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Carlito's Way: una grande storia di (mancata) redenzione

In Carlito's Way di Brian De Palma (1993) il destino è già segnato, nessuna sorpresa; iniziare dalla fine per tornare indietro, fino al principio. 

 

 

Esplorare le motivazioni, i sentimenti, i bisogni: intraprendere un viaggio di cui già si conosce la meta sperando, tuttavia, che all'improvviso il percorso assuma una piega inaspettata.

 

Un desiderio illusorio, volto a spegnersi con i due colpi di pistola che aprono la pellicola, ma che tuttavia rimane vivido nel corso di tutta la sua durata e che arriva quasi a diventare realtà proprio nell'attimo in cui ogni cosa va inesorabilmente in frantumi.

 

Carlito's Way si manifesta sin dai primi minuti, proprio come altre illustri opere avevano fatto in precedenza – basti pensare all'immortale Viale del Tramonto di Billy Wilder (1950). 

 

[Trailer internazionale di Carlito's Way]

 

 

Un enorme spoiler che, nell'epoca delle serie TV, potrebbe scoraggiare qualche spettatore in attesa del colpo di scena.

 

Ma De Palma, appresi e rielaborati gli insegnamenti del Maestro Alfred Hitchcock, sa bene come lavorare sulla suspense, preferendola alla sorpresa.

La storia è lì, scritta e immutabile ma ciò non sminuisce il valore di ogni singola parola che la compone.

 

Il dramma di Carlito's Way: un gangster portoricano (Al Pacino) che, dopo il carcere, cerca disperatamente di abbandonare per sempre quelle strade colme di “carcasse di macchine e merde di cane” del suo quartiere per iniziare una nuova e stimabile vita nei Caraibi, a Paradise Island.

 

Un cammino di redenzione che dovrebbe concludersi alle porte del paradiso. 

In un certo senso questo avverrà: se il corpo non potrà sopravvivere al fardello dei peccati commessi; lo spirito sembrerà affrancarsi, librandosi al di sopra delle miserie terrene, certo di aver contribuito a un più radiante futuro per la propria progenie.

 

Ma “l'ultimo dei... Mohiricani” riuscirà davvero a lasciarsi alle spalle l'eredità violenta scaturita da generazioni di emarginati?

 

Dalle vittime del sogno americano?

 

 

[Carlito Brigante mentre, sotto la pioggia, osserva la sua amata Gail]

 

 

Carlito's Way - destinato a risiedere all'ombra del più noto Scarface (1983) - intavola, in realtà, un discorso più complesso rispetto a quest'ultimo.

 

Se Tony Montana (interpretato sempre da Al Pacino) correva alla velocità della luce per raggiungere quel mondo che credeva essere suo, senza scrupoli e tentennamenti, fino ad autodistruggersi; Carlito Brigante vuole che quel mondo non sia più suo, si muove nella direzione inversa tentando di risalire a galla mentre il suo passato lo riporta giù come fosse piombo.

 

Carlito's Way è la guerra di un uomo che crede ancora in quel sogno americano che Tony Montana aveva, ingannevolmente, sfiorato.

Non c'entra il denaro, questa volta, ma la serenità; la consapevolezza di poter dormire con entrambi gli occhi chiusi, abbracciato alla donna della propria vita.

 

Una guerra persa in partenza, ma che lo spettatore non esita a combattere al fianco del suo (anti)eroe, assoldato inevitabilmente alla sua causa.

 

Un'opera crepuscolare, regolata dalla malinconia, il rimorso e una buona dose di romanticismo.

Una leggera nostalgia per le “imprese” della giovinezza e, al contempo, il rinnegamento delle stesse nel momento in cui le si riconosce negli occhi delle nuove leve della malavita.

Il bisogno di potersi fidare di qualcuno nonostante si sappia bene che non c'è amicizia che tenga di fronte a una pallottola, o a un'abbondante somma di denaro.

 

Significativo, al riguardo, il rapporto con l'avvocato David Kleinfeld (Sean Penn) al quale Carlito deve lo sconto della sua pena da trenta a cinque anni.

 

L'ex gangster - in virtù del codice morale appreso sulla strada, alla stregua di un Vito Corleone - mette l'onore sopra ogni cosa e sente l'obbligo di ripagare il favore, fosse anche a costo della propria incolumità.

 

Interessante, qui, il divergente sviluppo dei due personaggi: partiti da situazioni antitetiche - l'uno nato e cresciuto tra povertà e delinquenza, l'altro tra ricchezza e agi - le loro necessità hanno trovato, per un periodo, un accoglimento nell'altro; forse scambiando quello che era semplice opportunismo per un'amicizia.

 

Sorrette da motivazioni diverse, le loro parabole in Carlito's Way si concludono di fatto allo stesso modo eppure, mai quanto nella morte, si rivelano così distanti.

 

Se Carlito ci ha perlomeno provato a riservarsi un posto in paradiso, Kleinfeld ha prenotato un biglietto di sola andata per l'inferno nel momento in cui ha deciso di passare dall'altro lato, completamente asservito all'edonismo.

 

“Tu non sei più un avvocato, Dave.

Sei un gangster, adesso. Sei passato dall'altra parte, e lì si fa tutto un altro gioco.

Un gioco che non si impara a scuola, né si comincia a giocare da grandi.” 

 

 

[David Kleiffeld e Carlito Brigante mentre festeggiano l'uscita di prigione]

 

 

L'(anti)eroe, dunque, non trova nel suo “amico” un fido alleato bensì un ennesimo traditore; un ulteriore ostacolo sulla strada verso il sogno.

 

Ma Carlito ci prova comunque a raggiungerlo: vede uno spiraglio di luce in lontananza e sa di potercela fare.

 

Ciò che ne scaturisce è quanto di più ansiogeno si possa trovare in un gangster movie, e il merito è tutto della maestria con cui De Palma riesce a gestire la tensione.

Già evidente nella scena in cui Carlito scorta suo cugino durante una “consegna”, l'abilità del regista si manifesta con ancora più forza nell'ultima parte del film che ci porta alla mente la celebre sequenza della stazione di The Untouchables - Gli intoccabili (1987): venti minuti al cardiopalma in cui Carlito si gioca il futuro, conscio che anche un solo attimo potrebbe rivelarsi fatale.

 

Tuttavia, come anzidetto, il futuro in Carlito's Way è già segnato; non c'è sorpresa.

Non può esserci redenzione per chi ha vissuto nell'oscurità, almeno non in questa vita.

 

Ma quando il come è più importante del cosa, avviene una sospensione: lo spettatore si ritrova in quello stesso limbo da cui Carlito ci ha parlato lungo tutta la pellicola.

E non importa se sia la prima o la decima visione: ogni volta tornerà a sperare in un epilogo diverso, aggrappandosi alla stessa illusione del suo (anti)eroe, quella del sogno americano.

 

Tra l'impeccabile regia di De Palma e l'incalzante sceneggiatura di David Koepp, si colloca una delle migliori interpretazioni di Al Pacino - per quanto sia arduo scovarne una che non sia eccezionale.

 

Nel dar vita al personaggio icona di Tony Montana, l'attore aveva attinto a tutto il suo istrionismo scavando, probabilmente, nella sua lunga esperienza di teatro dove l'esuberanza è, per forza di cose, una componente primaria.

 

 

[L'ultima immagine che Carlito osserva prima della morte: il sogno di una vita migliore]

 

 

In Carlito's Way, al contrario, Pacino fa un lavoro di sottrazione, avvicinandosi più all'altro grande ruolo della sua vita, Michael Corleone, e dando corpo alla straziante battaglia che avviene dentro - e fuori - Carlito.

 

La scorgiamo tutta nei suoi occhi quando, tra la vita e la morte, si aggrappano ancora all'immagine più bella: una ballerina - la sua ballerina - che danza sullo sfondo di un tramonto esotico.

 

Il suo tramonto, respinto a lungo ma ormai meritato, dopo una serie infinita di nottate, bevute e sogni infranti. 

Chi lo ha scritto

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2 commenti

Sky

2 mesi fa

Penso di essere uno dei pochi a preferirlo a Scarface se vogliamo paragonare i 2 capolavori.

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Alessandro Zaza

2 mesi fa

Visto ieri per la prima volta, e mi pento di non averlo fatto prima. Sono assolutamente d'accordo con la recensione, film S-T-R-E-P-I-T-O-S-O, uno dei più sentiti della mia vita. Uno dei pochi cui faccio fatica a non considerare un capolavoro.

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