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A Quiet Place II - Recensione: il silenzio è meglio

A fine maggio nei cinema americani è arrivato A Quiet Place II, sequel del fortunato film di successo diretto, scritto e interpretato da John Krasinski.

 

Il film ha battuto i record stabiliti fino a oggi del Cinema dell’era pandemica e in sole tre settimane dalla sua uscita ha superato i 100 milioni di incasso in patria, raccogliendone nel mondo un totale di oltre 183.

 

A Quiet Place aveva incassato 341 milioni di dollari globalmente, rappresentando un successo inaspettato tanto quanto l'eventualità che un horror così semplice nel suo concept quanto aggraziato nella sua messa in scena riuscisse a sbancare il botteghino, conquistando il pubblico.

In un presente fortemente dominato da horror molto innocui e sempre più vicini a un tunnel dell’orrore da Luna Park che a film di genere, la cosa era veramente imprevedibile.

 

John Krasinski non ha mai fatto segreto delle sue idee riguardo lo sviluppo del film e ha dichiarato a più riprese come avrebbe lavorato a un sequel solo se il suo amo creativo avesse attirato la giusta idea per estendere i temi affrontati in A Quiet Place.

 

L’annuncio di A Quiet Place II scritto e diretto da Krasinski ha rappresentato quindi una buona notizia per i fan di quella che ora dovremmo chiamare Parte I, ma gli incassi del film sono in questo caso sintomo di un sequel riuscito?

 

 

 

Enjoy the Silence  

 

La Storia insegna che quando a Hollywood un film incassa molto bene, Hollywood prende uno sgabello, si sfrega le mani e si prepara a mungere con cieco furore.

 

Queste operazioni portano molto spesso a sequel che, indipendentemente dal loro successo economico, hanno una buona probabilità di venire al mondo con troppi difetti congeniti rispetto all’opera originale.   

 

Hollywood inizia a lavorare sui brand, estendendo le IP oltre la soglia di tolleranza sfornando seguiti sempre più maldestri, spesso affidati a registi e sceneggiatori il cui rapporto con l’opera è - a dir poco - alieno per i temi come per i toni, oppure investendo gli ideatori originali dell'onere di dover portare avanti una storia la cui possibilità narrativa sorgeva e tramontava con il primo film.

 

A Quiet Place rappresenta un’affascinante anomalia.

In un’industria dell’intrattenimento ammorbata da infinite prolissità narrative, dialoghi a spiegare situazioni di sceneggiatura inutilmente complesse e film horror dove i rumori d’appartamento sono il sale della terra di ogni sceneggiatore di genere, la storia di Krasinski entra imponendo il silenzio, raccontando per immagini, fondandosi sui personaggi più che sui mostri e nel complesso sfruttando una storia semplice e onesta con il pubblico rispetto a quello che vuole essere.   

 

John Krasinski aveva dimostrato, e continua a farlo in questo sequel, di essere uno sceneggiatore e regista intelligente, conscio dei punti di forza della sua storia, dei motori emotivi che la muovono e guadagna l’appellativo di patrono del concetto di “simple is better”, ripetuto senza soluzione di continuità da qualsiasi buon insegnante di Cinema.

 

In A Quiet Place II Krasinski sceglie di continuare esattamente da dove aveva lasciato il primo film.

Nel fare ciò non cade nella trappola del sequel più grande ed esplosivo, ma anzi mantiene la quadratura del suo racconto.  

 

Evita dunque di portare sullo schermo Emily Blunt con in spalla un amplificatore Marshall gigante e avviluppata da un rosario di fucili a pompa, impegnata a far esplodere teste aliene che la circondano a orde, trincerata nella fattoria di famiglia che brucia senza soluzione di continuità, crollando giusto di tanto in tanto quando lo richiede la sceneggiatura.

 

 

A Quiet Place II A Quiet Place II A Quiet Place II

A Quiet Place II si apre con un flashback utile a presentare Emmet (Cillian Murphy), ma anche a dare il giusto spunto emotivo alla vicenda, spostando il carico della figura protagonista e dando una nuova prospettiva al racconto.

 

Krasinski non vuole complicare inutilmente la narrativa del suo universo e conscio di come la parte orrorifica sia un pretesto narrativo per sviluppare trame e vicende affascinanti, si concentra sullo sviluppo dei suoi protagonisti; mentre questi si lasciano alle spalle la fattoria in fiamme e la perdita del capofamiglia Lee (John Krasinski), camminano oltre i sentieri a loro familiari per aprirsi al nuovo mondo.

 

Regan Abbott (Millicent Simmonds) sente di dover portare avanti quanto il padre aveva rincorso nel primo film e Krasinski inizia, con la regia e il sound design, a starle molto vicino quasi seguendo le logiche di Sound of Metal, e il mondo secondo Regan diventa anche il nostro, regalando momenti di Cinema che sono un dono per ogni spettatore che vedrà il film in sala.

 

A Quiet Place II ha il pregio di sviluppare una storia semplice attraverso elementi di messa in scena molto efficaci e rimanendo nell’ordine di idee di un film dove non fare rumore è fondamentale: si gioca sugli sguardi, sulla comunicazione non verbale, sui movimenti di macchina e sulla fisicità di Millicent Simmonds, che non finge di essere sorda perché lo è davvero.

 

Krasinski usa piani sequenza, sporca i suoi protagonisti, crea situazioni sempre legate all’emotività e al carattere dei personaggi e sfrutta il concept del suo film senza mai trascinarlo nel ridicolo, stressandolo con trovate sempre più eccessive.  

 

Se vi capiterà mai di ascoltare uno stuntman o uno stunt coordinator parlare di come Hollywood giri spesso l’azione, lo sentirete forse lagnarsi, giustamente, di come molte volte l’azione venga sacrificata sull’altare dell’intrattenimento in barba alla logica della narrazione.

 

Nel filone horror vale altrettanto: costruire scene su un concept si traduce spesso nell'estremizzazione di ogni scelta narrativa, creando eccezioni che vanno a rompere l’equilibrio delle regole del film.

Krasinski non vuole questo per la sua opera e nel dividere i personaggi, creando tre vicende sotto il cappello di un’unica narrativa, le loro azioni e le scene che li vedono protagonisti hanno sempre rispetto della logica narrativa di A Quiet Place e del sistema di causa ed effetto del loro racconto.

 

Sono sequenze perfettamente collegate, alternate con sapienza al fine di creare grande intrattenimento, che fungono da motore per la tensione che permea il film e uno strumento utile per dipanare il racconto, evitando di ridicolizzare quanto fatto fino a quel momento prendendo in giro l’intelligenza dello spettatore. 

 

 

A Quiet Place II A Quiet Place II A Quiet Place II

 

La storia segue lo stesso principio e il finale del primo A Quiet Place non ha certamente alterato lo status quo di un mondo che non può connettersi per diffondere la scoperta di Regan e non permette di sapere cosa si muova oltre il raggio dei personaggi che seguiamo.

 

Cosa c’è oltre la fattoria degli Abbot? 

Cosa sappiamo degli alieni che hanno invaso il pianeta? Com'è crollata la realtà dei nostri protagonisti?

Come funziona la nuova umanità dei sopravvissuti? 

 

Krasinski lavora sul world building di A Quiet Place II senza caricare lo spettatore con troppe informazioni che tormentino l'equilibrio della storia e le sue meccaniche, gestendo meravigliosamente il ritmo della narrazione, correndo quando necessario e utilizzando regia e sound design quando la storia e le situazioni lo richiedono, portandoci dietro ogni protagonista del film. 

 

 

A Quiet Place II A Quiet Place II A Quiet Place II

 

A Quiet Place II  

 

A Quiet Place II funziona perché Krasinski non complica la sua sceneggiatura e accompagna lo spettatore, con i personaggi, alla scoperta del suo mondo, evitando di buttarsi a capofitto nella corsa verso la risoluzione della vicenda che non è obbligatoriamente lo scopo ultimo di A Quiet Place.

 

Il suo film è semplice e costruendo sempre con il giusto bilanciamento la tensione si preoccupa di tenere lo spettatore investito nello sviluppo del plot, grazie alle logiche di un racconto nel quale viene fatto entrare fin da subito, lasciandolo in un silenzio religioso mentre sullo schermo si schiude qualcosa di affascinante, orribile, confortante, spaventoso, avvincente, triste.

 

Condividiamo la disperazione materna di Evelyn, la speranza di Regan, l’ingenuità, l’insicurezza e la voglia di normalità di Marcus, così come la misantropia disperata di Emmet.   

 

A Quiet Place II centra quindi a mio avviso il suo obiettivo di proporre allo spettatore una storia semplice ma accattivante, basando tutto sui personaggi e sul dipanarsi di un universo narrativo nel quale non sembra apparire la logica seriale da franchise.

 

Un film che se si concludesse oggi, come detto per Parte I, sarebbe comunque completo, divenendo quasi un cortocircuito per un pubblico ormai dipendente dal concetto di serialità anche al cinema. 

 

Un'opera resa possibile da un regista che sembra aver studiato ogni parte del film con attenzione, preoccupandosi, nel rispetto del suo concept, di utilizzare il racconto per immagini e i propri espedienti di messa in scena per parlare al pubblico, realizzando un film quasi privo di dialoghi capace però di diventare molto più limpido e di intrattenimento rispetto a tanto Cinema contemporaneo, alla ricerca di tutti i pregi di A Quiet Place II attraverso l’ipertrofia del dialogo, dell’azione e delle informazioni di world building date in pasto al pubblico.   

 

A Quiet Place II è secondo me un meraviglioso sequel di un ottimo film di genere il cui più grande pregio, dopo un lungo tempo lontano dagli schermi, è quello di dare un forte segnale al pubblico riguardo il significato dell'esperienza cinematografica, facendolo cadere nel silenzio assoluto della sala.

 

Grazie alla fascinazione per quello spettacolo chiamato Cinema.

 

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