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La terra dei figli - Recensione: la brutalità dei ricordi

Una volta terminata la visione de La terra dei figli il mio unico pensiero è stato “Vorrei vedere più spesso film con questo coraggio in Italia.”

 

Chiariamoci: il quarto lungometraggio diretto da Claudio Cupellini non è privo di difetti, ma l’ambizione nel mostrare che è possibile fare il Cinema di genere anche nel nostro Paese - senza scimmiottare goffamente gli americani (Il talento del calabrone, La bestia) - è assolutamente da lodare e sostenere.  

 

[Il trailer de La terra dei figli]

 

 

Liberamente tratto dall'omonimo fumetto realizzato da Gian Alfonso Pacinotti - in arte Gipi - La terra dei figli ci catapulta in un futuro post-apocalittico dove i ricordi e la scrittura sono ormai ininfluenti sulla vita di chi è sopravvissuto, il cui unico scopo è riuscire a procurarsi da mangiare.

 

In questa cornice ci viene raccontata la storia del Figlio - così chiamato da suo padre - un giovane ragazzo nato poco prima dell’arrivo dei cosiddetti veleni, la causa scatenante della distruzione di ogni cosa.

La vita del personaggio interpretato da Leon de La Vallée ruota quindi costantemente attorno alla ricerca del cibo e alla curiosa morbosità di capire cosa suo padre scriva su un quaderno durante la notte.

 

Uno degli elementi di maggiore interesse de La terra dei figli riguarda proprio l’assenza del concetto di scrittura e di lettura, aspetti che se mancanti portano inesorabilmente alla caduta della società.

Non è chiaro appositamente il perché tutto ciò sia successo, ma la costruzione del mondo de La terra dei figli è assolutamente credibile e perfettamente adattata al nostro territorio.

 

 

[Anche i costumi e la scenografia de La terra dei figli sono da lodare]

 

In questo caso la scena iniziale è particolarmente efficace per immergerci in questo immaginario: il Figlio si trova per necessità a lottare disperatamente contro un cane per sopravvivere e poterne ricavare del cibo.

 

La scelta di utilizzare il “miglior amico dell’uomo” non è casuale e ci fa capire fin da subito attraverso le immagini che nel mondo de La terra dei figli i cani non sono animali da tenere nel salotto di casa, ma prede utili alla sopravvivenza. 

Questo fattore è la causa diretta dell’assenza quasi totale del significato delle parole che portano pian piano alla perdita dei sentimenti, trasformandoci inesorabilmente in bestie.

 

Nel momento in cui l’oggetto perde il suo significato, le emozioni legate ad esso affogano gettando la società negli abissi più oscuri. Anche chi viveva nel mondo pre-veleni è costretto a dimenticare ciò che sapeva, per poter sopravvivere e non lasciarsi scalfire dalla vulnerabilità del ricordo.

 

Claudio Cupellini riesce a rendere perfettamente l’idea della desolazione che circonda i protagonisti mettendo in scena un mondo paludoso, asfissiante - la fotografia tutta giocata sui toni freddi è perfettamente funzionale - e completamente privo di speranza.

Il paesaggio diventa di conseguenza protagonista del film, comunicando con il Figlio e con lo spettatore l’angoscia di una terra che - al contrario del titolo - di figli non ne vuole avere.

 

Guardando da vicino The Road di John Hillcoat, il regista di Alaska si prende tutto il tempo necessario quindi per introdurci in questa “vita”, lavorando per sottrazione senza mai forzare l’acceleratore, creando un'atmosfera lugubre e brutale.

Chi invece non ha lavorato per sottrazione purtroppo è a mio avviso il giovane attore Leon de La Vallée che - forse complice la direzione di Cupellini - spesso carica la recitazione in modo eccessivo, andando sopra le righe e muovendosi in netto contrasto con le atmosfere plumbee del film.

 

 



Perfettamente in parte invece sia il Padre (Paolo Pierobon) sia, anche se in ruoli più piccoli, Valeria Golino e Valerio Mastandrea.

 

Un aspetto interessante de La terra dei figli risiede anche nella scelta dei personaggi da affidare agli attori più conosciuti (vedasi appunto la Golino e Mastandrea), andando contro l’immaginario a cui siamo abituati nel vederli recitare per rendere anche questo aspetto sudicio, privo di ogni forma di bellezza.

 

In un mondo in cui la memoria del passato porta solo paura e dolore, il viaggio - anche di formazione - de il Figlio ci ricorda come essa sia di vitale importanza per noi in quanto essere umani e in quanto società, in un film che mostra brutalmente di cosa saremo capaci se questa caratteristica unica dell’essere umano venisse a mancare.

 

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2 commenti

Alex Lenoci

2 mesi fa

Complimenti per la recensione, mi ha lasciato davvero le stesse impressioni e spero che qualcuno lo vada davvero a recuperare in sala

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Emanuele Antolini

2 mesi fa

Alex Lenoci
Lo spero anche io, anche se purtroppo - complice una campagna promozionale imbarazzante - non ha fatto questi grandi incassi.

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