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Death to 2020 - Recensione: un mockumentary perfetto per un anno che non fa ridere

Il 2020 sta per finire e forse Death to 2020 è il segnale che non ci sarebbe stata speranza alcuna di concluderlo degnamente. 

 

Il 21 dicembre 2020 Charlie Brooker e Annabel Jones, creatori di Black Mirror, rilasciano il teaser trailer di Death to 2020, un mockumentary imbottito di star del calibro di Hugh Grant, Samuel L. Jackson, Lisa Kudrow, Joe Keery, Diane Morgan, Tracey Ullman, Leslie Jones, Kumail Manjani e la calda voce di Laurence Fishburne a infiocchettare il pacchetto. 

 

Fan di Black Mirror e spettatori di Netflix pensano di aver trovato la pepita d’oro di quel fiume limaccioso che è il Christmflix Streaminatic Universe, composto da una delle peggiori piaghe mai concepite nella storia dell’intrattenimento: i film di Natale con principi, principesse e moderne Cenerentole.


Un ciclo il cui forte contrasto con i vari movimenti di emancipazione della figura della donna ha generato, in uno dei molti universi paralleli, un’implosione subatomica che ha aperto un buco nero la cui improvvisa manifestazione ha gentilmente inghiottito, in pochi istanti, questo fallito esperimento di evoluzione della specie. 

Tutto ciò senza che nessuno abbia davvero capito cosa fosse Death to 2020.
Tutto ciò senza che, mentre scrivo questa recensione, si sia compreso perché su Netflix Italia reperire Death to 2020 sia possibile solo attraverso meccanismi da carpiati.

La vera domanda è: Death to 2020 è davvero la perfetta chiusura di un infausto 2020?

 

[Il trailer di Death to 2020]

 


Il Diavolo, certamente ai confini della realtà oltre il black mirror

Charlie Brooker e Annabel Jones hanno creato Black Mirror, uno show la cui potenza nella maniera in cui critica il nostro presente è nota a tutti. 

Uno show che ha il merito di aver sdoganato al grande pubblico la parola “distopico”.

Entrata ormai nel vocabolario delle parole usate a casaccio in contesti casuali ed eventuali. 


Uno show che ha anche avuto il merito di ri-portare al grande pubblico la logica migliore del genere horror, riproponendo quello ciò che Rod Serling aveva fatto sul finire degli anni '50 e lungo i primi '60 con Ai Confini della Realtà

 

Il genere è infatti il miglior veicolo per parlare, con esagerazioni di grande intrattenimento e fascino, delle peggiori preoccupazioni riguardo il nostro presente e che possono generare futuri sconfortanti. 

 

Black Mirror ha anche il difetto di aver battuto il ferro anche quando si è irrigidito per il freddo torpore di un brusco calo delle temperature, allontanandosi dall’idea di Serling o del Dylan Dog di Tiziano Sclavi di arrivare anche a proporre solo ed esclusivamente il fascino dell’intrattenimento fantastico e orrorifico. 

 

È vero che i mostri siamo noi, ma a volte il mostro è semplicemente il mostro. 

 

 

Death to 2020 Death to 2020 Death to 2020

 

Brooker e Jones, lungo Black Mirror, hanno anche sfoggiato un certo gusto per lo humor nero.

 

Anch’esso tipico del genere ed esplorato persino da un autore quale Andrea Camilleri nel suo Il Diavolo, certamente

 

Un gusto necessario se si vuole ricalcare Ai Confini della Realtà e quella sua poetica e che viene non solo dal macabro, ma anche da una formazione comica che la tradizione inglese ha saputo raccontare meglio di noi.

Potrei prendere come spunto, parlando di televisione, la dimenticata serie Blackadder o gli stessi Monty Python

 

Quando è stato annunciato Death to 2020 il pubblico si aspettava, considerando i nomi coinvolti, un prodotto a tema 2020 condito di quella pungente ironia macabra e senza speranza tipica delle distopie che tanto hanno imparato ad amare. 


Me la aspettavo anch’io, sarò onesto. 

 

Sfortunatamente non è così. 

 

 

[REC di Jaume Balagueró è uno dei bei found footage e una buona rappresentazione del genere]

 

Mockumentary come il POV, un pigro espediente dal massimo risultato

 

Death to 2020 è, alla base, quello che ritengo essere il pigro sforzo creativo di portare al pubblico una satira di quello che è, e probabilmente sarà, uno degli anni più orribili della Storia moderna e che, a oggi - contrariamente a quanto accaduto sotto i Borgia come sottolinea la citazione recitata da Orson Welles ne Il Terzo Uomo - non ha portato a nulla di strabiliante sotto il profilo artistico.  

 

Quindi non fatevi ingannare: è davvero un anno orrendo.  

 

Il mockumentary, come il film horror in POV, tornando a legare i due generi, sono le facce di una stessa medaglia.

 

Sono strumenti estremamente facili da controllare, un po’ ruffiani sotto il punto di vista della gestione tecnica e di budget e maledettamente funzionali per un produttore spilorcio o un filmmaker squattrinato e un po’ pigro, consentendogli di portare a schermo un genere di grande presa sul pubblico.  

 

Dal punto di vista del genere horror, ricalcare la realtà dando l’illusione che quello che si sta guardando è un found footage, è utile a dare al pubblico più ingenuo, grazie anche alla sciatteria della regia e della messa in scena, una connessione più diretta alle superstizioni che muovono tutto quello che è riportato sullo schermo. 

 

Motivo per il quale ora è pieno fino al vomito di Tik Toker che riprendono, "inconsapevolmente", fantasmi fare capolino mentre loro si muovono a ritmo di musica, di urban explorer che trovano spettri dispettosi in case e capannoni abbandonati e più alla larga di canali di ghost hunters più finti della palese finzione degli horror scapestrati di Ed Wood.

Il POV, fatta eccezione per una manciata di film, raramente sfrutta davvero le migliori intuizioni del genere e molto spesso è una catastrofe di surrealità sospinta da jumpscare alimentati da volumi alzati all’improvviso da editing mai fatti, considerando che stiamo guardando un found footage. 


Eppure, in definitiva, il genere horror nasce come una voce indipendente e per ogni creativo la base del lavoro è riuscire a fare di necessità virtù, sfruttando la povertà di mezzi come benzina per l’ingengno, partorendo storie rese possibili dalle loro condizioni e partorendo idee incredibilmente migliori di chi invece ha il lusso di grandi mezzi e pochi grattacapi. 


Potrei citarvi Sam Raimi e il suo La Casa, come David Lynch e il suo travagliato Eraserhead che, tomo tomo cacchio cacchio, è diventato uno dei film preferiti di Stanley Kubrick e ha ammaliato John Waters.

Allo stesso modo, il mockumentary è spesso abusato come una scappatoia a giustificare la pigra espressione di chi non ha idea di come inserire la sua satira, il suo racconto o la sua ricostruzione, in un costrutto narrativo. 

 

Contrariamente al POV, abbiamo forse qualche caso in più di mockumentary ben riuscito e spesso questo è un mezzo utile a filmmaker le cui idee nascono per il mockumentary e non partendo dal principio che il genere in sé sia metà dell’opera.

 

Potrei citarvi What we do in the Shadows di Taika Waititi o Borat di Sacha Baron Cohen

 

 

Death to 2020 Death to 2020 Death to 2020


In questo senso, Death to 2020 usa il mockumentary come facile espediente per raccontare il 2020, prendendosi gioco delle idiosincrasie di un anno infame illudendosi che il genere scelto sia abbastanza, ovviando al costoso problema di produrre un film di questo tipo nella situazione attuale e soprattutto cercando l'effento "instant film".  

 

In verità, il problema di Death to 2020 è proprio la povertà di idee nella stesura di una sceneggiatura che, con cronologico tedio, racconta il 2020 senza alcun guizzo satirico davvero graffiante. 

Le star coinvolte, per quanto lodevole sia il loro impegno nel recitare la sceneggiatura scritta da Charlie Brooker, sono chiamate a reggere una sequela di siparietti e battute piuttosto innocue, meme che molti di noi hanno condiviso sui social riguardo le maggiori idiosincrasie del 2020, ripulendole però della loro grezzaggine per presentarle in una forma più sottile. 

Uno sfogo sull’inconsistenza delle dichiarazioni politiche dei repubblicani americani.


Una boomerata sul carattere vanesio degli influencer - un "ok, boomer” Brooker se lo merita tutto - una parodia sulla follia demenziale e reazionaria della casalinga medioborghese statunitense, fomentata nei suoi estremismi dai social e tramutatasi nel corso del tempo per rispondere alla definizione di “Karen”.


Tutto diventa una gag, forse per Brooker sofisticata, in un mockumentary che è noioso come un documentario mal raccontato e tedioso nella sua didascalicità della ricostruzione degli eventi e totalmente innocuo nella sua rappresentazione del 2020. 

La satira dovrebbe essere caustica.


La satira dovrebbe fare male e dare un po’ fastidio e non dovrebbe essere indulgente nemmeno con chi parla, perché Death to 2020 sembra prendersela con tutti, anche con il cittadino più medio della storia, al quale noi illuminati guardiamo con disprezzo, ma dimentica che il giullare mette prima di tutto in ridicolo se stesso, trascinandosi nel fango con le sue volgarità. 

 

 

[Era dai tempi delle commedie demenziali anni '90 con Papa Giovanni Paolo II sciatore che non vedevo una cosa così vicina, per innocenza satirica, al Bagaglino]

Death to 2020


Ogni comico satirico, anche quando attacca il potere o qualcuno di incredibilmente idiota, non dimentica mai di degradare anche se stesso.


Lo fa consapevole che è l’unico modo per creare una vera conversazione, esasperando i toni della finzione e della sua persona o del suo personaggio, al fine di dare il giusto tono alle armi utilizzate per veicolare il suo sguardo e la sua feroce critica al presente. 

Prendete il sopracitato Borat, dove Sacha Baron Cohen è il primo buffone sullo schermo.


Prendete lo spettacolo Humanity di Ricky Gervais, disponibile su Netflix, nel quale il comico se la prende contro le idiosincrasie del nostro tempo ma ricorda anche di denigrare se stesso.

 

Perché l’errore più grande, per quanto riguarda la comunicazione, che ha creato l’escalation di eventi esplosa insieme alle questioni peggiori di questo 2020, è stato quello di avere una categoria di gente armata di molte risposte sagaci, di molte certezze, di soluzioni e meravigliose moralità indiscutibili da elargire a chi era, magari anche evidentemente, in errore, ma con il quale non creava un dialogo, cercando solo la pubblica denigrazione o la ghettizzazione dello stupido, proclamandosi contestualmente come vincitore di una gara di santità morale da lui stesso indotta, presentata e giudicata. 

 

Death to 2020 di Charlie Brooker è parte dei problemi di questo 2020 e alla fine risulta un tedioso compitino satirico fin troppo pacato nei toni, privo di ogni mordente, un video creato da uno Youtuber qualunquista a sintetizzare tutto quanto si è commentato maggiormente nel 2020, ma senza portare davvero una punch line, una catena virale da girare su whatsapp, un lavoro davvero poco ispirato ma reso ingiustificabile dal valore produttivo enorme in gioco.

 

In coda, la più grande colpa di forma di questo Brooker è che nemmeno per un secondo crea l'illusione di assistere a un documentario, per quanto nei mockumentary è ovvio che si stia guardando qualcosa di finto: la forma portata all'assurdo tiene lo spettatore dentro un contenitore ben specifico che viene parodizzato non solo da quello che viene detto, ma stropicciandone la forma e la direzione che questo prova a prendere.

Il carattere parodico è insito nei personaggi dipinti dagli attori ma non nella forma, rompendo il gioco e mostrando il fianco di un progetto in apparenza maldestro e, come già discusso, fuori fuoco anche nei bersagli della sua satira, trasmettendo l'idea di aver raccolto una fumosa serie di meme.

 

Death to 2020 non fa così ridere, non è caustico, non è distopico, non è brillante in nessuna delle sue parti e quando è conscio di non sapere più cosa fare cambia marcia riguardo i toni di certi personaggi, forse con la speranza di risvegliare dal torpore della noia il pubblico, buttando qua e là due riferimenti pop.

 

Lasciamo morire questo 2020, perché qui siamo in zona orologio a cucù.

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