di alto livello della quale godere, assaporando le sequenze e le complessità che compongono la costruzione di un film come gli ingredienti di una ricetta, resi invisibili all’occhio ma riconoscibili attraverso il tatto e il gusto.

 

Guardando Pig mi sono trovato catturato da un’esperienza da ristorante stellato dell'anima, ammaliato da un film che non ha nessuno dei tic del presente, che non cerca disperatamente di ammiccare ai concetti cari al pubblico e passati dagli show televisivi, concentrandosi sul racconto di una storia umana servita allo spettatore attraverso l'esperienza universale del rito del mangiare e del far da mangiare.

 

Pig è sostanzialmente un racconto che disinnesca la furia del presente, anche cinematografica, e la sua superficialità, ricordando attraverso il personaggio interpretato da Cage, il nostro Maestro Zen della cucina, come la felicità ”Per me non ha motivazioni, non ne ha mai avute, per me è fatta di cose ridicole”, citando Andrea Camilleri.

 

Sarnoski scrive e dirige un film onesto che non eccede nel voler essere a tutti i costi ruffiano, premendo tutti i bottoni giusti di un pubblico costruito su citazioni ma vuoto di azioni e significati, che si allontana dal Cinema ambizioso ma pretestuoso di chi si cimenta in opere prime che, alla base, hanno idee poco chiare e spesso vacue cresciute nelle scarpe troppo grandi di un’opera cinematografica che offende chi guarda con un irritante utilizzo del ritmo e della regia.

 

Piuttosto ci porta all'interno di situazioni in una Portland dove il cibo ha una sua gerarchia quasi criminale, una logica societaria à la Chuck Palahniuk e una poetica trasognata nel trasporre tutto questo fino al filo rosso più alto: uomini al cospetto delle avversità e di come queste possano essere affrontate con grazia o con codardia, scegliendo tra le cose che contano e il labirinto del superficiale.

 

Pig è un film sulla perdita, su quanto la misantropia sia spesso motivata non dall'odio, ma dalla voglia di distruggere le idiosincrasie di un presente artificialmente complicato da sentimenti senz’anima e per sentito dire, per tornare alle radici di quello che siamo e vogliamo fare.

Un film sull’amore, sulle cose semplici e su come molto spesso il valore di qualcosa e di qualcuno non sia dovuto alla perfezione, ma a quello che prendiamo e diamo grazie ad esse.   

 

Pig mi lascia con il nero dei brevi titoli di coda e la stupenda voce di Cassandra Violet a cantare I’m on Fire.

 

Ascolto ogni singola strofa e abbandono il cinema un po’ malinconico e un po’ rinvigorito, ma più vicino alle cose ridicole. 

 

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