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Istinto, gusto, Emma e perché avrei dovuto guardare Falstaff

L'istinto voleva impedirmi di vedere Emma, ma il pensiero mi ha portato a immolarmi in nome di una crociata senza troppo onore. 

 

Ognuno di noi è dotato di un certo istinto.

Un meccanismo naturale che ci parla, cercando di metterci in guardia rispetto a cose per noi dannose.

 

Molto spesso, stupidamente, decidiamo di dare voce alla razionalità.

Non troppo stupidamente, a dire il vero, perché il pensiero razionale vorrebbe che noi valutassimo le situazioni dando spazio a un ragionamento degno di un essere evoluto, piuttosto che al ringhio malfidente di un mammifero.

 

L’essere umano è in fondo un animale reso nobile proprio dalla sua capacità di saper creare e sezionare situazioni estremamente complesse.


Proprio grazie a questa abilità siamo in grado di creare sistemi affascinanti e stimolanti come la scienza, l’arte, la filosofia o un ben bilanciato piatto di carbonara. 

 

 

[Da Big Night, film di e con Stanley Tucci]

 


Parlare di storytelling e fare storytelling è una di queste pratiche molto complicate, nonostante la realtà contemporanea abbia deciso in entrambi i casi di abbassare, arbitrariamente, queste due discipline allo stesso livello di abilità richiesto dal vomitare virilmente palle di muco in un fosso.

 

Una disciplina la cui matematica è per certi versi definita mentre resta materia oscura per molti altri, rendendo impossibile creare dei veri e propri manuali capaci di coprire in toto l’argomento: “Come fare o valutare un film”.

 

La componente che entra in gioco, cari i miei ormonali amici mammiferi, è l’istinto e, ampiamente, il talento.

Ma fermiamoci a parlare d’istinto, perché del talento, in questa specifica discussione, non ce ne facciamo nulla.

 

L’istinto è quella cosa che ci guida verso una buona idea, che ci porta a formulare concetti e postulati mai esplorati prima o che ci consente di riconfigurarli secondo nuovi canoni e stilemi, magari creandoli proprio da zero.

 

Nella critica, l’istinto è un qualcosa di piuttosto innegabile, poiché è quel meccanismo alla base del gusto soggettivo di chi critica, creando un ponte verso i lettori, a loro volta provvisti di un proprio istinto o in procinto di svilupparne o riconoscerne uno - possibilmente aiutati da un critico.

 

 

[Teniamo a freno questi Basic Instinct, animali!]


Chi vi parla gradisce i film di arti marziali, gli horror, l’estetica della forma unita alla sostanza poetica di una narrazione veicolata da una voce onesta, ma estrosa.

 

Gradisco la commedia, la satira feroce, amo la demenzialità, il mistero, i lati più oscuri della natura umana, l’epica degli eroi e la decadenza degli anti-eroi, tanto quanto le storie di coraggio dei freak, degli emarginati e degli ultimi.

 

Amo e glorifico la fantasia e per me il dramma, onesto, veicolato attraverso uno sforzo immaginifico, sarà sempre più forte del lacrima movie borghese, della storia melodrammatica così ordinaria e da primo mondo, da ricordare vividamente lo sciapo sapore che impregna la vita quando si affollano le scale mobili di un centro commerciale come i concorrenti di una prova di Takeshi’s Castle, con il tragico fine di accaparrarsi un costosissimo e indebitante qualcosa di assoluta e devastante inutilità.

 

Il mio gusto, come probabilmente il vostro, deriva dall’istinto, perché l’istinto è quella cosa che, senza una vera logica, mi ha portato a nutrire una naturale fascinazione verso un certo tipo di racconti, di storie, di Cinema, di libri, di sport, di videogame, di fumetto o di televisione.

 

Un istinto che se abbandonato a se stesso rende l’individuo un cane che rincorre un frisbee fucsia perché questo sentimento, per quanto ancestrale e animale possa essere, va allenato con lo studio della parte razionale delle cose, comprendendo “cosa” affascina e scongiurando la sindrome da gatto che rincorre una lucetta sul pavimento.


Una convinzione che porto dentro da sempre, sarà forse perché, un po’ per natura - aka istinto - un po’ per formazione scolastica, ho sempre avuto come mantra il concetto secondo il quale 

“Devi capire come funzionano le cose e il perché e non ripetere a pappagallo.” 

 

 

[Leggere da un gobbo manovrato da altri è sempre un brutto affare]

 

 

Se volete una seconda riflessione sul gusto e sul pensiero - che potete accorpare a questo pezzo, ma che entra nello specifico concetto della formazione di un ragionamento autentico e proprio e non di un pappalibrosonoro interiore - vi rimando a: Costruire un proprio gusto per non indispettire Frank Zappa.

 

Ovviamente, per non sembrare dei perfetti imbecilli, questa forma di studio torna molto utile per identificare cosa non sopportiamo e quali meccaniche di quel cosa lo rendano antitetico al nostro pensiero o gusto.

 

Perché l’istinto è anche quella cosa che ci fa rizzare i peli del collo quando ci troviamo al cospetto di una caverna buia e siamo un primitivo armato di mazza appuntita, quando incontriamo un tizio dal lascivo sorriso che sembra immaginare come farà a pezzi noi e la nostra dolce metà o quando qualcuno esclama “È uscito l’ultimo film di Gabriele Muccino”.   

 

Urge indagare.

Bisogna capire come mai quei peli sul collo sono l’esperienza più vicina al senso di ragno che potremo provare nella realtà.

Che ci crediate o meno, anche se limitatamente spiegabile a parole che non includano mugugni, strani sbuffamenti e magari qualche imprecazione, una ragione esiste.

 

Eppure, per quanto il nostro istinto ci possa mettere in guardia, se siamo portati a parlare di qualcosa o se amiamo qualcosa, per motivi che non siano il conviviale vanto all’aperitivo del venerdì sera, la nostra parte razionale chiederà a gran voce una nostra apertura utile ad accogliere qualsiasi forma di storytelling, fruendo della voce di chicchessia.

 

Per quanto un certo tipo di Cinema possa essere per me repellente, cerco comunque di fruirne tenendo incatenato in soffitta un certo pregiudizio, approcciando la visione con lo stesso entusiasmo di Anton Ego in Ratatouille quando grida entusiasta 

“Sorprendimi!”.   

 

 

Emma Emma Emma Emma 


Ritengo sia necessario vivere di curiosità per evitare di spegnersi giorno dopo giorno e diventare un grigio e tetro imbecille, trincerato in una stanza anti-panico invisibile a lui ma tristemente palese per chi lo guarda tanto quanto per il suo subconscio annichilito.


Mi sono dunque approcciato ad Emma, film diretto da Autumn de Wilde, adattamento del romanzo omonimo di Jane Austen, sceneggiato da Eleanor Catton e interpretato dall’ormai stellare Anya Taylor-Joy.

 

Quando studiavo letteratura inglese uno dei miei crucci era capire come si fosse passati dalla genialità poetica di un autore come WIlliam Shakespeare alla vanesia letteratura di Jane Austen, il cui approccio allo storytelling d’intrattenimento, per me, vive degli stessi detestabili totem che sorreggono quello per me più insopportabile ancora oggi.

 

Vicende fatte di intrighi a corte, pettegolezzi da cortile, drammi borghesi, irritante nobiltà, un tripudio di vuoto pneumatico nel quale l’essere umano è svilito alla totale mancanza del senso di vivere.

 

Inutile farmi notare quanto la Austen volesse essere a suo modo una punk e prendere per i fondelli la sua realtà, perché non rende il tutto più interessante; se è vero l’adagio “scrivi di ciò che sai”, allora la Austen sapeva veramente poco della vita.

 

Non c’è arte, non c’è sofferenza, non c’è eroismo, non c’è lotta, non c’è conflitto, non c’è mistero, non c’è fascino, non c’è sensualità, non c’è ignoto, non c’è avventura.

 

Solo un monolitico e ridondante racconto delle tribolazioni di una porzione della società annoiata, ridicolmente frivola e stupidamente convinta di essere interessante o vagamente divertente.

 

Emma Emma Emma Emma 
 

Sia chiaro che in questi casi, come capita per il Cinema, non si contesta la fattura tecnica del lavoro.

 

Jane Austen era chiaramente dotata, come è chiaramente dotato di un buon mestiere chi ha messo in scena Emma, ma qui si parla puramente della sostanza e non della forma.

 

Guardando questo specifico tipo di film, che siano in costume o ambientati in un'Italia surreale dove la vita dell’uomo comune riflette, in maniera del tutto demenziale, la visione della società di un benestante distaccato dalla realtà, il risultato è sempre la provocazione del mio Ernest Hemingway interiore, smosso dalla sua posa meditabonda e pigra per alzare le mani al volto e dichiararsi pronto a fare a botte.

 

Tutto questo mentre il mio Woody Allen interiore gira per casa isterico, cercando un’aspirina per l’emicrania. 

 

Emma è per me una serie di “non”, un Cinema incapace di trasmettere qualsivoglia esperienza, a discapito di un investimento di mestiere.   

 

Poiché non ci troviamo al cospetto de La Favorita, una pellicola che per quanto possa far discutere su come Yorgos Lanthimos sceglie di inquadrare il suo film vive di una vicenda affascinante, divertente, cruda, brillante nella sua concezione.

 

Emma mi ha frustrato lungo tutta la visione.

 

Non avevo a cuore nessuno dei personaggi.

Non era divertente.

Non era drammatico. 

Non era interessante come rappresentazione storica.

 

Non era umanamente affascinante come ritratto isterico di personaggi idiosincratici. 

 

Emma Emma Emma Emma 

 

Emma è quel tipo di film che il mio istinto mi dice di ignorare, perché per quanto possa essere scolasticamente ben costruito nella sua confezione, per quanto gli attori rispondano bene all’esercizio di stile nel quale si impegnano, il film alla fine mi lascia desolatamente vuoto, solo con il broncio del mio io istintivo a battere con una scopa di rabbia e frustrazione contro il soffitto del mio cervello.


Aveva ragione lui: avrei dovuto guardare Falstaff di Orson Welles su MUBI.

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