#Stortod'autore
Confesso che al MIA ci sono arrivata con un piano semplice: seguire i panel, stringere qualche mano, tornare a casa con le note del telefono piene.
Si sono riempite già martedì a Palazzo Barberini, dove il MIA ha dedicato un panel a una domanda che riguarda tutto il Cinema europeo: le nuove regole, soprattutto quelle economiche legate ai fondi, possono aiutare e finanziare i produttori indipendenti?
E soprattutto: chi sono, questi indipendenti?
Sullo sfondo c’è AgoraEU, il programma con cui dal 2028 al 2034 l’Unione europea vuole riunire Creative Europe MEDIA e altri fondi in un’unica struttura.
La nuova linea MEDIA+ avrà più soldi, ma non sarà più solo per il Cinema: si allarga ai videogiochi e all’informazione e nella proposta della Commissione è sparito il criterio di indipendenza dei produttori, mentre potranno accedervi anche società non europee.
“First reaction: shock!”, direbbe qualcuno.
È una preoccupazione seria, che le associazioni dei produttori indipendenti (ammesso di sapere chi siano) portano avanti da mesi.
Uscendo dalla sala ho pensato che la domanda andasse rivolta anche al mercato che la ospitava.
Il nome, del resto, lo dice già.
MIA: un possessivo prima ancora che un acronimo, dove il luogo d’incontro serale si chiama Casa MIA.
Nessuno lo avrà fatto apposta, ma la sensazione, girando tra Via Veneto e Palazzo Barberini, è proprio quella di entrare in casa di qualcuno: accogliente, curata, piena di persone che si conoscono da anni.
Il problema delle case è che hanno una porta e, come in certe case molto eleganti, anche l’ospitalità ha il suo prezzo: al bar un succo di frutta costa 9 euro.
Nemmeno a Portofino.
Chi ci va per fare meeting scopre che nei bar degli hotel che ospitano i panel ci si siede solo ordinando qualcosa e che il posto libero accanto resta libero: come sull’autobus, e al contrario dei social.
Per un mercato che vive di incontri, è un problema di socialità prima ancora che di prezzi.
Chi arriva da fuori lo capisce in fretta: il programma c’è, ma per sapere chi interverrà davvero bisogna cercarlo e a volte non lo si trova.
Le richieste di incontro sulla piattaforma spariscono, le mail ricevono risposta di rado e i nomi sui palchi sono in gran parte quelli che si vedono a ogni appuntamento dell’anno.
Non è un’accusa a qualcuno: è la forma che prende un settore piccolo, dove le relazioni contano più delle procedure.
Il panel stesso ne è stato un buon esempio: si parlava di Europa e sul palco sedeva anche un relatore britannico, di un Paese che dalla Brexit non partecipa più a Creative Europe.
Si è parlato del Portogallo e dei Paesi dell’Est come delle nuove frontiere della coproduzione, ma a raccontarli non c’era nessuno che venisse da lì.
L’Europa di cui si discuteva era quella di chi è già al tavolo: la stessa, del resto, che si ritrova a ogni mercato e a ogni festival.
E se le stesse società producono, distribuiscono, siedono dove si scrivono le regole e salgono sui palchi dove se ne discute, la parola “indipendente” smette di descrivere qualcosa.
Il rischio non è solo economico, è anche estetico: un sistema che si parla addosso tende a produrre film che si somigliano, con gli stessi volti e le stesse storie.
Gli stranieri, intanto, ci sono e sono tanti: svedesi, polacchi, coreani, venuti con incentivi generosi e voglia di coprodurre.
Li ho visti cercare interlocutori in un sistema che li accoglie con molta forma e poca sostanza e che spesso non sa dire con chiarezza a chi rivolgersi né come.
È un’occasione persa, perché l’Italia ha tutto per essere il centro delle coproduzioni europee: crediti d’imposta competitivi, location che nessuno può replicare, una rete di trattati tra le più ampie del continente.
Venerdì, l’ultimo giorno, il panel Producing with AI: Augmentation or Replacement? ha riportato la stessa domanda su un altro terreno.
Al Westin Excelsior sedevano Max Wiedemann, cofondatore di Wiedemann & Berg (Le vite degli altri, Dark), oggi alla guida della produzione di Leonine Studios e primo responsabile dell’intelligenza artificiale del gruppo francese Mediawan, e Tom Paton, regista e produttore britannico, fondatore di AiMation, lo studio che ha realizzato Where the Robots Grow, tra i primi lungometraggi d’animazione fatti interamente con l’IA.
Moderava Stephen Saltzman, avvocato di Fieldfisher a Londra dopo una lunga carriera negli studi legali statunitensi.
Due entusiasti, che non lo nascondono.
Per Wiedemann l’automazione dei processi è un miglioramento graduale che non spaventa nessuno; il nodo è l’IA generativa, che negli effetti speciali e nella previsualizzazione delle scene è già più convincente dei metodi tradizionali, mentre i contenuti interamente generati impressionano ma spaventano i broadcaster.
Paton la usa per realizzare le puntate pilota, così chi deve investire vede la serie prima di firmare e la considera ormai presente in ogni fase della produzione, non solo in post.
Il budget resta la sfida di sempre e la domanda diventa cosa si può fare meglio spendendo meno, ma entrambi concordano che la parte più interessante è un’altra: capire cosa questi strumenti permettono di fare cose che prima era impossibile.
La parola che è tornata più spesso è stata "tool", strumento.
Chiunque potrà creare proprietà intellettuale anche senza passare dall’università ("l’università di YouTube", ha scherzato Paton); se tutti possono scrivere un libro, ha aggiunto Wiedemann, i bestseller non spariscono.
Paton è convinto che il Cinema sia un linguaggio che tutti capiscono e che l’IA ci farà conoscere più storie.
Su questo non sono d’accordo.
Il Cinema d’autore nasce dalla sensibilità di chi lo fa e dalla cultura da cui viene: uno strumento addestrato sulla media di tutto ciò che esiste rischia di appiattire proprio queste differenze.
Ed è qui che i due panel si toccano.
Se l’IA abbassa davvero i costi, potrebbe aprire il mercato più di qualsiasi programma europeo: un piccolo produttore o un’autrice senza agganci potrebbero presentarsi con un pilota già da vedere, ma gli strumenti, oggi, li costruiscono soprattutto i grandi gruppi.
Wiedemann ha difeso gli obblighi di investimento e un approccio europeo come argine a Netflix e Amazon e su questo a mio avviso ha ragione.
Resta da capire di quale Europa parliamo: nelle loro lettere a Bruxelles su AgoraEU, le emittenti europee citano proprio Mediawan e Banijay come gruppi di produzione più grandi della maggior parte dei broadcaster.
Che cosa significhi “indipendente” accanto a numeri così è esattamente la domanda di martedì.
Da avvocata, qualche passaggio mi è sembrato sbrigativo.
I relatori sono sereni: se nell’opera c’è un contributo umano, l’opera è protetta.
In Italia è proprio così: dopo la legge 132/2025, l’articolo 1 della legge sul diritto d’autore tutela le opere dell’ingegno umano anche se create con l’ausilio dell’IA, purché siano il risultato del lavoro intellettuale dell’autore.
Ma il fatto che un’opera sia proteggibile non vuol dire che non violi i diritti di qualcun altro: i molti contributi umani di cui parla Paton dimostrano chi è l’autore, non che non ci sia plagio.
Anche sulla trasparenza le posizioni divergevano: Wiedemann non la ritiene fondamentale nella fiction, mentre Paton la considera indispensabile.
Dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 dell’AI Act ha in parte risolto la questione: i deepfake, cioè persone, luoghi o eventi reali ricreati in modo realistico, vanno dichiarati anche nei film di finzione, con una segnalazione discreta che non disturbi la visione.
Paton ha chiuso con l’immagine migliore della settimana: vendere calzini agli scoiattoli non è una buona idea e se l’IA ti dice di farlo non devi crederle.
Vale per gli algoritmi e un po’ anche per i mercati.
Il MIA è cresciuto molto in dodici edizioni e questo va riconosciuto, ma un mercato internazionale si misura da quanto è facile entrarci per chi non c’è ancora.
Finché resterà soprattutto la casa di chi c’è già, la domanda del panel di martedì varrà anche per lui: chi protegge gli indipendenti e per chi è davvero aperto il mercato?
E varrà anche quella di venerdì: l’intelligenza artificiale sarà uno strumento per tutti, o l’ennesima chiave di casa per chi la casa ce l’ha già?
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