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A Classic Horror Story: Recensione - Odiare il genere

A luglio è arrivato su Netflix A Classic Horror Story, film italiano diretto da Roberto De Feo e Paolo Strippoli.

 

Il film, scritto a sei mani dai due registi insieme a Lucio Besana, vede nel cast Matilda Anna Ingrid Lutz, Francesco Russo, Peppino Mazzotta, Will Merrick, Yulia Sobol e Cristina Donadio.   

 

Se il nome di Francesco Russo vi risulta familiare, è perché proprio qui sulle pagine di CineFacts.it l’attore aveva conquistato l’amore di voi lettori grazie alla sua interpretazione nel brillante corto comico L’amore degli altri.

Chi vi parla ha solo provato piacere nel vederlo recitare in una produzione come quella di De Feo e Strippoli.  

 

Ho voluto parlare di A Classic Horror Story prima di tutto perché ritengo sia atto dovuto dedicare spazio a un film di genere italiano con delle idee interessanti e in secondo luogo a causa dell’impatto divisivo sul pubblico che va a innescare alcuni ingranaggi tipici dell’odio del pubblico verso il genere, del quale ho già discusso ampiamente in passato.

 

Come ripetuto in molte occasioni qua su CineFacts.it non amiamo particolarmente le spaccature nette e il pensiero dell'estremismo binario.

A Classic Horror Story entra nella sconfinata casistica di film che meritano un ragionamento meno superficiale e più approfondito.   

 

Cosa ne penso di A Classic Horror Story e perché dovreste defenestrare le vostre tastiere e dare uno sguardo a questo film senza gli occhi velati dal vizietto del commento compulsivo?   

 

 

 

Caro Cinema horror: non sei tu, sono io.

 

Uno dei molti problemi del conflittuale rapporto tra pubblico e Cinema di genere sta nella mal riposta aspettativa sollevata a priori.

Esiste questo malsano preconcentto dell’orrore come sinonimo di paura, cavalcato alacremente da molte produzioni hollywoodiane a trasformare il filone in una casa stregata dove a regnare è invece lo spavento, suscitato nel pubblico con una serie di trucchi facilmente riproducibili anche dai tiktoker più maldestri.   

 

Spaventarsi non significa avere paura e infondere questa idea nello spettatore non è la sola via del Cinema horror, considerando anche quanto la paura sia un concetto molto ampio e personale.

Il genere ha molti sbocchi e, in linea di massima, si basa sul concetto di mostrare allo spettatore tutto quello che gli altri generi cercano di tenere a freno, portando a galla le suggestioni oscure dalle quali il cervello cerca rifugio come sistema di sopravvivenza e stimolando i lati più ancestrali e surreali della nostra fantasia.   

 

Prendete la semplicistica paura del buio, il cui impatto psicologico può essere molto più complesso e accompagna l’uomo dai tempi delle caverne al mondo moderno, seppur con implicazioni molto diverse.    

Nell’orrore si fondono sesso, violenza esplicita, la mortalità e la fragilità dell’uomo e i pensieri esoterici a scardinare la nostra razionalità tanto quanto gli sragionamenti a mettere in dubbio la realtà.

 

Con lo spavento, con il circo spettacolare di molti horror innocui che trasformano i cinema in luna park, dove i concetti di tensione e immersione sono un sogno inarrivabile, il genere ha poco a che vedere. 

 

 

[Credo che Paranormal Activity sia una delle peggiori case stregate nelle quali sia entrato, tramite la sala di un cinema, in vita mia]

 

In tutto questo abbiamo anche l’aggravante di quel pubblico che si aspetta dalle storie dell’orrore qualcosa di eccessivamente complesso, quando in realtà, come nel Cinema migliore, le trame più efficaci si reggono su idee semplici caratterizzate dall’estro dell’autore, nella messa in scena tanto quanto nella costruzione della tensione.

 

Anche se questo è un po’ un male di tutto il Cinema del presente, dove anche la sola parvenza di “complessità” è per larga parte del pubblico sinonimo di qualità.    

Il paradosso sta poi in uno specchio reale fatto di masse che strappano qualsivoglia stratificazione di ogni argomento per ridurlo a iper-semplificazioni che liberino i peggiori depensaggi possibili e immaginabili.   

 

Questo non significa che un film horror debba essere privo di idee e fondarsi sullo scriteriato riciclaggio di impianti narrativi e cliché abusati, quanto l’idea di fare pace che “simple is better” e che gli strati si aggiungono spesso con una narrazione per immagini ispirata tanto quanto con lo sviluppo del “come” e dei personaggi.  

 

In tutto questo si aggiunge la croce del Cinema italiano.

L’Italia, presa da momenti di puro bipolarismo, oscilla tra il nazionalismo sfrenato e l’esterofilia estrema. Nel Cinema ciò si traduce in scorribande di estremisti nemici del doppiaggio tanto quanto in terroristi delle produzioni italiane, gruppi di folli pronti a detonare con le loro sardoniche opinioni da web qualsiasi opera italiana metta il naso fuori dall’uscio.  

 

Come per i fenomeni sopra descritti, anche questo ha un’origine ben specifica e non è certamente un episodio immotivato, ma è sicuramente immeritevole di rispetto.

Sappiamo tutti come il Cinema statunitense non sia certo povero di cinemaccio prodotto a suon di milioni e mega-star, ma grazie al fascino del magico mondo estero viene quasi sempre giustificato.

 

Anche quando meriterebbe pece, piume e il cammino della vergogna.  

 

 

 

 

Una classica storia dell’orrore che piacerebbe a Wes Craven   

 

Roberto De Feo e Paolo Strippoli sembrano ben consci delle febbrili disillusioni che rappresentano le idiosincrasie del pubblico verso il Cinema di genere e nel costruire il loro A Classic Horror Story le sfruttano come benzina.

Partendo appunto dalla wescraveniana idea di costruire un film di genere che parli del Cinema di genere, anche se indirettamente, A Classic Horror Story prende a piene mani da una certa poetica di Scream tanto quanto da Quella Casa nel Bosco, film di Drew Goddard che utilizza i classici cliché degli horror della new wave di Hollywood nata dagli anni '80 in avanti.  

 

Il film vive infatti di due momenti e se il primo atto mette in scena una classica storia dell’orrore, in seguito il plot si apre in modo intelligente giustificando le incoerenze di sceneggiatura tipiche di quel racconto e della vicenda raccontata fino a quel momento. 

 

A Classic Horror Story non è un film bugiardo e non crea artificialmente il plot twist per dare un senso al non-senso di alcune scelte di sceneggiatura prese invece scientemente in fase di scrittura, ma nella sua semplicità fa tornare gli elementi ricollegandosi all’idea di base dietro il film.   

 

Nel fare ciò mette anche sotto i riflettori le assurdità di alcuni film dell’orrore prendendosi gioco, un po’ come fa Wes Craven in Scream, di chi crea queste opere tanto quanto di chi le guarda, con una scena dopo i titoli di coda che solleva una critica nei confronti del pubblico che odia il genere. 

 

 

[Un suggestivo dietro le quinte di A Classic Horror Story]

 

 

Molti autori italiani sono spesso colpiti dalla medesima esterofilia febbrile del quale il pubblico è preda e piegano la poetica del nostro Cinema verso angoli a noi alieni, sviluppando opere la cui artificiosità è tale da schiaffeggiare il cervello dello spettatore come un brutto VFX a che ci porta nella famigerata Uncanny Valley.

 

In A Classic Horror Story De Feo e Strippoli non commettono questo terrificante errore e il film non cerca di trasformare una storia ambientata in Italia in qualcosa che non è, sfruttando il territorio, le suggestioni folcloristiche e i regionalismi senza renderli macchiettistici e sopra le righe.

Il film sfrutta bene tutto quello che ha a propria disposizione e gioca con i suoi interpreti sfruttando meravigliosamente Francesco Russo e Matilda Anna Ingrid Lutz, una perfetta regina dell’urlo nostrana.

 

De Feo e Strippoli, lavorando con il direttore della fotografia Emanuele Pasquet, costruiscono alcuni quadri visivamente molto suggestivi e in linea con il tipo di poetica horror che vogliono portare sullo schermo, lavorando sia per avere una coerenza narrativa rispetto al concept della storia tanto quanto al genere seminale scelto per la prima parte del film.   

 

Lo sporco di Tobe Hooper e Rob Zombie, l’ossessione del formato di Quentin Tarantino  

 

A Classic Horror Story non è ovviamente esente da qualche critica.

Partendo dalla messa in scena e dal lavoro svolto con la fotografia, tanto quanto con la color correction e la post produzione, alcune parti del film avrebbero a mio avviso giovato di una cura diversa.  

 

Il Cinema horror gotico della Hammer aveva l’idea di mettere in scena tagli di luce e utilizzi di questa che fossero totalmente surreali.

Si faceva un po’ per esigenza e un po’ per creare quel senso di gotico divenuto marchio di fabbrica delle loro opere.   

 

Mario Bava ne I tre volti della paura, come Dario Argento in Suspiria, giocavano altrettanto con le luci e i colori per creare delle scene totalmente assurde, incoerenti con la nostra realtà ma perfette per dare il senso di una scena dove questa è ormai un lontano ricordo e ha lasciato spazio all’orrore.

 

Nicolas Winding Refn utilizza certe luci ancora oggi e il suo occhio è ormai stato saccheggiato da chiunque e viene riprodotto spesso senza senso alcuno, seguendo il principio del “fa figo”.

 

 

[Una delle inquadrature molto suggestive e ben costruite per dare il senso della scena]

 

In A Classic Horror Story abbiamo un utilizzo della luce analogo, dove tutto si colora di rosso o dove il blu della notte si accende nella nebbia come se la luna stesse sorgendo dalla casa dell’orrore nella quale sono costretti i protagonisti, conferendole una presenza scenica ancora più potente.

 

La cosa ha perfettamente senso rispetto a quanto raccontato in entrambe le parti della storia ma, a mio personale gusto, mette in luce qualcosa che in un film dell’orrore di questo tipo non dovrebbe esserci: la pulizia.   

 

Proprio a causa della seconda parte del film, e complice il rimando iconografico della prima, mi sarei aspettato una certa ossessione per la messa in scena.

Per quanto possa essere giustificabile, dal film manca lo sporco, il marcio, il disgusto della carneficina e della follia tipico di film come Non aprite quella porta, La casa dei mille corpi, I reietti del diavolo e il mito del redneck distaccato dalla civiltà, grezzo e sudicio.

Un particolare tocco di malattia cade un po' nel vuoto e strizza l'occhio a un citazionismo che ha un relativo impatto sulla descrizione della realtà del film e sulla sua poetica.    

 

A Classic Horror Story è secondo me spesso troppo pulito.

Sia nella violenza che nella pasta che compone l’immagine e in particolar modo alcune scelte attuate in post produzione, ma soprattutto in produzione, separano l’intento dalla sua efficace esecuzione e in certi casi creano commistioni di toni non sempre riuscite (le conseguenze di una fucilata un po' fuori posto rispetto al resto del racconto).   

 

Il buon Quentin Tarantino, uno dei tanti compulsivi e saccheggiatore dell’immagine, ci insegna che se si vuole tornare a una certa resa visiva, soprattutto quando questa è una scelta di sceneggiatura e di messaggio, è sempre meglio riprodurla sul set e non in post produzione tramite un effetto che sicuramente, come in questo caso, strapperà lo spettatore dalla visione.

David Lynch ha girato un intero film in bassa definizione, in A Classic Horror Story una similare consapevolezza visiva non avrebbe nuociuto.   

 

Ultima nota, del tutto personale: credo che la regia a quattro mani non abbia giovato in toto al film, soprattutto alla luce di quanto detto in questa parte conclusiva della recensione.

 

Forse complici anche i limiti di produzione e i tempi di lavorazione, spesso nelle produzioni nostrane manca un approfondito studio dell’immagine e una ricerca più complessa di uno degli elementi che permette alle storie semplici di diventare memorabili, contraddistinguendosi con un tratto autoriale che non sia il messaggio o la morale.

 

 

[La nostra protagonista e la casa teatro di A Classic Horror Story]

 

 

A Classic Horror Story  

 

A Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli non è una rivoluzione del Cinema di genere in Italia, ma vive di piccole idee ben congeniate e di una cura generale molto gradevole nello spettro del Cinema horror, distinguendosi grazie a un proprio messaggio e una sua poetica fatta di Cinema di genere, di chi lo guarda e di chi lo odia.   

 

Il cast risponde bene - continuo a lodare Francesco Russo e Matilda Lutz, entrambi perfetti nelle rispettive parti - e forse dovremmo scrollarci di dosso la nostra disabitudine alla recitazione italiana.   

 

A Classic Horror Story è dunque a mio avviso un ottimo punto di partenza dal quale continuare a navigare per aprire il Cinema italiano verso altre opere di genere, magari con più ambizioni e un maggiore investimento da parte delle case di produzione, soprattutto quando sono gli stessi autori di questo Cinema a ribellarsi contro la sua stagnazione e la feroce apatia del pubblico. 

 

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