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Hamilton - Recensione: quando il musical diventa Rivoluzione

Hamilton, il musical di Lin-Manuel Miranda, racconta la Rivoluzione Americana con un nuovo linguaggio, trasformandone l'immaginario collettivo.

 

 

''Voi ridete, ma è vero!''

 

Siamo nel 2009, e Lin-Manuel Miranda è ospite al poetry jam della Casa Bianca, dove sta spiegando il suo progetto musicale: un album hip hop sul primo Segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton.

 

Hamilton è stato uno dei padri fondatori, e in quel periodo era conosciuto quasi esclusivamente per la sua presenza sulla banconota dei dieci dollari.

Miranda lo presenta così: “Secondo me incarna lo spirito dell’hip hop”

 

 

 

 

Se qualcuno vi dicesse che quest’uomo bianco dell’Ottocento è come uno degli NWA ridereste anche voi.

 

E infatti l’esibizione di Miranda è accompagnata dalle risa del pubblico, un po’ stranito e un po’ incredulo nel sentire questa canzone narrata da un altro personaggio storico contemporaneo di Hamilton, Aaron Burr (il terzo vice presidente degli Stati Uniti). 

 

 

 

 

Sei anni dopo, Hamilton ha debuttato a Broadway con 30 milioni di dollari in biglietti già venduti, e ha confermato le aspettative diventando uno spettacolo spartiacque nella storia culturale americana.

 

Nel 2016, dopo aver fatto incetta di Tony Awards (11 vittorie su 16 nomination), Lin-Manuel Miranda e Alex Lacamoire (musical director) sono tornati al poetry slam insieme al cast di Hamilton.

Nel presentarli, Obama ha ricordato quella serata del 2009: “Abbiamo riso tutti, ma Lin-Manuel era serio. Chi ride adesso?” 

 

La bellezza di Hamilton sta anche qui: è un grande racconto, ma le premesse non sembrano un granché.

 

Dopo l’uscita di scena del cast originale, Hamilton ha continuato ad accumulare record: nel 2019 l’album del musical ha vinto il sesto disco di platino, diventando il più grande successo commerciale del genere. 

 

Lo scorso febbraio la Disney ha comprato i diritti dello show per la cifra record di 75 milioni di dollari, e vista l’interruzione dello spettacolo a Broadway (causa coronavirus), ha deciso di anticipare l’uscita del musical in streaming su Disney+.

 

 

 

 

In assenza di cifre precise, si può citare il rilievo statistico fatto da Variety: nel weekend dell’uscita di Hamilton i download di Disney+ sono aumentati del 74% negli Usa e del 46.6% a livello mondiale.

 

A dimostrazione di un fenomeno che non è solo americano, ma globale. Come spiegarsi questo successo? Per capirci qualcosa bisogna fare un passo dentro la tana del coniglio, e fare nostra la stessa domanda del suo amico e rivale Aaron Burr (Leslie Odom Jr), a inizio musical:

 

"How does a bastard, orphan, son of a whore

And a Scotsman, dropped in the middle of a forgotten spot

In the Caribbean by providence impoverished

In squalor, grow up to be a hero and a scholar?"

[Come fa un bastardo, orfano, figlio di una puttana

e di uno scozzese, abbandonato nel mezzo di un punto dimenticato dalla provvidenza nei Caraibi, impoverito nello squallore, diventare un eroe e un dotto?]

 

Per capire il musical bisogna partire dall’Hamilton uomo: un orfano diventato un padre fondatore, un soldato divenuto generale, un nullatenente che ha fondato il sistema monetario statunitense.

 

Un uomo che è arrivato lontano

 

“Working a lot harder

by being a lot smarter

by being a self-starter”

[Lavorando molto più duramente, essendo molto più intelligente, essendo intraprendente]

 

Un simbolo del sogno americano, ma anche lo spettro di una disparità (di trattamento, ma anche di condizioni di partenza) evidente nel XVIII secolo, ma esistente ancora oggi.

 

Hamilton è un bastardo in quanto figlio di una coppia non sposata, sua madre una prostituta in quanto divorziata dal precedente marito.

Pregiudizi di un tempo, che sono pregiudizi anche dei nostri giorni.

 

Hamilton è un personaggio che nasce ai margini della società, ma è il simbolo di una nuova società che sta nascendo:

 

“I’m just like my country

I’m young, scrappy and hungry”.

[Sono come il mio paese, giovane, povero e affamato]

 

Quando viene rappresentato il suo arrivo a New York, Burr canta:

 

“The ship is in the harbor now, see if you can spot him

Another immigrant, comin’ up from the bottom”.

[La nave è nel porto adesso, vedi se riesci a trovarlo. Un altro immigrato che arriva dal basso]

 

La sua storia è quella di tanti altri immigrati, di ieri e di oggi.

 

 

 

 

Questa ambivalenza è ben espressa dalla scelta del cast, rappresentato da un gruppo di attori non-bianchi.

 

Oltre a Lin-Manuel Miranda, che interpreta il protagonista, il cast principale è composto da Leslie Odom Jr. (Aaron Burr), Philipa Soo (Eliza Schuyler), Renée Elise Goldsberry (Angelica Schuyler), Jasmine Cephas Jones (Peggy Schuyler / Maria Reynolds), Daveed Diggs (Lafayette/ Thomas Jefferson), Christopher Jackson (George Washington), Anthony Ramos (John Laurens / Philip Hamilton), Okieriete Onaodowan (Hercules Mulligan / James Madison).

Attori neri, di origine asiatica o ispanica.

 

Una scelta che va oltre ai discorsi di race-reversed e color-blind casting.

Quella operata da Lin-Manuel Miranda e Thomas Kail (il regista) è una precisa scelta narrativa: mettere in scena l’America di allora, raccontata dall’America di oggi.

 

La diversità del cast riflette la complessa storia del Stati Uniti, una nazione nata da immigrati.

 

Non è solo un discorso di rappresentazione (per quanto sia importante), ma una dichiarazione sul senso stesso dell’America: una storia aperta a tutti, dove chiunque ha il diritto di sentirsi protagonista.

 

 

["Immigrants, we get the job done!"]

 

Col tempo, alcune corde hanno iniziato a far leva più delle altre.

 

Nel 2015 le parole di Hamilton erano un inno alla diversità e alla forza del cambiamento, ma a fare maggior effetto oggi – quando si parla della Rivoluzione Americana – è la profonda spaccatura razziale che ne sta alla base.

La storia della Rivoluzione è appannaggio di uomini bianchi, e gran parte dei padri fondatori erano schiavisti.

 

In Hamilton il tema dell’abolizionismo è toccato solo in parte, in particolare dal personaggio di John Laurens (che si presenta dicendo che "We'll never be truly free / until those in bondage have the same rights as you and me"); da questo punto di vista, l’Alexander Hamilton “personaggio storico” ha avuto un rapporto oscuro, perché nonostante le sue posizioni abolizioniste commerciò schiavi per conto dei familiari. 

 

La presenza di un protagonista problematico, insieme a personaggi come Washington e Jefferson, ha spinto una parte della cancel culture a lanciare una campagna contro Hamilton in concomitanza con l’uscita del film, accusato di glorificare personaggi che hanno trafficato o posseduto schiavi.

 

 

["A civics lesson from a slaver. Hey neighbor / your debts are paid cuz you don’t pay for labor"]

 

 

Lin-Manuel Miranda ha risposto su Twitter, evidenziando come tutte le critiche siano valide: "Queste persone hanno una tonnellata di complessità ed errori che non sono riuscito ad analizzare".

 

 

 

In un'intervista a Wired ha approfondito la sua posizione: "Se c’è qualcosa di politico, in Hamilton, è l’idea che tutto quello che c’era allora – di buono e di brutto – è presente anche oggi. Le battaglie che avevamo allora sono le battaglie che abbiamo ancora oggi. […] Sono consapevole che ognuno di questi personaggi – anche quelli che cantano le canzoni che amate – sono complici nel peccato originale della schiavitù, un dramma del quale sentiamo ancora il peso".

 

Nonostante il diverso contesto culturale, le critiche e le polemiche, la centralità di Hamilton nell’America di oggi non è in discussione.

La forza e l’attualità di questo musical non sta solo nell’attivismo sociale, politico e culturale, ma nella sua capacità di raccontare la rivoluzione americana con un linguaggio nuovo, che rappresentava in sé la vera rivoluzione.

 

Negli anni ’70 e ’80 la nascita dell’hip hop ha portato nella musica un lessico di guerra, esprimendo il sentimento di un pubblico giovane e in lotta aperta con l’establishment.

In Hamilton avviene il procedimento inverso: la guerra si traspone in musica, trasformandosi in un linguaggio altrettanto significativo.

 

In questo modo la rivoluzione diventa una novità straripante, espressa al meglio nel controcanto tra Hamilton e Samuel Seabury (Thayne Jasperson) in Farmer Refuted.

Da una parte formule lente e ripetitive, dall’altra l’esplosione barocca del linguaggio nuovo.

 

 

[Hamilton (Lin-Manuel Miranda) affronta Samuel Seabury durante "Farmer refuted"]


Ascoltando My Shot o The Story of Tonight non pensiamo solo all’America rivoluzionaria, ma anche al movimento del Black Lives Matter, sceso nelle piazze contro il razzismo sistemico e la brutalità della polizia, a volte con cartelli che rimandano alle citazioni di Hamilton. 

 

 



Quelli messi in scena non sono solo personaggi storici, ma simboli.

 

In My Shot, quando Hamilton racconta la precarietà della vita di quelli come lui, racconta una storia fin troppo attuale e riconoscibile: 

 

"See, I never thought I'd live past twenty

Where I come from some get half as many"

[Vedi, non avrei mai pensato di vivere oltre i vent'anni. Da dove vengo alcuni arrivano alla metà]

 

La storia di tanti ragazzi nati dalla parte sbagliata del mondo, ma anche dell’America delle minoranze delle inner cities, vittime della criminalità e della droga; infine, la storia di tanti giovani uomini e donne come Michael BrownTamir RiceAndres Guardado e Breonna Taylor, uccisi per mano della polizia senza una giustificazione plausibile.

 

Attualizzando la Rivoluzione, il linguaggio di Hamilton arriva a sdoganare le istanze di un’America spesso stigmatizzata e messa in disparte.

Nella sua prima strofa, Laurens (Anthony Ramos) canta due versi che sembrano usciti da una canzone di Tupac

 

"Those redcoats don’t want it with me!

Cuz I will pop chick-a pop these cops till I’m free!" 

[Queste giacche rosse non vogliono prendersela con me! Perché farò scoppiare questi poliziotti fino a quando non sarò libero!]

 

In questo caso i “cops” della canzone sono gli inglesi, e il messaggio – che in Tupac veniva definito “eversivo” – con John Laurens diventa patriottico.

La forza di Hamilton sta tutta qui: raccontare il presente, raccontando il passato.

 

Mettere in scena le battaglie di ieri, e farci capire le battaglie di oggi. 

 

 

 

 

Ma il tema della rivoluzione, per quanto significativo, è solo un aspetto di Hamilton, un’opera che dalla cultura hip hop non prende solo musica e (alcune) tematiche, ma anche la densità di significati, rimandi e citazioni nascosti dietro ogni passo di danza, ogni nota, ogni verso.

 

Le canzoni lavorano su diversi piani metaforici, giocando sulla linea tra ieri e oggi, ma anche sul rapporto tra storia, autore e personaggio.

 

Questo incrocio di parallelismi, accostamenti e rimandi è bilanciato in modo eccezionale, e permette di passare dalla musica di Sondheim a quella di Jay-Z, dalle citazioni dei padri fondatori a quelle della cultura pop, alternando gli ammiccamenti alla musica di Broadway a un lessico di guerra.

 

 

[George Washington (Christopher Jackson) durante "Right Hand Man"]

 

In My Shot Hamilton fa lo spelling del suo nome come Notorious B.I.G. in Going Back To Cali; nel ritornello di The Schuyler Sisters Angelica (Renée Elise Goldsberry) afferma di cercare "a mind at work" (una citazione di West Wing), e poco dopo cita alla lettera una frase dalla Dichiarazione d’Indipendenza.

 

In Your Obedient Servant Hamilton scrive a Burr una lista dettagliata delle volte in cui sono stati in disaccordo, per la disperazione di quest’ultimo, uno scambio ispirato a quelli tra Ron Swanson e Leslie Knope in Parks and Recreation.

 

Alcune canzoni, come The Room Where It Happens, sembrano uscite da una puntata di House of Cards (e non è un caso che John Bolton abbia deciso di "rubare" il titolo per il suo libro sulla presidenza Trump).

 

 

 

 

La musica segue questa varietà di temi e sensazioni, passando dall’hip hop, all’R&B, alle sonorità classiche di Broadway.

 

A scandire i tempi ci sono gli intermezzi britpop di King George III (Jonathan Groff), simbolo pomposo e tracotante di un Ancien Régime in via di estinzione.

 

Un sociopatico che canta in modo manieristico, variando sempre sulla stessa base, perfetto contraltare di un Washington imperioso e solenne, descritto come “Mufasa che incontra John Legend”.

 

 

[King George III (Jonathan Groff)]

 

A metà tra i due poli c’è Thomas Jefferson (Daveed Diggs), un antagonista seducente e problematico che rappa come Drake, ma sembra uscito da un racconto di Oscar Wilde.

 

Jefferson è un personaggio in bilico tra i due mondi, un simbolo della Rivoluzione che non rinuncia a essere casta. 

Un simbolo del privilegio, in perfetta opposizione con Hamilton, uno che invece viene dal basso.

 

 

[L'ingresso trionfale di Jefferson (Daveed Diggs) , in "What'd I Miss"]

 

Nonostante la presenza di personaggi così ingombranti, il motore della storia si vive su un altro duopolio, quello tra Hamilton e Burr.

 

Due uomini con un trascorso simile e un carattere agli antipodi: Hamilton ha un’opinione forte su tutto, è vocale e divisivo; Burr è un campione del compromesso, silenzioso e attendista.

 

Mentre il primo canta

"There's a million things I haven't done, but just you wait" 

[Ci sono milioni di cose che non ho fatto, ma devi solo aspettare]

 

Il secondo non fa altro che aspettare il momento giusto

"Wait for it"

[Aspetta il momento giusto]

 

Citando Chernow, l’autore della biografia che ha ispirato Lin-Manuel Miranda:

“Burr sapeva dire in mezz’ora quello che Hamilton diceva in due ore. Burr era limpido e persuasivo, Hamilton era impetuoso e frenetico. Hamilton soffocava gli avversari con le sue argomentazioni, mentre Burr ricorreva a trucchi e colpi ad effetto”. 

 

Due poli opposti, che si incontrano e scontrano lungo il corso degli anni, attraversando intrighi politici, scandali e tragedie personali.

 

 

[Una scena dal primo incontro tra Hamilton (Lin-Manuel Miranda) e Burr (Leslie Odom Jr)]

 

 

Del resto, Hamilton racconta la nascita di una nazione, ma resta anzitutto una storia personale.

 

L’altro lato del racconto si può riassumere con un altro duopolio, quello di Angelica ed Eliza Schuyler (Philippa Soo).

Due personaggi femminili forti e intraprendenti, capaci di definirsi al di là della loro relazione col protagonista.

 

Paradigmatica è la storia di Eliza, moglie di Hamilton, un personaggio inizialmente passivo (anzi, “Helpless”) e trascurato che inizia a prendere in mano il suo destino (“Burn”).

Dopo la morte del marito Eliza torna “parte della narrativa”, e alla fine è lei a tirare le redini della storia, assicurandosi che non venga dimenticata.

 

 

[Alexander ed Eliza Hamilton (Philippa Soo) durante "That Would Be Enough"]

 

Eliza sopravvive cinquant’anni al marito, e passa il resto della sua vita nel tentativo di lasciare un’impronta.

 

Riordina e pubblica i suoi scritti, racconta la storia dei suoi commilitoni, raccoglie fondi per il monumento di Washington, si espone pubblicamente contro la schiavitù, fonda primo orfanotrofio privato di New York

 

“In their eyes I see you, Alexander

I see you every time”

[Nei loro occhi io vedo te, Alexander

Ti vedo ogni volta]

 

Alla fine, si chiede e ci chiede se tutto questo sia sufficiente:

 

"And when my time is up

Have I done enough?

Will they tell my story?"

[E quando il mio tempo sarà scaduto

Avrò fatto abbastanza?

Racconteranno la mia storia?]

 

Nello scrivere questo musical, Lin-Manuel Miranda ha risposto all’appello: la storia di Alexander è anche la storia di Eliza, senza la quale questa storia non sarebbe mai potuta esistere.

Del resto, come è stato fatto notare, il titolo del musical è semplicemente Hamilton.

 

Eliza Hamilton è quella che chiude la storia, e per certi versi è lei la protagonista.

 

 

[Eliza nell'ultima scena di Hamilton]

 

Quella Americana è una rivoluzione imperfetta, portata avanti da una società schiavista e maschilista.

 

La tanto decantata libertà americana nasce come prerogativa di uomini bianchi, e resta tale fino agli anni ’60 del Novecento.

Hamilton non ha affrontato direttamente questi problemi (del resto, non era il suo intento), ma ha avuto il merito di averli tirati fuori da sotto il tappeto, rileggendo la rivoluzione con un linguaggio e un immaginario coraggioso e inclusivo.

 

Una volta visto questo musical sarà difficile immaginare Washington con una voce diversa da quella di Christopher Jackson, e si farà ancora più fatica a pensare a un Jefferson senza i ricci di Daveed Diggs.

 

Hamilton non è solo un grande racconto popolare, ma un’opera destinata a cambiare l’immaginario collettivo.

 

Ogni cambiamento inizia da qui. 

Chi lo ha scritto

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1 commento

Assunta Salerno

3 mesi fa

Trovo questa recensione davvero fantastica! Ho adorato questo musical a livelli assurdi e questa recensione mi ha permesso di capire dettagli nascosti.

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