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Playboy intervista il vulcanico Mel Brooks - Parte 2 di 3

In questa seconda parte dell’intervista - qui potete trovare la Parte 1 - Mel Brooks prosegue parlando dei suoi tre anni come soldato durante la Seconda Guerra Mondiale, di come abbia cominciato a farsi strada nel mondo dello spettacolo e di tutte le difficoltà psicologiche che ne possono derivare.

 

Buona lettura!

 

Isabella Di Leo

_______________

 

 

[Dalla prima pagina dell’intervista su Playboy]

 

 

Playboy:

Signor Brooks, come ti poni nei confronti del sesso?

 

Mel Brooks:

Come osi farmi una domanda così oscena? Cosa pensi che sono, un animale?

Per favore, cambia argomento! Preferisco parlare dei Cosacchi.

Vivo nel terrore che arrivino i Cosacchi. Mi terrorizzano anche le auto e i luoghi stretti. E non mi piace svoltare quando cammino.

Durante la notte tengo accesa la luce dello sgabuzzino. I topi divorano gli sgabuzzini.

 

Playboy:

Non hai un gatto?

 

Mel Brooks:

IO sono un gatto. Facevo I migliori versi da gatto da ragazzo, e sono ancora molto bravo.

Senz’altro ce ne saranno altri di bravi a fare quei versi, ma non li ho ancora conosciuti. In Frankenstein Junior c’è una scena in cui Gene Wilder tira una freccetta e manca il bersaglio.

Un secondo dopo si sente il miglior verso da gatto sofferente mai apparso su schermo.

Lo ha eseguito il tuo obbediente servo.

 

Playboy:

I gatti ebrei erano diversi da quelli gentili, nel tuo quartiere?

 

Mel Brooks:

Mi stai chiedendo se indossassero il kippah? No, ma quelli ebrei erano differenti.

Quando ero un bambino, pensavo che tutto il mondo fosse ebraico. Quando mi permisero di andare fuori a giocare, pensavo che gli italiani e gli altri come loro fossero rari. Ogni tanto ne catturavamo qualcuno per studiarli.

Fu uno shock quando, controllando i loro peni, scoprimmo che avevano quelle buffe punte. Sembravano dei formichieri.

Te l’ho detto che per anni ho pensato che Roosevelt fosse ebreo? Non scherzo.

Voglio dire, i nazisti lo chiamavano bastardo ebreo, no? Lo amavo.

Pensavo a lui come a mio padre. Sono sempre sbalordito quando scopro che persone come Roosevelt e Tolstoj non erano ebrei. Come ho fatto ad amarli così tanto?

 

Comunque, dopo un po’, ho capito che non erano solo i peni a essere diversi. Gli ebrei apparivano diversi.

Mi sono sempre immaginato l’ebreo come un tipo basso, dall’aspetto simpatico con crespi capelli rossi e la pelle color latte con un sacco di lentiggini.

Solitamente nascosto sotto un letto, pregando in yiddish per la sua vita mente arrivano i cosacchi.

Quando ero piccolo pensavo che quando sarei cresciuto avrei parlato anche io in yiddish. Pensavo che solo i piccoli parlassero inglese, ma quando sarebbero diventati adulti avrebbero parlato in yiddish come gli adulti.

Non ci sarebbe più stato bisogno di parlare inglese perché ce l’avremmo fatta.

 

Ma anche in inglese gli ebrei parlavano diversamente.

I gentili hanno la Rs. Dio non ha dato agli ebrei la Rs.

I gentili dicono “PaRk the caR.” Gli ebrei dicono “Pahk the cah.”

Gli ebrei di Brooklyn hanno imparato il loro inglese principalmente dagli irlandesi.

 

Chiunque dica “I wantida go ta da terlit on T’oid Avunya” sta mescolando un accento da immigrato ebreo con dialetto irlandese.  

 

 

[Un giovane Mel Brooks]

 

 

Playboy:

C'erano delle principesse ebree a Brooklyn a quei tempi?

 

Mel Brooks: 

Sheila Rabinowitz. Le principesse ebree sono una cosa da seconda generazione. 

Le ragazze di prima generazione lavavano i pavimenti e davano una mano. I genitori di seconda generazione potevano permettersi di sostenere i nobili. Ma il padre di Sheila era un importatore di coriandolo, era famoso per questo, così Sheila diventò una principessa ebrea di prima generazione. 

Viveva a due isolati da scuola, ma prendeva un taxi. Aveva quattro braccialetti con nomi diversi, due ai polsi e due alle caviglie. E tutti i nomi erano gentili, solo per metterti al tuo posto: Bob, Dick, Peter e Steve. 

 

Erano ragazzi ebrei, ma i nomi erano gentili. 

Sheila veniva vestita griffata Pucci, e Pucci non era ancora in affari ai tempi. Aveva sedici anni e indossava un turbante con uno strass in mezzo. 

E l'accento! “Why, helloooo, theahhh. How aahh you?” 

Che diavolo è il coriandolo, oltretutto?

 

Playboy:

Che ne è stato di lei?

 

Mel Brooks: 

Non lo so. Sognava il grande mondo al di là del ghetto. Io ero felice dov'ero. 

Quando ero un bambino non avevo bene idea di cosa fosse un ebreo nel mondo esterno. Sapevo che cosa era a Williamsburg. 

Era un corridore e un ratto spaventato a morte. Ma degli ebrei al di fuori sentivo cose diverse. Prima di tutto si diceva che fossero comunisti, che rovesciavano tutti i governi del mondo. 

Quando ero al liceo pensavo che il lavoro di un ebreo nella vita fosse quello di rovesciare i governi. 

 

L'altra cosa che si diceva è che gli ebrei erano capitalisti e avevano tutto l'oro e le banche e che il lavoro degli ebrei era quello di uccidere tutti i socialisti e i radicali. 

Così non ho mai veramente capito quale fosse la missione ebraica. 

Dovrei uccidere i capitalisti e prendere i loro soldi? No, ucciderei gli ebrei. 

Dovrei eliminare i radicali in modo da poter tenere i nostri soldi? No, ucciderei gli ebrei. 

Tutto molto confuso. 

 

MA (balza in piedi) BASTA CON GLI EBREI! NON PARLERÒ PIÙ DEGLI EBREI! 

Anzi, non parlerò più di niente! (Strappa diverse strisce di scotch, si sigilla le labbra e poi, in preda alla frenesia, cercando di parlare e muovendo gli occhi, si schiaffa altro nastro adesivo sulle orecchie, sulle narici, sui capelli e, infine, sulle palpebre, barcollando per la stanza, trascinando una gamba e borbottando) 

 

Guardate! Guard’t’ c’s’ m’ fatt’! (Si toglie di dosso il nastro adesivo) 

Questa notte è venuto a rubare nella mia trincea e mi ha coperto la faccia con lo scotch.

 

Playboy:

Nei tuoi film prendi in giro i tedeschi. Non ti piacciono?

 

Mel Brooks: 

A me? Non piacciono i tedeschi? 

Perché non dovrebbero piacermi? 

Solo perché sono arroganti, hanno il collo ciccione, fanno tutto quello che gli viene detto a patto che sia crudele, hanno ucciso milioni di ebrei nei campi di concentramento, hanno fatto del sapone con i loro corpi e lampade con la loro pelle? 

È una ragione per odiare le loro cazzo di budella?

 

Playboy:

Ovviamente no. Sei mai stato in Germania?

 

Mel Brooks: 

Solo per uccidere i tedeschi. 

Ero nell'esercito, Seconda Guerra Mondiale. Mi sono arruolato a 17 anni. Ero a Fort Sill, Oklahoma. 

Addestramento di base, ok? Faccia un soldato di questo ragazzo ebreo. 

Sinist', dest'! 

Ho provato a spiegarlo al sergente che camminare non fa bene agli ebrei. La pensava diversamente. 

 

Poi un giorno ci misero tutti nei camion, ci portarono alla stazione ferroviaria, ci misero in un treno chiuso a chiave con i finestrini oscurati.

Scendemmo dal treno, salimmo su una barca.

Scendemmo dalla barca, salimmo sui camion.

Scendemmo dai camion, iniziammo a camminare.

Improvvisamente, tutto intorno a noi, Waauhwaauhwaauh! Sirene! Carri armati Panzer! Eravamo circondati da tedeschi. 

È “L’Offensiva delle Ardenne”! Mani in alto! 

"Aspetta!", dissi, "Abbiamo appena lasciato l'Oklahoma! Siamo americani! Dovremmo vincere!" 

Fu molto spaventoso, ma ne siamo usciti.

 

Trascorsi un sacco di tempo nell’artiglieria. Troppo rumoroso. Non reggevo tutto quel rumore. Per tutta la guerra ho tenuto due mozziconi di sigarette nelle orecchie. 

Non si riusciva a leggere, non si riusciva a pensare, non si poteva nemmeno fare una telefonata. 

Bagharrroooommmmm! Brrllaggghhhhaarrooooooooooommmmm! 

E i tedeschi hanno iniziato a sparare. 

"Posta in arrivo!" Stronzate. 

Solo Burt Lancaster lo diceva. 

Dicevamo "Oh, Dio! Oh, Cristo!" 

Chissà, magari Cristo ci avrebbe aiutato, dopotutto anche lui era ebreo.

 

Playboy:

Cosa hai fatto quando sei uscito dall'esercito?

 

Mel Brooks: 

Aspetta! Stai correndo troppo! 

Alla fine della guerra ho fatto degli spettacoli per l’esercito. Prima per i tedeschi, poi a Fort Dix ho fatto alcuni spettacoli. 

Ci siamo tutti rimboccati i pantaloni e facevamo le Andrews Sisters. Uno di noi sta ancora facendo Laverne nell'East Village. 

 

Comunque, una volta uscito avrei avuto tre scelte. 

Andare all'università, metter su bottega e fare 10.000 dollari all'anno.

Un'altra cosa che facevano gli ebrei era diventare commessi viaggiatori. Hipsy, Pipsy, lotsa pep, presente?

Camicia bianca, abito nero, gemelli Swank, e, se ce l'hai fatta, un anello a occhio di gatto sul mignolo.

 

E, sull'altro mignolo, l'anello del tuo bar mitzvah. Era la grande artiglieria dei gioielli di Brooklyn.

Splendevi agli occhi di tutti a una festa.

 

 

[Mel Brooks soldato durante la Seconda Guerra Mondiale]

 

 

Playboy:

E la terza scelta?

 

Mel Brooks: 

Show business. 

Ma devi capire una cosa: gli ebrei non fanno commedie in inverno. In estate, va bene. 

Ero un bambino, lavoravo ai monti Catskill. Ecco come ho iniziato anni prima, come un “tummler” a bordo piscina. 

Un tummler è un come uno sguattero, ma con decorazioni nel sangue.

Per 8 dollari a settimana potevi mangiare quello che volevi, lavavi i piatti, noleggiavi barche a remi, pulivi i campi da tennis e, se imploravi abbastanza, ti lasciavano provare ad essere divertente a bordo piscina. 

 

Avevo 14 anni e camminavo sul trampolino indossando scarpe derby e un grande cappotto nero. 

Portavo con me due valigie piene di pietre. 

"Gli affari fanno schifo!" gridavo, "Non posso andare avanti!" E saltai in piscina. 

Grandi risate: gli ebrei lo adoravano. 

 

Ma io non ridevo, perché le valigie pesavano una tonnellata e colai a picco. 

Il cappotto assorbì 20 galloni di acqua istantaneamente. Finii l'aria, ma non riuscivo a sollevare le valigie e non potevo lasciarle in acqua. Erano di cartone, in due minuti si sarebbero sciolte, e mi sarebbero servite per lo spettacolo del giorno dopo. 

Dio benedica Oliver, quel goy! 

Era il bagnino - gli ebrei non nuotano, ricordi? - e ogni giorno faceva un tuffo ad angelo e mi tirava su.

 

Playboy:

E dopo essere stato un tummler?

 

Mel Brooks:

Sono entrato in una compagnia teatrale della Borscht Belt. 

Mi hanno fatto interpretare il procuratore distrettuale in Uncle Harry, un melodramma. 

Avevo 14 anni e mezzo, ma interpretavo un uomo di 75 anni. 

La mia unica battuta era: verso dell'acqua da una caraffa in un bicchiere e dico "Ecco, Harry, bevi un po’ d'acqua e calmati." 

Ma è la prima ed ero un po’ nervoso, no? Così misi la caraffa sul tavolo e questa si è frantumata creando una cascata dal tavolo e su tutto il palco - un casino che non ti dico! 

Il pubblico sussultò. 

 

Non sprecai un minuto: camminai fino alle luci del palco, mi tolsi il parrucchino grigio e dissi: "Ho 14 anni, che volete?!" 

Beh, ebbi una risata di 51 minuti, ma il direttore della commedia percorse correndo tutta la navata e mi inseguì per cinque resort ebrei.

 

Playboy:

E dunque, come sei diventato un comico?

 

Mel Brooks:

Sono diventato un batterista, ecco come. 

Quando ci trasferimmo a Brighton Beach avevo 13 anni e mezzo e a poche case di distanza viveva il solo e unico Buddy Rich. 

Buddy aveva appena iniziato con Artie Shaw, e ogni tanto dava a me e al mio amico Billy mezza lezione. 

 

Quando tornai sui monti dopo la guerra, ho suonato la batteria e ho cantato.

(con occhi improvvisamente sognanti inizia a picchiettare ritmicamente sulla sua scrivania con i polpastrelli mentre canta)

“It’s not the pale moooon that excites me, that thrills and delights me. Oh, nooooo…” 

Oh, facevo cagare. Non ne hai idea.

 

Comunque, una volta sui monti stavo suonando la batteria dietro uno dei comici. 

Le serviva bene le battute ma erano sempre le stesse. 

"Ho fatto un salto a Chicago e accidenti se mi fanno male le gambe"

"La ragazza che ho portato al ristorante era così magra che il cameriere ha detto: vuole darmi il suo ombrello?" 

 

Comunque, una sera il comico si ammalò e mi chiesero di prendere il suo posto. Wow!

Ma non volevo fare le stesse vecchie battute, così decisi di andare là fuori e inventarmi qualcosa. Pensai di parlare di cose che sappiamo tutti e vedere se diventavano divertenti. 

Ad esempio, quel giorno una cameriera di nome Molly venne chiusa in un armadio e l'intero hotel la sentì urlare: "Los mir arois! Fatemi uscire!” 

Così, quando salii sul palco, rimasi lì con le ginocchia che tremavano e dissi: "Buonasera, signore e signori... LOS MIR AROIS!" 

Si sbellicarono.

 

Playboy:

Hai continuato ad improvvisare il tuo numero, notte dopo notte?

 

Mel Brooks: 

Pazzesco, eh? Ma l'ho fatto. 

Guarda, dovevo correre dei rischi o non era divertente essere divertente. E sai, c'era un sacco di ottimo materiale in giro per le Catskills che aspettava solo di essere notato. 

Come Pincus Cantor. Era il manager dove lavoravo, un ebreo vecchio stile della Polonia. 

Non riusciva a gestire il sistema di altoparlanti dell'hotel. 

Non riusciva a star dietro alla tecnologia. 

Non era mai sicuro di avere l'altoparlante spento o acceso e di solito lo accendeva al momento sbagliato. 

 

Era una tranquilla giornata di sole sui monti, ok? La gente dormiva sulle sedie a sdraio o remava lentamente attraverso il lago. 

Improvvisamente, un urlo tremendo si alzò. 

Per dieci miglia sui monti si udì: "FIGLI DI PUTTANA BASTARDI! LURIDI E SCHIFOSI!

COME HANNO POTUTO LASCIARE UN LENZUOLO COSÌ SPORCO?! QUEI FIGLI DI PUTTANA, CHE CI DORMANO LORO... COSAAA? È ACCESO? OYYYY!" 

Click.

 

Così feci Pincus Cantor sul palco: successone. 

Ma in realtà non ero così bravo, non all'inizio. 

Gli ebrei nella sala da tè, le donne ebree con i capelli blu, mi chiamavano e dicevano: "Melvin, abbiamo apprezzato alcune parti del tuo spettacolo, ma un mestiere sarebbe meglio per te.

Qualsiasi cosa tu decida di fare con quelle mani sarebbe buona. I meccanici dell'aviazione sono molto ben pagati." 

 

Camminavo insieme a un tipo calvo, Sol Yasowitz.

"Be’, cosa ne pensa, Mr. Yasowitz?" gli chiesi. 

"Fa schifo", disse con un sorrisetto. 

 

Non si riusciva mai ottenere una parola gentile dagli ebrei. Sai, forse ero terribile per davvero. 

Avevo questa sigla, l'ho scritta io stesso (fa un ingresso alla Donald O'Connor mentre canta) 

"Dadadadat dat daaaa! Here I am / I’m Melvin Brooks! / I’ve come to stop the show / Just a ham who’s minus looks / But in your hearts I’ll grow! / I’ll tell you gags, I’ll sing you songs / Just happy little snappy songs that roll along / Out of my mind / Won’t you be kind? / And please love… Melvin Broooooooks!” 

Terribile, no? 

 

Dopo una cosa simile sicuramente hai bisogno di Raisinets, giusto? 

Sbagliato. 

Ma pensaci. Credimi, poche cose funzionano bene anche quando sono ricoperte di cioccolato.  

Comunque, volevo intrattenere al punto che ho continuato a farlo fino a quando sono diventato bravo. 

Così mi sono fatto strada nel mondo dello spettacolo.

 

Playboy:

Abbiamo letto da qualche parte che hai fatto sette spettacoli di due ore a settimana mentre lavoravi nelle Catskills.

 

Mel Brooks: 

È vero. Ma non ci abbiamo badato. 

Pensavamo che lo show business fosse così. Pensando a cosa ho fatto dopo, quello era una passeggiata. Uno show a settimana per la TV, un film all’anno per il Cinema. 

Scherzi? Ho passato gli ultimi 20 anni a cercare di recuperare il sonno.

 

Playboy:

Non hai incontrato Sid Caesar mentre lavoravi alle Catskills?

 

Mel Brooks: 

Sì, ma prima sono stato nell’esercito. 

Era un sassofonista ed era pure molto bravo. Avrebbe potuto essere famoso in tutto il mondo con quel sax, ma ha iniziato a fare il cretino nella band ed era così divertente che l'hanno trasformato in un comico. 

Dopo la guerra ci siamo incontrati di nuovo a New York e lui mi ha fatto entrare in televisione. 

Sid era un genio, un grande attore comico, lo è ancora, uno dei più grandi imitatori mai esistiti. Solo che non fingeva di essere una celebrità. 

Avrebbe interpretato un uomo sposato o un vecchio cavallo alle sue ultime zampe o un musicista di nome Cool Cees o un intero film italiano. 

Stava imitando la vita e aveva queste fantastiche intuizioni di vasta gamma. E c'era sempre qualcosa di fastidioso. 

 

Sid aveva questa rabbia formidabile, ce l’aveva con il mondo, e anche io. 

Forse ero arrabbiato perché ero ebreo, perché ero basso, perché mia madre non mi aveva comprato una bicicletta, perché era difficile andare avanti, perché non ero Dio, chi lo sa perché? 

Comunque, se io e Sid non ci fossimo sentiti così simili, sarei stato un comico dieci anni prima. 

 

Ma lui era un ottimo veicolo per la mia passione.

 

 

[Due giovani Mel Brooks e Sid Caesar nei primi anni ‘50]

 

 

Playboy:

È vero che tutti ti odiavano quando lavoravi come sceneggiatore per il programma televisivo Your Show of Shows?

 

Mel Brooks: 

Tutti odiavano tutti. 

Derubavamo i ricchi e ci tenevamo tutto. C'era una tremenda ostilità nell'aria. Una situazione molto carica, ma molto buona. 

Eravamo tutti mocciosi viziati che gareggiavano l'uno contro l'altro per il favore del re, Sid Caesar, e tutti volevamo inventare la battuta più divertente. 

Che io sia dannato se qualcuno avesse osato scrivere qualcosa di più divertente di quello che scrivevo io, e gli altri pensavano la stessa cosa. 

 

C'erano sette scrittori comici in quella stanza, sette brillanti cervelli comici.

C'erano Mel Tolkin e Lucille Kallen. Poi sono entrato.

E ho rovinato tutto. 

 

Poi Joe Stein, che in seguito ha scritto Il violinista sul tetto, e Larry Gelbart, che ha scritto e prodotto M*A*S*H. 

Mike Stewart era il nostro dattilografo. Tu pensa! 

Il nostro dattilografo più tardi ha scritto Bye Bye Birdie e Hello, Dolly!

Tempo dopo, Mike è stato sostituito alla macchina da scrivere da qualcuno di nome Woody Allen. 

 

Anche Neil e Danny Simon erano lì, Doc era così tranquillo che non immaginavamo quanto fosse bravo. 

Sette ratti in una gabbia. Le sessioni di presentazione erano letali. 

In quella stanza dovevi lottare per sopravvivere.

 

Playboy:

Da quello che ho sentito dire il tuo rapporto competitivo con gli altri scrittori non era niente in confronto ai tuoi problemi con Max Liebman, il produttore dello show.

 

Mel Brooks: 

Max mi odiava. Ero un ragazzino piuttosto arrogante. 

Ma lo odiavo anche io. 

Quando Sid chiese a Max di assumermi, Max non lo fece. Sid mi diede 50 dollari a settimana di tasca sua e io aspettavo nel corridoio fuori dove Sid e Max e Mel e Lucille scrivevano lo show. 

Dopo un po', Sid si affacciava dalla porta e diceva "Ci servono tre battute", così gli inventavo tre battute, ma Max non mi faceva entrare.

 

Playboy:

Cosa non gli piaceva di te?

 

Mel Brooks: 

La mia lingua lunga. Quando lo prendevo in giro, mi tirava il sigaro acceso dritto in faccia!

Ma ero svelto a schivarlo. 

 

Un giorno eravamo sul palco. 

Urlai "Pepper Martin scivola in seconda base! Occhio al culo!" 

E corsi dritto verso di lui a tutta velocità e poi mi buttai in uno scivolo frontale. Finii dritto tra le sue gambe e lo mandai all’aria, si spaventò a morte. 

Ora ne ridiamo, ma allora fu dura. 

È un grande showman, però; inconsciamente penso di copiarlo ancora.

 

Playboy:

Una volta non hai spaventato a morte il Generale Sarnoff?

 

Mel Brooks: 

Vero! Un giorno ci fu una grande conferenza al palazzo RCA. 

Tutti i pezzi grossi. 

Il Generale Sarnoff, il presidente del consiglio di amministrazione della RCA; Pat Weaver, il presidente della NBC; Max Liebman e Sid. 

 

Quando cercai di entrare nella stanza con loro mi sbatterono la porta in faccia. 

Ma volevo sapere cosa stavano progettando. 

Ci sarebbe stato un nuovo show? Avrei dovuto comprare una nuova auto? 

Così misi uno spolverino bianco e un cappello di paglia e mi schiantai sulla porta durante la riunione, saltai sul tavolo della conferenza. 

 

"Evviva!", urlai, "Evviva! Lindbergh è atterrato a Le Bourget!" 

Erano gli anni ‘50. Poi tolsi il cappello di paglia, lo feci volare attraverso la stanza e finì fuori dalla finestra, da allora non se ne ha più traccia. 

Poi cominciai a cantare La Marsigliese mentre il Generale Sarnoff si strinse il cuore e Liebman ha alzò gli occhi al cielo. 

Weaver era bianco come un lenzuolo. 

Sid fu l’unico a ridere; barcollava, tenendosi l'intestino. 

Liebman disse: "E ora, se vuole gentilmente lasciarci, Mr. Brooks!" 

Ma gli dissi "Non capisci? Lindbergh ce l'ha fatta!"

 

Playboy:

Alla faccia, quanto materiale fuori scena.

Cosa hai scritto per lo show?

 

Mel Brooks: 

Capolavori. Il miglior lavoro che abbia mai fatto. 

Facevamo otto pezzi comici a settimana. Dal vivo. 

Niente registrazioni. Roba di classe.

 

Playboy:

Ce ne racconti uno?

 

Mel Brooks: 

Ricordo il primo che scrissi per Sid. Il ragazzo della giungla. 

"Signore e signori, ora le notizie. 

Il nostro corrispondente itinerante ha appena scoperto un ragazzo della giungla, cresciuto dai leoni in Africa, che cammina per le strade di New York City."

Sid lo interpretò indossando una pelle di leone.

 

"Signore, come sopravvive a New York City?"

"Sopravvivere?"

"Cosa mangia?"

"Piccioni."

"I piccioni non si oppongono?"

"Solo per un minuto."

"Di cosa ha paura più di ogni altra cosa?"

"Buick."

"Ha paura di una Buick?"

"Sì. Buick può vincere in scontro mortale. Io deve sgattaiolare su Buick parcheggiata, dò pugno su griglia. Buick muore."

 

 

[Due giovani Mel Brooks e Sid Caesar nei primi anni ‘50]

 

 

Playboy:

Chi erano le altre star dello show?

 

Mel Brooks: 

Imogene Coca, tipa brillante. 

Carl Reiner, la più grande spalla del mondo. 

E Howie Morris! Howie aveva il miglior naso mai dato ad un ebreo. Nessun ritocco. Era il suo naso. 

Un miracolo! Solo per il naso per me poteva già fare successo. 

Ma era anche un genio. Non conosceva alcuna lingua al di fuori dell’inglese, eppure poteva farti credere di parlare tutte le lingue del mondo: tedesco senza senso, italiano senza senso, russo senza senso. 

Aveva un orecchio incredibile per gli accenti. Riusciva a farti credere che parlasse davvero quelle lingue. 

Ma la cosa migliore di Howie è che era l'unico ragazzo nello show che era più basso di me! 

Mi diede questa incredibile sensazione di potere.

 

Quindi una sera, appena entrò a far parte dello show, stavamo camminando lungo Macdougal Alley al Village. 

Chiacchieravamo dello spettacolo, facevamo conoscenza. Bella serata, si stava rabbuiando. Così decisi di derubarlo. 

No, davvero. 

Lo schiaffeggiai e lo buttai contro una Studebaker gialla. 

"Questa è una rapina!", dissi. 

Avevo la mano nella tasca del cappotto con il dito puntato come una pistola. 

"Dammi tutto quello che hai o ti uccido!" 

I miei occhi brillarono. Sembravo pazzo. 

Diventò bianco. 

 

Presi il suo portafoglio, il suo orologio, anche la sua fede nuziale. Ripulito. Poi scappai nella notte. Barcollò verso una cabina telefonica, chiamò Sid. 

Sid disse "Oh, l’ha fatto di nuovo, vero? Qualunque cosa succeda, non chiamarlo o andare a casa sua, ti ucciderà." 

Howie disse "Ma quando riavrò la mia roba?" 

Sid disse "Devi aspettare che rinsavisca."

 

Be’, Howie aspettò per tre settimane. 

Niente portafoglio, niente orologio. Ha dovuto comprare un altro anello nuziale. 

Lo salutavo ogni mattina come se niente fosse. 

"Ciao, Howie. Come stai? Ti piace lo sketch?" 

Diceva "Bello, Mel. Mi piace molto." 

Poi andava da Sid e diceva: "Quando se ne ricorderà? La mia patente è nel portafoglio. Non guido da tre settimane." 

E Sid diceva "Aspetta." 

 

Poi un giorno fissai Howie e mi colpii la testa. 

"Howie! Oh, mio Dio! Ti ho derubato, mi dispiace tanto!

Ecco il tuo portafoglio! Ecco i tuoi soldi! Ecco il tuo anello!"

 

Fu lo scherzo più lungo della storia, perché tre anni dopo - nel frattempo eravamo diventati grandi amici - stavamo remando sul lago a Central Park all'ora di pranzo. Bella giornata di sole. 

Le farfalle facevano l’amore, lo spruzzo dei remi. 

Howie stava remando. Passammo sotto un ponte appartato. 

Luogo perfetto per una rapina. Mi alzai, misi la mano in tasca, gli mollai un ceffone. Howie è furbo. 

La preda rispetta sempre le prerogative del predatore. 

Quindi, senza una parola, mi porse il portafoglio, l'orologio, l'anello, si tolse le scarpe, le legò al collo, saltò fuori bordo, l'acqua gli arrivava fino al mento e arrivò a riva. 

Beh, quella volta gli ho restituito tutto dopo qualche giorno. 

 

Ma ho intenzione di derubarlo di nuovo un giorno, signore e signori, perché derubare Howie è quello che so fare meglio.

 

 

[Pazzi brainstorming tra colleghi al cospetto di re Sid Caesar]

 

 

Playboy: 

Nel corso degli anni, qual è stato il tuo principale contributo allo show?

 

Mel Brooks: 

Energia e pazzia. 

Voglio dire, ero disposto a correre rischi terrificanti. Ero totalmente disposto ad essere un idiota. Mi sarei buttato nello spazio, senza sapere dove sarei atterrato. 

Sarei corso su una corda, senza rete di protezione. Se fossi caduto, sangue ovunque. 

Dolore. 

Umiliazione. 

 

In quelle sessioni di presentazioni ho avuto un pubblico di esperti e non hanno mostrato alcuna pietà, ma dovevo andare oltre. 

Non mi divertiva più la competizione sull’essere più divertente di loro. Dovevo arrivare alla battuta definitiva, sai, la battuta cosmica da cui uscivano tutte le altre battute. 

Dovevo superare ogni limite. Ero immensamente ambizioso. 

Era come se stessi urlando all'universo di prestare attenzione. 

Come se dovessi far ridere Dio.

 

È buffo: ricordo che un anno, alla cerimonia degli Emmy Awards, diedero il premio per i migliori sceneggiatori al Phil Silvers Show e non avevano mai dato un Emmy a noi di Your Show of Shows. 

Così saltai su un tavolo e cominciai ad urlare, proprio lì davanti alle telecamere e a tutti: "Coleman Jacoby e Arnie Rosen hanno vinto un Emmy e Mel Brooks no! 

Nietzsche aveva ragione! Dio è morto! Dio è morto!”

 

Playboy: 

Hai descritto un sacco di comportamenti davvero selvaggi. 

Sei sicuro che alcuni di essi non fossero davvero un po' pazzi?

 

Mel Brooks:

Sono certo che lo fossero. 

Ho vissuto momenti disastrosi quando ero un giovane. Dopo essere stato assunto a Your Show of Shows, ho iniziato ad avere attacchi di ansia acuti. 

Vomitavo un sacco tra le Plymouths parcheggiate nel centro di Manhattan. A volte ero così ansioso che dovevo correre, altrimenti avrei generato troppa adrenalina per poter fare qualsiasi cosa che non fosse correre o urlare. 

Corse per chilometri attraverso le strade della città. La gente mi fissava. Non si faceva jogging allora. 

Inoltre, non riuscivo a dormire la notte e avevo un sacco di vertigini e soffrivo di nausea per giorni.

 

Playboy:

Cosa ha causato tutta questa ansia?

 

Mel Brooks: 

La paura della grandezza. 

Ecco cosa accadde: ero un ragazzo povero di un quartiere povero, reddito medio di famiglia 35 dollari a settimana. 

Mi sentivo fortunato a guadagnare 50 dollari a settimana, che è quello che mi pagava Sid. 

E poi, come se non bastasse, cominciarono ad accreditarmi sullo schermo! "Dialogo aggiuntivo, Mel Brooks." 

Wow! 

 

Ma quando fui assunto in regola come sceneggiatore e la mia paga salì a 250 dollari a settimana, cominciai a spaventarmi. Sceneggiatore! Non sono uno sceneggiatore. 

Ho una calligrafia tremenda. 

E quando il mio stipendio salì a 1.000 dollari alla settimana, mi sono spaventato sul serio. 

24 anni e 1.000 dollari alla settimana? Era irreale. 

Ho pensato che da un giorno all'altro mi avrebbero trovato e licenziato. Era come se stessi rubando e mi avrebbero scoperto. 

Poi, l'anno dopo, i soldi salirono a 2.500 dollari e alla fine raggiunsi 5.000 dollari a spettacolo e sono impazzito. 

 

Il disordine psicologico in cui mi trovavo cominciò a causare una vera debilitazione fisica. 

Vale a dire: basso livello di zucchero nel sangue e ipotiroidismo.

 

Playboy: 

Tu ipotiroideo?

 

Mel Brooks:

Tutti pensano, Mel Brooks, quel maniaco! 

Che energia quell’uomo! Deve essere ipertiroideo. 

Au contraire, mon frère. 

Tutt'oggi, prendo una mezza pastiglia per la tiroide e dei Raisinets occasionalmente. Ora, seriamente, hai bambini? 

Che ne dici di prendere un paio di scatole di Raisinets per i bambini? 

Li adorerebbero, e-

 

Playboy: 

Ma il cioccolato non fa bene ai denti.

 

Mel Brooks: 

E i denti fanno bene al cioccolato? Siamo onesti.

 

Playboy: 

Grazie, ma-

 

Mel Brooks: 

Prenditi tutto il tempo che vuoi. È una decisione importante. 

Forse dovresti chiamare il tuo avvocato. Usa il mio telefono, ok? 

Dove eravamo rimasti?

 

Playboy:

Cosa ti ha raddrizzato emotivamente?

 

Mel Brooks: 

Mel Tolkin mi spedì da un analista. Rigorosamente freudiano. 

Sul divano, senza sbirciare. 

Ma era un uomo gentile, caloroso e brillante. 

La maggior parte dei miei sintomi sono scomparsi nel primo anno, e poi ci siamo addentrati in cose molto più profonde, tipo perché si dovrebbe vivere o meno.

 

Playboy:

Hai trovato delle risposte?

 

Mel Brooks:

La cosa principale che ricordo di allora sono gli attacchi di sofferenza senza una ragione apparente. 

Profonda malinconia, una tremenda angoscia al punto che potevi pensare che qualcuno molto vicino a me fosse morto. 

Nessuno era più triste di me.

 

Playboy:

Perché mai?

 

Mel Brooks: 

Era collegato all'accettare la vita da adulto, uscire nel mondo reale. 

Ero addolorato per la morte dell'infanzia. 

Avevo avuto un'infanzia così felice, una famiglia vicina che mi amava. Mentre in quel momento dovevo affrontare il manto dell’età adulta e la genitorialità. Niente più monete scroccate dai miei fratelli più anziani o mia madre. 

A quel punto ero io il supporto di base della mia famiglia. Ero orgoglioso di fare la mia parte, ma significava non essere più il bambino, quello adorato. 

Significava essere una figura paterna. 

 

Fu un profondo, profondo shock. Ma alla fine diventai una persona matura.

Si sente spesso, sai, che le persone entrano nel mondo dello spettacolo per trovare l'amore che non hanno mai avuto quando erano bambini. 

Non crederci! 

Ogni comico e la maggior parte degli attori che conosco hanno avuto un'infanzia piena d'amore, poi sono cresciuti e hanno scoperto che nel mondo degli adulti non si ottiene tutto quell'amore: se ne ottiene solo una parte. 

 

Così entrano nel mondo dello spettacolo per riconquistare l'amore che avevano conosciuto da bambini, quando erano al centro dell'universo. 

 

 

[Mel Brooks al lavoro per lo spettacolo Caesar’s Hour]
 

 

Playboy:

Stai dicendo che quell'analista ti ha cambiato dall'uomo selvaggio che ha fatto la scivolata in stile Pepper Martin contro Max Liebman all'uomo maturo che ha scritto e diretto Mezzogiorno e mezzo di fuoco?

 

Mel Brooks: 

Sto dicendo che dovresti smettere di cercare di essere più divertente dell'ebreo.

Ciò che mi ha cambiato è stato il successo e il dover risolvere i problemi del successo. In quel periodo della vita, qualunque cosa tu faccia, stai facendo formazione, quello che Joseph Conrad chiamava il bernoccolo in testa.

Ho avuto il mio dall'analista e da Mel Tolkin. In mezzo a loro c’era il padre che non ho mai avuto.

 

Sherreeeeee! Portatemi qualche gomma Trident!

Ho smesso di fumare, gente, il 3 gennaio 1974.

Invece di mangiare la scrivania, mastico gomme. Perché la bocca vuole ancora inalare.

Ho già aspirato da un telefono Bell, ecco quanto è feroce la voglia.

 

Playboy:

Puoi dare qualche consiglio a qualcuno che sta cercando di smettere di fumare?

 

Mel Brooks: 

Succhia il naso a qualcun altro.

 

Playboy:

Grazie. Per quanto riguarda Tolkin…

 

Mel Brooks: 

Tolkin è un ebreo grande, alto e magro con gli occhi terribilmente preoccupati.

Sembra una cicogna che ha fatto cadere un bambino, lo ha rotto e va a spiegarlo ai genitori.

Molto triste, molto divertente, molto colto. Quando lo incontrai, non avevo letto niente di niente!

Disse "Mel, dovresti leggere Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, Gogol."

Era ferratissimo sui russi.

 

Così iniziai con Tolstoj e ne rimasi sopraffatto.

Tolstoj scriveva come fosse un oceano impetuoso, e non sembra affatto che ciò che scriveva fosse pensiero elaborato a lungo nella testa. Sembra così naturale.

Non ci si chiede se Tolstoj abbia ragione o torto.

La sua filosofia è racchiusa in personaggi interconnessi.

Dostoevskij, d'altra parte, è possibile contestarne i punti filosofici, ma è bravo, anche lui. I fratelli Karamazov non è certo da buttar via.

 

Playboy:

Che ne pensi di Gogol?

 

Mel Brooks: 

Ora sì che ragioniamo! Perfetto.

Commedia e umanità, e sapeva bene di cosa parlava. Le Anime Morte è un capolavoro.

Amo la sua visione del comportamento idiota. Gogol ci dice che la vita è così tragica, così stupendamente triste che faremmo meglio a ridere e divertirci.

 

O hai il senso dell'umorismo o non vai avanti.

 

Playboy:

Quindi c’è una grossa influenza russa nel tuo lavoro.

 

Mel Brooks: 

Enorme.

Nel momento esatto in cui li ho letti, sapevo che avrei voluto ottenere più di quanto Doc Simon e Abe Burrows avessero mai ottenuto.

Volevo essere il Molière americano, il nuovo Aristofane.

 

Playboy:

Oltre ai grandi scrittori sei stato influenzato da altri comici?

 

Mel Brooks:

Potentemente. Ho sempre pensato che Chaplin fosse meraviglioso.

Mi piacevano ancora di più Stanlio e Ollio. Keaton è stato il più grande Maestro della commedia fisica.

Fields era un genio nella costruzione di sketch. E Fred Allen mi ha mostrato nuovi tipi di ironia.

 

Playboy:

Quindi sei diventato ricco, colto, sicuro, e poi cos'è successo?

 

Mel Brooks:

Poi è caduto il tetto. Eccomi lì, a passeggiare in camicie di seta e a pensare di essere tagliato per la grandezza.

La televisione è troppo piccola per me. Come avrei fatto a uscire da quel giro schifoso? E improvvisamente ne fui fuori per davvero.

Lo spettacolo andò fuori onda. Un giorno guadagni 5.000 dollari a settimana, il giorno dopo nada.

 

Non riuscivo a trovare un lavoro da nessuna parte!

Gli spettacoli comici passarono di moda e per i successivi cinque anni feci una media di 85 dollari a settimana.

Da 5000 a 85! 

Caddi davvero in picchiata.

 

Playboy:

E i soldi che avevi risparmiato?

 

Mel Brooks: 

Quali soldi? Stai scherzando? Ero sposato!

Ero così indebitato che non ci potevo credere!

Tutto quello che avevo era un'edizione limitata di Guerra e Pace e una chiave di ferro. Ho baciato quella chiave quattro volte al giorno solo per avere qualcosa da fare.

 

Playboy:

E del disco che mi dici? Tu e Reiner non avete registrato The 2000 Year Old Man diverso tempo dopo la chiusura dello show?

 

Mel Brooks: 

Il disco uscì un anno dopo. Mi salvò. Vendemmo forse un milione di copie.

E ne facemmo altri due, il 2001 e il Festival di Cannes.

Inizialmente facevamo lo sketch gratis alle feste.

 

Andavamo al Danny’s Hide-A-Way a New York e Carl diceva "Signore, da quello che ho capito lei ha vissuto ai tempi di Cristo."

Io dicevo "Cristo? Non mi dice nulla. Ragazzo magro, nervoso? Sì, è venuto al mio negozio, non ha mai comprato nulla. Aveva un po’ di barba, carino. Indossava sandali, giusto?"

 

L'abbiamo fatto una volta a una grande festa a casa di Carl e Steve Allen disse che avremmo dovuto incidere un disco comico, ci vedeva dei soldi.

"Cosa?! Soldi?!"

Quindi ci siamo fatti mandare un carico di pane nero russo, sai quello rotondo, piatto.

L'ho squarciato di brutto cercando di creare delle scanalature, ma la riproduzione è piuttosto buona, non credi? E se non ti piacciono le battute, puoi sempre spalmarci sopra del formaggio e mangiarle.

Comunque, è stato un bene che il disco sia decollato.

 

Nel frattempo, il mio matrimonio era crollato e gli alimenti e il supporto ai miei figli mi stavano divorando.

 

 

[Carl Reiner e Mel Brooks in una foto promozionale del disco The 2000 Year Old Man]

 

 

Playboy:

Com’era la tua prima moglie?

 

Mel Brooks: 

Brava persona. Florence Baum era il suo nome, allora. 

Una ballerina. Lei ballava per uno show di Broadway e io mi frequentavo con una sua amica che poi se n’è andata in Europa per l’estate. 

Florence mi consolò e io la sposai. Le piacevano le mie battute. Abbiamo avuto tre figli, ma ci siamo sposati troppo giovani. 

Io credevo di sposare mia madre e lei di sposare suo padre. 

Alla fine, capimmo che l’unica cosa giusta da fare per tutta la famiglia era separarsi. Lo abbiamo deciso insieme. 

 

Penso abbia fatto uno splendido lavoro coi nostri bambini. 

Sono bambini fantastici e sani, tutto grazie all'educazione della madre. 

Stefanie ha 18 anni, Nicky 17, Eddie 15 e sono tutti molto dotati e vivaci.

 

Playboy:

Riesci a vederli spesso?

 

Mel Brooks: 

Questa è la cosa che mi fa più male al cuore. 

Vivo in California e i miei tre figli, che ora hanno l'età per essere davvero miei amici a un livello più maturo, vivono a New York e non riesco a vederli abbastanza. 

Siamo fortunati se ci vediamo tre volte l'anno per una settimana o poco più. 

Non è abbastanza. 

 

Mi piace molto stare con loro. Mi hanno aiutato con tutto ciò che ho scritto. Rimbalzo le mie idee sulle loro buone e giovani menti flessibili, e loro rispondono con "questa è una stronzata!" o "sensazionale!". 

Non pensano che io sia un tipo strambo, sanno che sono un essere umano serio che però è un umorista.

 

Playboy:

Non saresti felice senza dei bambini?

 

Mel Brooks: 

Certo che no. 

Pensa che esistenza sterile sarebbe senza il costante chiederti soldi, il sarcasmo e le risate su di te mentre ti dicono 

"Pa', ci sono un sacco di cose che ti escono dal naso!"

 

 

[Mel Brooks in compagnia della sua prima moglie, Florence Baum]

 

 

Playboy:

Quanti figli ti piacerebbe avere?

 

Mel Brooks: 

Otto. 

Sarebbero abbastanza per accompagnarmi comodamente alla tomba quando morirò per un attacco di cuore che avrebbero causato loro.

No. Fino ad ora i figli mi sono usciti bene. 

Ma a volte penso di stare un po’ invecchiando. 

“Andiamo a fare un giro, papà.” 

“Certo, ragazzo. Aspetta che metto in moto la macchina.”

 

Playboy:

Cosa hai fatto dopo che tu e la tua prima moglie vi siete lasciati?

 

Mel Brooks: 

Come un idiota dissi “Prendi tutto, non ho bisogno di nulla. Tutto ciò di cui ho bisogno sono i miei libri di Tolstoj e la mia chiave di ferro. Dammi queste cose e posso vivere.” 

Ha. 

Ci ho potuto vivere per un’ora e mezza. 

 

Avevo scordato che un taglio di capelli costava 2 dollari, che i tacchi delle scarpe si usurano, sono un altro dollaro e mezzo. 

Dio non voglia che ti si strappino i pantaloni, quella è la fine. 

Otto dollari e mezzo per una salopette. 

 

Mi sono trasferito in un piccolo appartamento al quarto piano di Perry Street per 78 dollari al mese. Non sono nemmeno riuscito ad arredarlo, gli alimenti e il supporto economico per i miei figli erano troppo alti. 

Avevo ceste di frutta. Ecco quanto ero povero. 

Ho preso roba anche dai cestini. 

“Ehi, c’è una tazza! È solo un pelo scheggiata. Ci dò una bella pulita.

Che diavolo, quanti germi potrà mai avere?” 

 

Ho vissuto davvero come un barbone. 

__________________ 

 

Proseguite l'intervista leggendo qui la Parte 3!

 

 

[Disegno di Isabella Di Leo dedicato al rapporto tra Sid Caesar e Mel Brooks]

 

 

Scopri tutti i segreti sulla realizzazione del film Frankenstein Junior e sull’amicizia che ha unito Mel Brooks e Gene Wilder nella graphic novel “Si Può Fare! Nascita di un sodalizio mostruoso” di Isabella Di Leo, edita da BeccoGiallo.

 

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1 commento

Nuriell

1 mese fa

Vorrei davvero che la prossima non fosse l'ultima parte.

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