#Stortod'autore
Ho avuto l'opportunità di partecipare a Beldocs, il Festival Internazionale del Documentario di Belgrado, dove ho visto qualche cortometraggio - purtroppo nessuno che mi abbia particolarmente entusiasmata - e due documentari: uno italiano (Waking Hours) e l'altro di un regista ceceno presente in sala.
Quello italiano non mi ha convinta, nonostante abbia vinto il Premio per l'Innovazione Visiva e Narrativa, quello ceceno invece sì.
L'autore si chiama Déni Oumar Pitsaev e il film si intitola Imago.
Ha vinto L'Oeil d'Or alla Semaine de la critique del Festival di Cannes 2025 e la Menzione Speciale come Miglior Documentario ai Premi del Beldocs.
Il titolo in entomologia indica lo stadio finale dell'insetto adulto, quello che emerge dalla metamorfosi.
[Trailer di Imago, da Beldocs 2026]
Pitsaev è diventato adulto senza padre, senza terra, con le guerre sullo sfondo, l'assedio di Grozny e la casa perduta, una strage di cui nel documentario parla in modo diretto.
La metamorfosi è avvenuta, Déni Oumar è diventato un uomo, deve sposarsi, fare famiglia, dare un senso alla mancanza per trovare un posto da chiamare casa.
Classe 1986, Pitsaev è un giovane regista nato in Cecenia e cresciuto tra Grozny, San Pietroburgo e Almaty, in Kazakistan.
Ha studiato scienze politiche prima di darsi al Cinema e diventare regista: era in sala per la proiezione e da subito mi ha colpito per la sua pelle liscia e il suo sguardo vispo; capelli alle spalle e lineamenti severi, Déni Oumar è il classico giovane un po' anonimo, quasi impacciato, uno che probabilmente non inviteresti per un cocktail in discoteca ma, contrariamente al suo aspetto, la sua storia non passa inosservata.
Il suo film parla proprio di lui.
Nel 2017 la madre gli comprò un terreno nella valle di Pankisi, in Georgia, perché era tempo che Déni Oumar si facesse famiglia e si costruisse una casa.
In quella stessa valle viveva una comunità di ceceni scappati dalla guerra; alcuni sono parenti di Déni Oumar, che dalla Francia decise di viaggiare in Georgia per visitare loro e quel terreno dove la madre avrebbe voluto che abitasse.
Il viaggio diventa una scusa per parlare della sua storia, della guerra in Cecenia, della sua famiglia e della sua casa, che sarà una palafitta: nel caso arrivasse un'altra guerra, lui sarà salvo, sollevato da terra, o morirà guardando il cielo.
Nel documentario si susseguono scene di paesaggi: la Georgia è un paese molto florido, con fiumi e montagne rigogliose, e scene intime con i parenti di Déni Oumar.
Non solo i suoi cugini, ma anche il padre e la madre sembrano non accorgersi della macchina da presa e recitano in modo impeccabile il proprio ruolo, mettendosi a nudo e raccontando storie intime di famiglie costrette all'esilio.
Sono talmente veri che a volte non ti capaciti che non stiano recitando.
Qui arriva la parte legale di cui mi occupo e che interessa chiunque voglia fare un documentario filmando, come ha fatto Déni Oumar, i propri familiari e trattando tematiche sensibili.
[Un frame di Imago, di Déni Oumar Pitsaev]
In Imago il regista riprende sua madre, suo padre, i suoi cugini, i vicini di Pankisi.
Persone reali, con le loro storie, i loro conflitti, le loro vite private, persone che non recitano ma fanno di più: sono loro stessi la storia con le loro vicende molto personali.
Dal punto di vista legale, questo è uno degli aspetti più delicati della produzione.
Chiunque venga ripreso accetta non solo che vengano utilizzate la sua immagine e la sua voce, ma anche che la sua storia venga raccontata attraverso lo sguardo e il montaggio del regista.
Quindi, prima di tutto serve una liberatoria, con la quale il soggetto filmato autorizza l'uso delle sue riprese e definisce i propri diritti.
Include la voce, le dichiarazioni, la storia personale, tutti elementi che nel documentario sono spesso inseparabili dall'immagine.
Quando i protagonisti parlano di eventi familiari dolorosi, di conflitti, di cose che non avevano mai detto prima, la liberatoria deve essere costruita in modo che il consenso all'utilizzo sia il più blindato possibile.
Non basta una cessione generica, ma chi la firma deve capire davvero a cosa sta acconsentendo.
Un film che vince a Cannes e circola in tutto il mondo ha una portata molto diversa da un progetto indipendente, soprattutto la firma su una liberatoria non è un atto definitivo: anche dopo averla firmata, chi è stato ripreso può sempre revocare il consenso.
L'immagine, la voce, le dichiarazioni di una persona sono dati personali a tutti gli effetti.
La normativa europea sulla privacy e le norme italiane sul diritto all'immagine dicono la stessa cosa: il consenso si può revocare in qualsiasi momento e un contratto che pretendesse di escluderne la revoca sarebbe nullo.
C'è poi un punto che riguarda il regista nello specifico.
Chi firma una liberatoria autorizza l'uso delle proprie immagini e voce, ma non sta firmando un assegno in bianco sulla storia che sarà ricostruita al montaggio.
Se a film finito scopre che quello che ha detto è stato indotto, non ci si riconosce o semplicemente cambia idea sull'esporsi pubblicamente, la revoca diventa lo strumento per fermare tutto: quando arriva, il film si blocca.
Non in senso retorico: ogni utilizzo successivo di quelle riprese diventa illecito, il soggetto può chiederne la rimozione e, in casi urgenti, ottenere un provvedimento d'urgenza che blocca la distribuzione.
Per un documentario come Imago, costruito intorno a una famiglia che si racconta senza filtri, basta che una di quelle persone cambi idea per rimettere in discussione il montaggio.
La vera storia quindi non è nelle firme raccolte in pre-produzione, ma nel rapporto che dura nel tempo: una visione del montaggio condivisa, comunicazione trasparente con i protagonisti e una struttura contrattuale che, pur non potendo rendere la revoca impossibile, definisca con chiarezza le conseguenze economiche e i casi in cui la revoca debba avere una giusta causa.
Quando i protagonisti raccontano l'esilio, la guerra, una famiglia spezzata, la possibilità che un giorno chiedano di tirarsi indietro va messa in conto.
Filmare la vita delle persone non è mai un'operazione neutra; mettere in scena qualcuno - peggio se è la propria famiglia - significa entrare in stanze che di solito restano chiuse e prendersi la responsabilità di quello che ne uscirà: la cosa richiede una sensibilità che non tutti hanno.
In questo caso trasuda dalla pellicola: quella sensibilità Pitsaev ce l'ha, il suo documentario non giudica.
[Intervista a Gianluca Matarrese]
Un altro film dello stesso livello è Il quieto vivere di Gianluca Matarrese, che racconta la faida domestica all'interno della sua famiglia in un borgo calabrese.
Sono storie lontanissime per tono e contesto, ma il punto è lo stesso: chi accetta di farsi filmare ti sta consegnando qualcosa e tocca al regista decidere come restituirlo.
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