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David Lynch e il suo disinteresse per Dune non dovrebbe sorprendervi

Il 20 aprile The Hollywood Reporter ha pubblicato un'intervista a David Lynch durante la quale lo sprovveduto reporter, forse proprio perché figlio della vanesia Hollywood, non riesce a imbroccare una domanda che non potesse essere posta a chiunque altro, anche un povero cristo in fila per la spesa da Wallmart.

 


In un guizzo di giornalismo, tentando di ricordare il proprio mestiere, ha incalzato il regista riguardo il suo eventuale interesse verso la nuova trasposizione di Dune di Denis Villeneuve.


Riporto l'estratto per pura trasparenza.

 

Questa settimana hanno rilasciato delle immagini del nuovo adattamento per il grande schermo di Dune a cura di Denis Villeneuve.

Le ha viste? 

"Non ho alcun interesse in Dune"

[David Lynch dice "zero interest", ma nonostante esista una forma colloquiale simile anche in italiano, evito di utilizzarla per non agitare gli amanti dei complottismi economici e far partire la giostra della 104, ndr]

 

Come mai?

"È stato un patema d'animo per me.

È stato un fallimento e non avevo il final cut.

Ho raccontato questa storia un miliardo di volte.

Non era il film che volevo fare. Mi piacciono alcune parti... ma è stato un fallimento totale per me."

 

Non vedrà mai un adattamento di Dune realizzato da altri?

"Ho detto che non ho alcun interesse." 

 

 

[David Lynch nel suo studio, ritratto nel documentario The Art Life... fatevi un favore]

 

 

L'intervista prosegue con un altro paio di domande che avrebbero forse dovuto essere l'apertura del pezzo, evitando di sprecare una buona metà chiedendo della pandemia attuale o argomenti analoghi, e posso riassumere dicendo di non aspettarci una nuova serie Netflix firmata Lynch e che a suo dire, anche se ne esistesse una, al momento non si sta muovendo nulla.


Il giornalista mostra però un problema di fondo che forse è figlio di un certo standard hollywoodiano che ha portato lo star system, tanto quanto addetti ai lavori e pubblico, a essere molto più ruffiani di quanto non si fosse un tempo.

Una parte di me è fortemente convinta che il giornalista stesse genuinamente provando a capire come mai David Lynch non fosse interessato al nuovo Dune, avendone lui diretto il famoso adattamento, e considerando il tenore delle precedenti domande credo che non fosse un modo per stanare il regista da un personale velo di riservatezza o da un fare composto.

Nel recente passato ci siamo abituati a interviste dove addetti ai lavori, attori e registi incensano costantemente il lavoro altrui, anche il peggiore, senza mai portare una riflessione sulle produzioni che li circondano.


Se volete un esempio di quanto siamo disabituati, pensate a quanto i giornali e le riviste di settore abbiano sfruttato lo Scorsesegate riguardo i cinecomic.


Le reazioni sono state così assurde da aver descritto non solo il panorama generale del fandom estremo legato al genere, formato soprattutto da un pubblico molto giovane e di conseguenza relativamente immaturo, ma anche di come il mondo attorno all'industria del Cinema sia così stanco del mood "tarallucci e vino" da sbavare ogniqualvolta qualcuno sputi una sillaba di pensiero personale.

 

 

[Chiedetelo a lei, che dopo essersi ''sbadatamente'' esibita in una brutta uscita su Kobe Bryant ha dovuto trincerare i suoi account... come si sfogano questi "violent delights" quando si reprime ogni cosa, vero Raché?]

 

 

Lo scenario attuale è popolato da parole chiave quali "gentilezza", "talentuoso", "straordinario", "genio", "rivoluzionario", "amore", "unione".


Tutte parole sputate nel contesto di ogni risposta possibilmente controversa al fine di dare meno grattacapi possibili a PR e uffici marketing delle major, schivando le reazioni estreme del pubblico che chiede petizioni per spodestare dal piedistallo della popolarità il divo di turno. 


Non è una teoria complottistica, ma se masticate molto il contesto culturale americano e se guardaste quanto si impegnino a combattere, anche socialmente, i famigerati "ambienti tossici""persone tossiche" o "persone negative", capireste quanto sia diventato difficile formulare qualsiasi opinione, arrivando quindi a sostituirle con sparate degne del pendolino del compianto Maurizio Mosca.

Esempio pratico può essere il buon Quentin Tarantino, che dopo la visione di Fuoco Cammina con Me dichiarò che

"David Lynch è ficcato così tanto nel suo stesso culo che non ho alcun desiderio di vedere un altro film di David Lynch finché non si sentirà - da parte sua - qualcosa di diverso."


Tarantino, forse per l'età raggiunta o forse perché conscio di attirare molta più gente blaterando in merito a ogni progetto che gli passi per la testa, è ora molto più morbido nelle sue uscite e nelle sue opinioni.

 

Contrariamente a registi quali John Carpenter o David Lynch che, provenienti da una scuola di pensiero differente, continuano a seguire il principio di "speak your mind": ovvero dire ciò che si pensa candidamente e senza censure di sorta.

 

Sono convinto che molti attori e registi non abbiano guardato o non guardino i film di altri, spesso non per spocchia o boria ma poiché non ne hanno tempo e voglia e poiché questo mito del regista che divora film come fossero patatine è in parte una leggenda costruita sulle fantasie di chi vorrebbe essere come loro e ascolta le dichiarazioni, spesso romanzate, di alcuni addetti ai lavori.

 

 

[Dite quello che volete, ma come è entrato in scena David Lynch a Cannes, nessuno mai]

 


Sarò un cinico, ma credo siano molto pochi i registi arrivati davvero al Cinema perché da bambini avevano in mano una cinepresa e riprendevano tutto.


Spesso trovo quell'aneddoto così banale una mera coincidenza.

Da piccolo, come molti altri bambini, io smontavo tutto poiché curioso di capire cosa ci fosse dentro.

Non sono diventato ingegnere.


Un plot twist da panico, non trovate?

 

Insomma, anche la Margot Robbie vista in C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino, come spesso detto riguardo il concetto alla base del film, interpreta una versione romantica di Sharon Tate, che proviene da un regista che è stato prima videotecaro perché era il suo habitat e poi regista perché era la sua ossessione.

Al tempo stesso Werner Herzog ha partecipato a The Mandalorian senza avere idea di quali film avesse girato Jon Favreau - qui l’intervista - che guarda a stento qualsiasi film e che, come i poeti, per continuare a nutrire e non perdere la visione del suo sguardo sul mondo guarda roba che si trova fuori dal suo retaggio culturale, come WrestleMania o le Kardashians

 

 

[Lui fa come gli pare, capito, cicci!]

 


Lo stesso David Lynch, nella sua autobiografia, dice che andava al drive-in per limonare con le ragazze più che per i film.

 

Se guardate alla sua storia formativa scoprirete che ha passato gran parte della sua vita a inseguire la Art Life, cercando di vivere facendo arte e studiando pittura, ma ha mollato la maggior parte dei corsi che ha seguito e quasi per caso si è unito all'American Film Institute di Los Angeles.

John Carpenter, quando gli chiedono della sua carriera, dice che ha sempre cercato un modo per fare soldi sforzandosi il minimo possibile e ogni progetto per fare un remake corrisponde a un grassissimo assegno che qualche produttore di Hollywood deposita sul suo conto, mentre lui se la ride dei vari, e spesso disastrosi, risultati finali che questi partoriscono mentre il suo film rimane immortale.


Carpenter, invitato a parlare alla New York Film Academy, ha dato anche del "bugiardo pezzo di merda" a Rob Zombie, che sembrerebbe averlo definito freddo nel corso di un'intervista quando gli chiesero il suo pensiero riguardo il remake di Halloween.

Carpenter si era invece mostrato incoraggiante, invitando il regista a fare il suo film e basta.


Tornando alla sincerità quando gli è stato chiesto del remake Carpenter ha dichiarato:

"Penso abbia tolto l'alone di mistero dietro la storia spiegando troppo [riguardo Michael Myers, ndr]

Non m'importa.

Dovrebbe essere una forza della natura, dovrebbe essere quasi soprannaturale ed era troppo grosso." 

 

 

[Poi c'è Carpenter onorato a Cannes che fa SUPERCOMEGLIPARE]

 


Insomma, di esempi ce ne sono davvero moltissimi: sono tanti i
 registi le cui ragioni d'amore verso il Cinema e verso le opere altrui sono davvero molto "egoistiche", in un certo qual senso, e mirano spesso a soddisfare il proprio bisogno di raccontare delle storie e solo in parte a esserne costantemente fruitori.


Molti registi non hanno interesse a guardare tutto il Cinema, soprattutto quando quel Cinema appartiene a un genere che non li interessa o non stimola quelle che sono le loro radici culturali.

 

Prendete un Takashi Miike, un uomo che a 59 anni può contare oltre 100 film girati e che sembra guardare al suo lavoro in maniera molto pratica e pragmatica, come se fosse un artigiano che fa mobili su commissione o perché semplicemente gli va; credete guardi molto Cinema oppure pensate che sia molto impegnato a farlo, il Cinema?


Venendo alla questione Dune e David Lynch, c'è anche da dire come la storia produttiva del film sia piuttosto nota e come David Lynch, un uomo che ha rifiutato le lusinghe di George Lucas e la regia de Il Ritorno dello Jedi, abbia imparato molto riguardo il sistema Hollywood e da quella stramaledetta clausola che è: non avere il final cut, ovvero l'ultima parola sul montato finale. 


Una lezione che gli ha sostanzialmente insegnato a dedicarsi unicamente a opere nelle quali è libero di esprimersi senza limiti di sorta e soprattutto senza dover avere il grosso ostacolo di un final cut affidato alle mani di altri.

Una morale sicuramente condivisa da Alejandro Jodorowsky, il cui Dune, dopo un investimento di oltre 2 milioni di dollari e due anni di lavorazione, è naufragato in un nulla di fatto. 

 

 

[Jodorowsky's Dune: non sapremo mai cosa sarebbe potuto essere]

 


Il Dune di David Lynch, per quanto difettoso, non è considerabile un film orrendo.


Anzi, il Dune di David Lynch ha alcune delle sequenze più interessanti del panorama cinematografico sci-fi, soprattutto quando entrano in scena i Navigatori della Gilda Spaziale e quando si mescolano la fantasia di molti design sviluppati dallo stesso Lynch e quella degli effetti realizzati da Carlo Rambaldi.

Dune è a tutti gli effetti, come riconosciuto da Lynch e dallo stesso De Laurentiis, un film morto in fase di montaggio. 

 

[Trailer internazionale di Dune, 1984 - David Lynch]

 


Ucciso per soddisfare le esigenze delle sale e degli esercenti dell'epoca, rimesso insieme con voice over e trovate per incollare la trama che vanificano il lavoro fatto durante la produzione e l'enorme investimento compiuto dal produttore italiano.

 

A conti fatti non esiste una versione di David Lynch, poiché il regista non ha voluto tornare su un film sul quale non aveva controllo e la cui ricostruzione ha via via perso senso e che per lui non ha alcun interesse.


Se non lo aveva allora, figuratevi oggi.


Concludendo, dovremmo metabolizzare l'idea che non tutti i registi sono dei geek innamorati di ogni produzione e che molto spesso non hanno, a prescindere dal film, alcun interesse a guardare le opere di altri.

 

P.S.: Enrico Tribuzio sei il mio capro espiatorio, altrimenti l'intero articolo non avrebbe avuto senso di esistere se non me la fossi presa con qualcuno.

Non si vive solo di diatribe con Adriano Meis.


P.P.S.:

 

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3 commenti

Erik Nicoli

5 mesi fa

Bell'articolo Alessandro, molto interessante! E come si fa poi a non amare Herzog e Carpenter!?!?😂 Dei grandi!

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Mike

5 mesi fa

bell'articolo! in effetti noi vediamo sempre attori e registi come in un'aura fuori dalla realtà

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Adriano Meis

6 mesi fa

SEI UN BUVLONE! Proprio come il tuo amico dai capelli strani che beve tanto caffé

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