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Rifkin’s Festival - Recensione: riflettere sulla vita attraverso il Cinema

Vedere al cinema l’ultimo film di Woody Allen non era una cosa scontata dati i recenti scandali che lo hanno (ri)portato al centro della gogna mediatica.

 

Accuse che non possono essere tralasciate parlando di Rifkin’s Festival, perché le paure del regista di aver firmato - forse - l’ultimo lungometraggio della sua gloriosa carriera si manifestano continuamente.  

 

[Il trailer di Rifkin’s Festival]

 

 

Il film segue le vicende di Mort Rifkin (Wallace Shawn), un Professore di Cinema amante dei classici europei, ingabbiato da sua moglie Sue (Gina Gershon) - addetta stampa del giovane regista Philippe di cui è innamorata - a presenziare al Festival del Cinema di San Sebastián.

 

L’ipocondria di Mort lo porterà a farsi visitare dalla Dottoressa Jo (Elena Anaya), anche lei al limite della relazione con il proprio compagno. 

 

C’è da dire subito una cosa: l’interesse per lo sviluppo della trama di Rifkin’s Festival è minimo, perché se si ha un attimo di familiarità con la filmografia del regista newyorkese si può capire benissimo quale sarà l’evoluzione dei personaggi e dei rapporti fra di loro.

 

Al di là quindi del canovaccio principale che risulta per nulla originale e in alcuni frangenti anche abbastanza fiacco, l'interesse di un film come Rifkin’s Festival va a depositarsi su come Woody Allen abbia scelto di sviluppare i pensieri e i sogni di Mort, manifestando in essi tutto il suo amore per la Settima Arte.

 

 

[Woody Allen sul set di Rifkin’s Festival]

 

 

Se in Stardust Memories il regista di Manhattan rifletteva sul Cinema attraverso la vita reale, in Rifkin’s Festival avviene l'incontrario: l'auto psicanalisi è un processo che inizia e finisce grazie a i film che hanno formato la vita del professore.

 

Come nella maggior parte delle sue opere, è lapalissiana l’associazione tra il protagonista e Woody Allen e mai come in questo film si ha la sensazione che l’autore abbia voluto prendersi gioco di sé stesso, mettendosi a nudo con il proprio pubblico. 

Mort è vecchio, pedante, convinto di aver il talento di Fëdor Dostoevskij nel poter scrivere un romanzo capolavoro e incapace di salvare il matrimonio con la propria moglie.

 

Poche volte come in Rifkin’s Festival Woody Allen ha ironizzato così ferocemente sul protagonista, un modo di fare i conti con la propria vita, di guardarsi allo specchio che trova il suo apice quando Mort sogna e riflette, ripercorrendo passi della propria esistenza attraverso la rilettura di capolavori del Cinema come Quarto potere, Fino all’ultimo respiro, L’angelo sterminatore, Persona e altri ancora.

 

Questa scelta è a mio avviso vincente sotto molteplici aspetti: da un lato vedere rivisitati i film europei che hanno segnato per sempre il Cinema è una goduria senza pari per il pubblico cinefilo e non - dato che la maggior parte delle gag sono pienamente riuscite - dall’altro permette al direttore della fotografia Vittorio Storaro di poter passare dai colori caldi di San Sebastián al bianco candido di (immancabile) fino alle ombre oscure di Persona.

 

Un omaggio sentito da parte di Woody Allen, pregno di passione per il Cinema ma che ci porta a un messaggio forse inaspettato: i film possono aiutare - in questo caso a riflettere - ma non saranno mai al livello della vita reale.

 

 

 

 

Sebbene quindi l’interesse - anche da parte di chi guarda - per il classico regista impegnato (“Sogno di fare un film per mettere d’accordo israeliani e palestinesi”) sia minimo, bisogna imparare ad assecondarlo, per poter esser in grado di vivere realmente senza fuggire nei meandri della sala cinematografica.

 

Solo così si può godere delle coste soleggiate di San Sebastián, riconcigliandosi con l’idea che tutto sta per finire, ma non oggi.

 

Rifkin’s Festival ha il sapore quasi di un testamento di un autore che ha fatto pace con se stesso, sperando però - come professa La Morte (Christoph Waltz) - che non sia ancora arrivato il suo momento.

 

Artisticamente parlando, ovviamente.

 

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3 commenti

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Luca Mignacco

4 mesi fa

Christoph Waltz  nei panni della morte ne il settimo sigillo è la cosa più bella di questo 2021

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Luca Mignacco
Concordo pienamente. E mi sento di aggiungere anche l'ironia nella citazione di Persona, a mio parere una delle autocritiche più divertenti del film!

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