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Lettere da Iwo Jima: Eastwood alla ricerca di umanità perdute nell'inferno della guerra

Oltre ad aver consegnato al war movie un'identità discorsiva inedita e una prospettiva linguistica assolutamente folle perlomeno dal punto di vista produttivo, uno dei grandi meriti di Sam Mendes e di 1917 è stato quello di rimettere il dramma della guerra al centro dell'atto cinematografico e di riflettere sulle possibilità dell'audiovisivo di restituire gli orrori dell'esperienza bellica.

 

 

Subito dopo la sua uscita è partita la sfida al confronto per capire se 1917 fosse degno del faccia a faccia con i grandi racconti di guerra visti al cinema e tra questi, ed è uno che in pochissimi si sono ricordati di citare, c'è Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood.  

 

 

[Clint Eastwood e Ken Watanabe sul set del film]

 

 

Febbraio 1945.

Quando sono lontani ormai il ricordo e l'entusiasmo per la gloriosa incursione a Pearl Harbor e la successiva occupazione di Filippine, Singapore e Hong Kong, l'esercito giapponese era stato sconfitto su tutti i fronti e si preparava a difendere la patria entro i confini interni del proprio perimetro difensivo.

 

Intanto, nel Pacifico centrale, le forze statunitensi si erano aperte un varco tra la Nuova Guinea e le Salomone e da lì, “saltando da un'isola all'altra”, i Marines avevano proseguito la rotta di avvicinamento verso il paese del Sol Levante.

 

Strappate al nemico le Marianne, Iwo Jima era una delle ultime isole da conquistare per stabilirvi nuovi campi di aviazione da cui iniziare il bombardamento diretto del Giappone.

 

Se il piano d'attacco sviluppato dai tattici americani prevedeva una banale conquista della spiaggia orientale, il generale nipponico Tadamichi Kuribayashi rinunciò alla fortificazione della costa (dove, tra l'altro, sarebbe mancato il supporto della flotta combinata) e fece invece costruire un complesso sistema di cunicoli e gallerie scavati nella roccia vulcanica dell'isola, dentro cui posizionare artiglieria, posti di comando e organizzare la resistenza.

 

Il Giappone prolungò a più di un mese di ferrea opposizione militare ciò che, all'alba dello scontro, doveva risolversi in una rapida disfatta e il generale statunitense Holland Smith, nonostante la vittoria, definì quella di Iwo Jima “la battaglia più cruenta e costosa combattuta dal corpo dei Marines”.  

 

 

[L'isola di Iwo Jima oggi]

 


Lettere da Iwo Jima fa parte di un dittico, si tratta cioe del secondo di due film che Eastwood dedica allo stesso evento storico: il primo, Flags of our Fathers, era uscito nel novembre del 2006 e lasciava sullo sfondo il resoconto cronologicamente connotato della battaglia e quelle dinamiche drammaturgiche solitamente connesse alla narrazione di guerra, come la paura della morte, il senso di inadeguatezza alle armi oppure la discontinuità di percezione delle cose del mondo legate all'esperienza pre e post-bellica.

 

In quel caso, Eastwood aveva più a cuore la girandola narrativa innescata dalla famosa fotografia che scattarono gli americani una volta conquistato il monte Suribachi.

Infatti, occupata agevolmente la spiaggia e preso senza grandi difficoltà il promontorio più alto della piccola isola di Iwo Jima, un gruppo di soldati semplici venne immortalato al momento di issare la bandiera a stelle e strisce sulla cima.

 

Il film, buono ma tutt'altro che memorabile, ripercorreva la genesi e la mitologia di una delle istantanee più celebri della storia militare americana, mentre il manipolo di uomini che ne era stato artefice doveva convivere con la realtà brutale della guerra e allo stesso tempo con l'incapacità di trovare un punto di convergenza tra la verità propria e quella della nazione, che propagandava la foto come il simbolo dell'eroismo USA.  

 

 

[Un'immagine da Flags of our fathers: i soldati americani piantano la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi]

 


Con Lettere da Iwo Jima Eastwood supera lo sguardo centripetato, autoriferito e raccolto unicamente intorno alle contraddizioni del patriottismo americano, e mette la riflessione a portata di mondo, secondo cioè un'idea di cinema per cui la cultura di provenienza non pone limiti all'identificazione e per cui ogni gesto cinematografico si fa condivisione dello stesso dolore, ripensamento di ogni aspetto del reale.

 

Per la prima volta nella storia infatti, eccezion fatta per alcuni esempi tra cui il bel Tora! Tora! Tora! ma in ogni caso mai in maniera così radicale, la guerra viene rievocata attraverso gli occhi del “nemico”.

Eastwood trasferisce la macchina da presa dalla parte opposta del campo di battaglia e rimette in scena il medesimo episodio che faceva da sfondo a Flags of our Fathers tramite però i corpi dei soldati, dei generali e degli ufficiali giapponesi.

 

Girato nella vera isola di Iwo Jima e in lingua originale giapponese (tant'è che ai Golden Globe edizione 2007 vinse nella categoria Miglior Film Straniero), l'opera a differenza di quella speculare che l'aveva preceduta coglie i suoi personaggi al di la degli appassionanti personalismi e delle loro piccole deviazioni rispetto all'enorme pezzo di Novecento del quale sono interpreti.

 

Lettere da Iwo Jima affronta la Storia a viso aperto mettendo il proprio armamentario poetico a disposizione della grande rievocazione bellica e, soprattutto, della riabilitazione degli sconfitti, di quei “musi gialli” di cui buona parte del cinema americano peggiore ha consegnato ritratti fasulli e privi di stratificazione.  

 

 

[Ken Watanabe nei panni del generale Tadamichi Kuribayashi]

 

 

Tutto ciò che Eastwood riconduce al vissuto degli uomini al fronte, come gli affetti lasciati in patria e le responsabilità da riprendere in mano una volta tornati a casa, corrisponde all'unica strategia filmica possibile per intercettare brandelli di umanità nell'inferno spietato del conflitto.

 

L'esercito giapponese è un corpus di vite ed esperienze, di tante storie diverse a confronto con la realtà, di uomini che filtrano la propria visione della guerra attraverso la luce dei ricordi e degli insegnamenti ricevuti: Saigo è un fornaio costretto ad abbandonare il lavoro e la moglie incinta per difendere un'isola che, se fosse per lui, cederebbe volentieri agli americani senza nemmeno combattere, Kuribayashi è invece uomo colto e abile stratega, un generale che nutre rispetto per chiunque, dal soldato di fanteria al sottufficiale indisponente, mentre Shimizu è un ex membro del Kempeitai (la polizia militare giapponese) che dietro un atteggiamento disciplinato e integralista forse nasconde un animo buono.

 

Nella sabbia e nella roccia di Iwo Jima, in mezzo al fuoco dei cannoni e al sangue dei soldati, la lettera ai parenti e agli amori lontani è il solo residuo di civiltà sopravvissuto alla guerra, l'unico artefatto umano che vale la pena ricordare e, sullo scorcio del nuovo secolo, addirittura riesumare.  

 

Scrivendo alla compagna, il generale Kuribayashi si dice pronto a servire il paese e si dispiace per essere partito senza aver pulito bene il pavimento della cucina del suo appartamento; allo stesso modo Saigo ripercorre nella memoria l'ultimo saluto alla moglie e la promessa fatta al figlio ancora nel grembo di lei di tornare per crescerlo al termine della guerra.

 

Eastwood guarda alle piccole esistenze dei suoi protagonisti come a un serbatoio inestinguibile di umanità o, meglio ancora, come all'ultima sofisticazione ammissibile per rappresentare gli uomini al fronte con il grado massimo di onestà.

 

 

[Saigo e l'amico Kashiwara in una scena del film]

 


Il miracolo di Lettere da Iwo Jima si consuma tutto qui, nella sua capacità straordinaria di far emergere dal grumo di materialità caratteristico dello stereotipo la sensibilità culturale e la dignità umana dello straniero, colui che è insieme “nemico e fratello” (per dirla con le parole di Giovanni Capecchi) e che condivide con gli altri paesi coinvolti le stesse identiche ferite.

 

Tra le fila dell'esercito giapponese non mancano certo i comandanti ossessionati dall'odio verso gli americani e convinti dell'integrità morale della loro causa militare; perfino i personaggi a cui il film ci ha fatto affezionare (per esempio Nozaki, il mite e cordiale amico di Saigo) compiono scelte incomprensibili, preferendo ad esempio il suicidio alla resa.

 

Eppure nel rituale macabro del seppuku, che garantisce ai soldati giapponesi una morte onorevole e la pace dell'anima nel santuario di Yasukuni, Eastwood intravede sì da un lato una prigione ideologica, e quindi un'apparente incompatibilità di sguardo, ma dall'altro un momento di profonda e lacerante integrazione cinematografica, un sacrificio al quale noi occidentali non possiamo dare significato secondo i nostri schemi di pensiero ma del quale ci sentiamo completamente partecipi.  

 

E questo approccio rivoluzionario al materiale storico prestato al cinema raggiunge la sintesi definitiva nell'attimo in cui un drappello giapponesi, davanti alle spoglie senza vita di un soldato americano, si riscoprono essere umani oltre i luoghi di appartenenza e le contingenze belliche.

 

Durante una delle fasi più concitate della battaglia, un giovane americano viene colpito al torace: il colonnello Nishi, a capo del reggimento coinvolto, ordina che il corpo venga portato in una delle grotte per essere curato. Tra lo stupore e l'indignazione dei suoi uomini, Nishi costringe l'infermiere a somministrare all'americano una delle ultime dosi di morfina rimaste.

 

Poco dopo, il ragazzo si sveglia e il colonnello si avvicina per conversare.

 

Nessun interrogatorio, come aveva promesso al resto della truppa: una semplice chiacchierata.

 

Nishi conosce bene l'inglese, dice che nel 1932 ha partecipato ai giochi olimpici di Los Angeles nel salto individuale ad ostacoli di equitazione. Mostra al soldato ferito una foto di Urano, il mastino con cui ha gareggiato.

 

L'americano dice di venire dall'Oklahoma e il suo nome è Sam.

 

“Takeichi”, risponde il colonnello stringendogli la mano.  

 

 

[Saigo in una delle grotte scavate dai soldati nella roccia di Iwo Jima]

 


Che fosse un ex rapinatore sanguinario ai confini desolanti e spogli della frontiera, in quell'epopea western che chiude per sempre ogni altro discorso possibile sul genere de Gli spietati, oppure un vecchio patriota nel centro di un quartiere di coreani alla periferia di Detroit, Eastwood non ha mai smesso di rintracciare un senso di prossimità emozionale anche nelle situazioni più disperate, anche nelle circostanze più distanti da ogni riconciliazione possibile.

 

Il suo è un cinema che tende alla riconoscibilità emotiva attraverso l'immersione totale nell'anima dei personaggi, un cinema che va alla ricerca di umanità perdute e che non considera quel poco di solidarietà rimasta come un residuato, ma piuttosto come un'occasione di rinascita.

 

Un cinema, insomma, che non chiede nulla allo spettatore e che da lui ottiene tutto se stesso.  

 

Così, quando il soldato americano muore nella grotta di Iwo Jima e i giapponesi si aspettano di trovare tra i suoi effetti personali qualcosa che confermi loro l'immagine del “mostro” diffusa dalla propaganda, Nishi estrae una lettera scritta dalla madre.

 

Una uguale a quelle che anche loro ricevono dalle centinaia di mogli, fratelli, sorelle, madri e padri a casa e che ogni giorno, nel trauma infinito della guerra, li rimanda a quel pezzo di mondo che non vogliono dimenticare e al quale vogliono fare presto ritorno.  

 

"Sammy, ti ho spedito un paio di libri da leggere, spero che ti piacciano.

Ieri i cani hanno scavato una buca sotto lo steccato, così sono riusciti ad andarsene un po' in giro. Sembravano impazziti.

Correvano veloci per tutto il quartiere. Quando alla fine siamo riusciti a trovarli, i galli degli Harrison erano spaventati a morte: non c'era modo di tranquillizzarli.

Non preoccuparti per noi, abbi cura solo di te e cerca di fare di tutto per riuscire a tornare a casa sano e salvo.

Tieni bene a mente quello che ti ho detto.

Fa' ciò che è giusto perché lo ritieni giusto, non perché devi farlo. Prego perché la guerra finisca presto e perché tu possa tornare qui vivo.

Ti penso sempre. Tua madre."

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