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After Life - La vendetta di un satiro comune

After Life, nuova serie Netflix scritta, diretta e interpretata da Ricky Gervais, è il passo successivo di un comico satirico che, nell'epoca dove il diritto alla prepotenza coincide con il dovere di sentirsi offesi, ha deciso di non voler stare più zitto, compiendo un atto reazionario verso il presente e lanciandosi giù da una scoscesa montagna con tutta la sua carica caustica.

 

Ricky Gervais, per chi non lo conoscesse, è uno stand-up comedian britannico di raro talento. 

 

 



Creatore di show quali The Office e Derek, è contraddistinto da uno stile brillante, volgare, senza alcun pudore, sconsiderato, un criminale della satira a briglia sciolta, alfiere dell'idea secondo la quale sia possibile scherzare su qualsiasi cosa e capace di vestire, per quattro volte, il ruolo di presentatore dei Golden Globe per divenire, e qui cito, “la persona più temuta nella stanza”.

 

Ricky Gervais ha fatto, nella realtà, ciò che BoJack Horseman ha fatto, e continua a fare, attraverso il doppelganger over the top conosciuto come Hollywoo.

 

Salendo su di uno dei palcoscenici più glam, armato della sua faccia da schiaffi e, letteralmente, senza nessuna paura, ha scardinato di fronte al prodotto migliore della città delle stelle ogni struttura a sorreggere quella patina di frivola e reverenziale intoccabilità che impacchetta Hollywood.

 

 

 


La satira del comico vuole dissacrare le etichette sociali più idiosincratiche, ribaltando totalmente concetti largamente accettati che, se guardati con l'occhio della brutale razionalità, smettono di avere qualsiasi senso.

 

Gervais è un pensatore che ha deciso di combattere le assurdità del mondo liberandosi della voglia di risultare migliore, caricandosi invece con la materia più arcaica del satiro, sfoggiando una faccia tosta quasi surreale per liberarsi di ogni aggressività, deridendo etichette, attaccando, dalle scarpe di comune uomo Inglese, i giganti inarrivabili di Hollywood e le opinioni delle masse, mettendo alla berlina tutti senza distinzione, se stesso compreso. 

 

After Life, nel voler attaccare una delle società più superficiali e viziate di sempre, si pone il dubbio di dover dare questa sorta di invincibilità, l’unico vero superpotere del nostro tempo, a un uomo comune.

 

 

 


Tony, giornalista di un quotidiano locale perde la moglie a causa di un cancro ed entra in una depressione profonda che lo porta a mollare ogni freno inibitorio, vendicandosi di tutte le farse, socialmente accettate, tenute silentemente in piedi dalla collettività, sollevandoci dal peso di tutte quelle responsabilità parte del problema del grosso disegno.

 

In quanto ateo convinto ha perso il senso della sua esistenza e può rivalersi, liberando i suoi pensieri, di tutte quelle quotidiane ingiustizie subite, o inflitte, quotidianamente da ognuno di noi.

 

Pensate se poteste dire esattamente ciò che pensate al corriere che sta per imbucare l’avviso di tentata consegna, senza nemmeno aver provato a citofonare.

 

Oppure di poter replicare, con aspra e totale sincerità, a un capo pigro e incompetente, alla pettegola sensazionalista che fa di un caso assolutamente trascurabile una questione di stato, al pignolo grigio e triste del vostro palazzo che si appella a qualsiasi comma e regolamento pur di non lasciarvi respirare, all’impiegato dietro lo sportello che odia il proprio lavoro e non ha nessuna intenzione di rendere facile la vostra giornata, al parente indiscreto desideroso di fare un commento di troppo su quella laurea o compagno di vita che non arriva, all’amico virtuoso che da quando ha messo in moto il proprio apparato riproduttivo è diventato un eroico navigatore dell’esperienza umana, giudicando la vostra esistenza come lo scaracchio.

 

After Life è uno show che vuole mettere tutti in difetto, trasposizione narrativamente coerente della logica satirica del comico, dove nulla è sacro e nessuno è intoccabile, fatta eccezione per i cani.

 

 

 

 

Gervais ha quindi occasione di mettere in scena un ampio repertorio ideologico della fase più caustica della sua comicità dove l’ingerenza della religione, tanto quanto quella delle larghe e non scritte regole della società, vengono messe alla berlina da un uomo profondamente frustrato e disilluso che sente il bisogno di non voler più lasciar correre nessuna di queste piaghe del mondo moderno.

 

Il personaggio di Tony entra quindi nell’olimpo di altre maschere irose ma buone quali, ad esempio, John Becker, rude e bisbetico dottore interpretato da Ted Danson e protagonista della serie tv anni '90 intitolata, appunto, Becker.

 

 

 

 

La serie, descritta per linee generali, potrebbe ingannare le aspettative dello spettatore, convinto di finire con il ritrovarsi al cospetto dell'ennesima, colorata, commedia pazzerella degli eccessi dove le ingenuità dei nostri tempi vengono scalfite da estrosi funambolismi comici, spesso volgari, o monologhi drammatici particolarmente profondi.

 

Tutto l'opposto.

 

Quello che affascina dello show e del personaggio costruito da Gervais in scrittura, è la carica empatica costruita con lo spettatore.

Tony è un uomo comune, brillante ma pur sempre comune e il cui dolore, per noi, è perfettamente leggibile.

 

Il suo status di uomo arrabbiato non è riconducibile alla costruzione di un personaggio guasto, maledetto, incastrato nel dramma dei suoi difetti e della fragilità che ne consegue, ma si basa sulla reazione scatenata da un un qualcosa di così forte come la morte, arrivato a spezzare l’altrettanto universale concetto di amore, che porta a un pensiero così secco, nella sua onestà, da destabilizzare l’esistenza di un animale che non vive più solamente di istinto.

 

 



Per quanto alcuni membri della nostra specie sembrino impegnati a dimostrare il contrario, l’essere umano, pur dotato e guidato da istinti e pulsioni, rimane comunque un animale evoluto, pensante, dotato di un cervello capace analizzare la realtà, al punto da metterla in discussione anche quando la matematica, da lui stesso inventata, gli permette di esplorare un universo incredibilmente vasto e inesplorato.

 

In questo contesto la religione, imbottita di una buona fetta di nonsense, giustificato da una pigra scrittura riassumibile nel concetto di fede, diventa ancora meno sopportabile e significativa e si appiana allo stesso livello di tutte quelle isterie della vita quotidiana: le frasi fatte, i cliché, i preconcetti, le piccole bugie che ci raccontiamo e che raccontiamo a chi ci circonda, le manie di protagonismo e la voglia di emergere ad ogni costo.

 

Tony diventa una sorta di eletto capace di leggere attraverso le linee di codice di una matrix costruita dall’uomo per l’uomo e dalla quale decide di liberarsi, pizzicando con un lungo e pungente bastone tutti quelli rimasti, volontariamente, rifugiati al suo interno.

 

Gervais vuole pungolare i fragili pilastri di un’umanità intrappolata in automatismi completamente irrazionali ponendo e ponendosi tutte quelle domande che nessuno vuole mai porsi, troppo spaventati dall’idea di scoprire di essere un perfetto idiota - anche un po’ arrogante.

 

 



After Life gode però di una carica satirica molto sottile e nel voler introdurre e disinnescare le idiosincrasie del mondo moderno, non dimentica di rendere tutto verosimile, partendo da un dramma utile a sostenere il pensiero corrosivo delle sue ideologie.

 

La serie, lunga sei episodi dalla durata media di circa 25 minuti, grazie a questo scheletro ed alla essenzialità asciutta e poco ritmata, quasi cringe, della tv inglese, alla The Office, da al tutto un tono scanzonato, malinconico, agrodolce, dove il clown dello show non è solo triste ma anche parecchio arrabbiato.

 

In After Life c’è un tempo per la riflessione, per il dramma, per la comicità, mai esplosiva e buttata in caciara ma sempre misurata, mostrando la ricerca di un Gervais che, nel suo voler sezionare l’umanità, diventa incredibilmente empatico e caldo.

 

Lo scopo non è quello di creare un personaggio geniale o troppo sopra le righe nelle sue esplosioni emotive, come hanno fatto spesso i vari Dr. House, Californication o lo stesso BoJack Horseman, creando quindi dei semi dei che parlano da un podio molto alto, ma di portare al pubblico l'uomo della strada, un average joe che, per una volta tanto, non è svilito in quanto comune e perciò stupido.

 

Ricky Gervais si discosta dalla figura di moralizzatore di massa, ripone il costume da clown e giocoliere del quotidiano in una teca e si mette dei panni del se stesso comune, di un carattere fallibile e criticabile.

 

I sei episodi della serie rappresentano una sorta di ragionamento per esperienze di vita, cercando di rimettere insieme il proprio senso, la scintilla, teoricamente naturale, che ci spinge a vivere, anche se la nostra condanna è quella di dimenticarsene, sommersi dalle incessanti eccentricità di uomini e donne che vogliono passare inosservati eppure essere notati, svelando ingenuamente le loro parti peggiori, saldamente convinti che il mondo li accetterà e rispetterà senza metterli in dubbio e possibilmente prendendoli ad esempio.

 

 

 


Ricky Gervais scrive uno show che funziona, colpisce per la forte onestà nei confronti del pubblico, andando oltre l'idea di un semplice e piacevole intrattenimento, ritagliando attorno a una parabola della sua logica autoriale un mood spiacevole, triste e al contempo scanzonato nella sua ilarità pungente.

 

Il comico britannico, contrariamente a quanto fatto dal Newyorkese Louis C.K. in Louie, è libero del complesso Alleniano di essere preso sul serio mettendo in scena uno show dal taglio ricercato, una serie da Sundance - per forma e linguaggio, se capite cosa intendo - confezionando un racconto pop e punk di un artista nato tra Bowie e Elton John.

 

Forse per via di un certo spirito anarchico e strafottente tipico di Gervais, After Life asseonda un pensiero passato e recente sollevato da molti autori, sempre meno interessati ai dogmi di distribuzione e fruizione dei così detti contenuti, spingendo Soderbergh verso la sperimentazione di nuove vie. 

 

 



Lo show non è certo così rivoluzionario ma in un momento storico dove i formati si sono uniformati al punto da stare nelle tempistiche e nelle puntate a costo di diluire inutilmente il racconto, sei episodi da circa 25 minuti l'uno rappresentano una dichiarazione d'intenti interessante e riprova di un rapporto maturo tra creatore, creazione e spettatore.

 

After Life è una serie rappresentativa della poetica dello stand-up comedian inglese, caustica e accorata, insensibile e calda, pop e punk, intelligente e comune (forse anche troppo e che avrebbe giovato di una regia più centrata e meno scolastica).

 

Un piccolo gioiello la cui visione è tassativa per il pubblico convinto di non dover chiedere mai e coccola per quello i cui dubbi sono ormai grassi al limite dell'assurdo.   

Chi lo ha scritto

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1 commento

Davide Sciacca

3 mesi fa

Piacevolissima compagnia di due serate, riesce a metterti a tuo agio con un tema che di agevole ha ben poco. Ottimo Gervais, una sicurezza

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