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La parola ai giurati: come salvare una vita

Film uscito nel 1957, La parola ai giurati segnò il brillante esordio alla regia di Sidney Lumet, il quale sarebbe poi stato uno dei massimi esponenti del Cinema statunitense nei decenni successivi.

 

Ispirato a un dramma televisivo del 1954, da cui riprese anche il titolo originale (12 Angry Men), la pellicola di Lumet è una pietra miliare del Courtroom drama, sottogenere del film giallo ambientato nelle aule dei tribunali.

 

A certificarne il suo valore storico è stato anche l’American Film Institute, che lo ha piazzato al secondo posto nella classifica riguardante tale tipologia di pellicole, preceduto soltanto da Il buio oltre la siepe (Robert Mulligan, 1962).

 

[Il trailer de La parola ai giurati]

 

 

La trama de La parola ai giurati è molto semplice: una giuria composta da dodici elementi, diversi per età, bagaglio culturale ed estrazione sociale, deve decidere su un caso di omicidio; un uomo è stato ucciso e le prove lasciano pensare che il colpevole sia suo figlio.

 

Tutti i membri della giuria sono d'accordo sul verdetto... tranne uno, che cercherà di convincere i presenti a rivedere la loro posizione, in modo da evitare la condanna a morte del ragazzo.      

 

Fra prove e alibi minuziosamente passate in rassegna, La parola ai giurati è innanzitutto un bellissimo elogio all'arte della parola e al dialogo come strumento per abbattere i luoghi comuni e le barriere fra gli individui.

 

Senza un sano confronto non è possibile progredire verso la verità e – nel caso del film – non emergerebbe quel "ragionevole dubbio" che potrebbe salvare l'imputato dalla sedia elettrica.   

 

 

[Primo piano dell'imputato, la cui etnia - sebbene nel film non venga specificata - potrebbe essere o meno fonte di pregiudizio per i giurati]

 

 

Scena dopo scena, si dimostra come alcuni giurati siano poco coinvolti nella vicenda, votando contro l’assoluzione del giovane semplicemente per poter ritornare in fretta alla loro vita quotidiana o per dei pregiudizi radicati nella loro mente.

 

Tuttavia, il modus operandi del volitivo giurato n° 8 (è costui ad adoperarsi per scagionare l'imputato) ricorda ai restanti giurati – e agli spettatori – che nessun aspetto può essere tralasciato quando si affrontano delicate questioni che riguardano la vita e la morte.      

 

Attraverso una serie di interessanti ritratti psicologici, La parola ai giurati rivolge inoltre la sua attenzione anche al sistema giudiziario americano, tutt'altro che perfetto se governato da impulsi irrazionali e soggettivi.   

 

 

[Il body language degli attori ne La parola ai giurati tende spesso a sottolinearne gli accordi e i disaccordi]

 

 

La verbosa (ma non prolissa) sceneggiatura de La parola ai giurati fu scritta da Reginald Rose, a cui si deve anche la creazione dell'opera televisiva alla base del film.

 

Vedendolo, sono due gli aspetti che colpiscono (o almeno dovrebbero colpire) immediatamente lo spettatore.

Il primo riguarda i protagonisti, di cui non viene rivelato il nome: i personaggi in scena sono distinti in base ai numeri che sono loro assegnati e – soprattutto – in base ai loro atteggiamenti e alle convinzioni personali.

 

Si distingue principalmente il già citato giurato n° 8, anche per l'attore che lo interpreta: quel grandissimo Henry Fonda, che era già una star hollywoodiana grazie alla sua partecipazione a pellicole come Furore (1940) e Sfida infernale (1946), entrambe dirette dal maestro John Ford.

 

 

[Il giurato n° 8, Henry Fonda, dedica ogni suo sforzo alla revisione delle prove]

 

 

Qui Fonda si cala nel ruolo dell'uomo comune, ben lontano dalle parti di pistolero che lo hanno reso celebre agli occhi di buona parte del pubblico cinematografico internazionale (C'era una volta il West docet).

 

Nel cast si segnala inoltre la presenza di validi comprimari, caratteristi come Martin Balsam e Lee J. Cobb; quest'ultimo veste i panni del giurato n° 3, principale antagonista del personaggio interpretato da Fonda.

 

Curiosamente, sia Balsam sia Cobb avrebbero poi lavorato in Italia negli anni successivi.

 

 

[Il giurato n° 3, Lee J. Cobb, si oppone al giurato n° 8 perché mosso da motivi esclusivamente personali]

 

 

Il secondo aspetto riguarda lo spazio e il tempo: la storia raccontata ne La parola ai giurati è ambientata quasi esclusivamente in interni e sembra svolgersi in tempo reale, rispettando le celebri unità aristoteliche su cui si è basata nei secoli gran parte della narrazione teatrale (molto meno quella cinematografica).  

 

Per l'esattezza l'azione prende vita essenzialmente in una sola camera, quella in cui la giuria discute sul destino del presunto assassino, senza poterne uscire fin quando non si sarà giunti al verdetto.      

 

Lumet e Boris Kaufman (direttore della fotografia che qualche anno prima era stato premiato con l'Oscar per Fronte del porto di Elia Kazan) dimostrano in corso d'opera tutta la loro bravura: giocando con obiettivi, angolazioni e luci, essi confezionano una serie di inquadrature che dimostrano come le divergenze in seno al gruppo dei giurati vadano progressivamente assottigliandosi, mentre serpeggia un'atmosfera di crescente claustrofobia.

 

Dodici uomini rinchiusi in una camera angusta, stravolti dalle discussioni e dal caldo rovente, col passare dei minuti abbandonano i modi civili diventando sempre più tesi e nervosi, "arrabbiati" per utilizzare l'aggettivo presente nel titolo originale dell'opera, mentre le ombre si addensano sui loro volti e non solo.

 

 

[La presenza di un ventilatore nella scenografia suggerisce il clima torrido in cui i giurati si troveranno a discutere]

 

 

Film dalla durata contenuta (poco più di un’ora e mezza), La parola ai giurati è un piccolo capolavoro del Cinema statunitense degli anni ‘50, le cui riflessioni sulla giustizia e sul potere delle parole sono più che mai attuali, in una società che fa un uso sempre maggiore della forza con esiti talvolta disastrosi.

 

Prendendo in prestito un tormentone del bellissimo podcast di CineFacts.it, “fatevi un favore”: guardatelo. La parola ai giurati

 

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3 commenti

BKiddo

2 mesi fa

Un grande film da riscoprire! Lo faccio sempre vedere a scuola per spiegare il testo argomentativo. Interessante anche vedere i diversi atteggiamenti dei personaggi di fronte all'evidenza e al punto di vista degli altri. Grazie dell'articolo.

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Marco Batelli

2 mesi fa

BKiddo
Credo che mostrare film agli alunni sia un bellissimo modo alternativo di insegnare, soprattutto se il film in questione è un capolavoro come questo. Spero lo abbiano apprezzato!

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BKiddo

2 mesi fa

Marco Batelli
All'inizio sono un po' spaventati dal bianco e nero, ma poi capiscono il senso e solitamente apprezzano...

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