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Aspettando Cannes: Thierry Frémaux racconta i retroscena del Festival in compagnia di Valerio Mastandrea

La 72ª edizione del Festival del Cinema di Cannes è alle porte.

Numerosissime sono state le notizie che ci hanno accompagnato in avvicinamento al Festival: dalla questione Netflix sì, Netflix no alla comunicazione che il presidente della giuria di quest'anno sarà il regista messicano Alejandro G. Iñárritu, dall'elenco dei film in concorso a chi è riuscito a presentare il proprio film per un soffio.

 

Per tenere i motori in caldo, ecco a voi un po' di curiosità raccontate poco tempo fa da Thierry Frémaux, critico e direttore artistico del Festival di Cannes, durante la presentazione del suo ultimo libro Cannes Confidential.

 

 

[Il direttore artistico del Festival di Cannes, Thierry Frémaux]

 

Gian Luca Farinelli (direttore della Cineteca di Bologna):

Negli anni il tuo lavoro a Cannes è cambiato?

 

Thierry Frémaux:

Sì, in effetti il mio lavoro cambia anche perchè il Cinema cambia continuamente, Cannes cambia ed è un piacere e una grande felicità [...] vedere che i registi stanno lavorando, quindi in questo momento io sto a guardare e aspetto mentre loro lavorano.

È una grande soddisfazione sapere che in Europa, Asia, Africa, in questo momento tutti stanno lavorando per arrivare al momento in cui tutti presenteranno i film per Cannes.

 

 

GLF: Vorrei che tu ci parlassi del responso della giuria.
In un’epoca come questa dove tutto trapela, anche i segreti più segreti si sanno immediatamente, si sanno le cose anche prima che avvengano le cose, qual è il metodo di Cannes per evitare che si sappia il palmarès prima del suo annuncio?

 

 

 

TF: Molto presto la mattina, tutti i membri della giuria vanno in una casa segreta, protetti dalla polizia.

Devono consegnare i cellulari e non c’è modo che abbiano un altro cellulare nascosto, non succede.

 

Si portano tutti dietro le loro cose, si portano l’abbigliamento per la cerimonia della sera e, a quel punto, i vincitori li conoscono i giurati, il presidente e Monsieur Frémaux.

 

I giurati non hanno alcun tipo di rapporto con l’esterno… quelli che lavorano all’esterno, però, nel frattempo mettono in atto tutta una serie di tecniche per cercare di capire i vincitori: se ci sono 20 film e 7 vincitori, se si cominciano a sapere chi sono i 13 perdenti, pian piano si comincia ad risalire ai vincitori.

Questo vale anche per i vincitori che sanno che hanno vinto: sono 7 vincitori che sanno che hanno vinto qualcosa ma non sanno cosa.

 

Ricordo il primo anno che sono stato direttore a Cannes, quando la Palma d’Oro l’ha vinta Nanni Moretti con La Stanza del Figlio: alla montée de marche lui è venuto a darmi la mano ed era bianco bianco bianco, emozionantissimo, perché effettivamente non sapeva cosa aveva vinto.

 

E questo è molto bello perché la gioia di quando poi lo si scopre è molto più vera.

 

Nel 2004, Michael Moore quando è arrivato era vestito benissimo.

Quell’anno era presidente Quentin Tarantino.

 

Michael Moore, se un po’ lo conoscete, sapete che normalmente non è vestito molto bene… Allora io gli ho detto

“Be’, Michael, sei vestito molto bene stasera!” e lui mi ha risposto

“Sì, me l’ha detto Quentin di vestirmi bene.”

E io ho pensato che Tarantino gli avesse detto che lui avesse vinto la Palma d’oro.

 

Quando è stato annunciato che la Palma d’oro andava a Fahrenheit 9/11 Michael Moore aveva una faccia così stupita che io ho pensato

“Accidenti che attore!”.

Dopo gli ho detto

“Mi dispiace però che Tarantino ti avesse un po’ rovinato la sorpresa…”, ma lui

“No, no! Non mi aveva detto niente! Mi aveva semplicemente detto "Per una volta vestiti bene!”.”

 

 

[Michael Moore (elegante) vincitore della Palma d’oro per Fahrenheit 9/11]

 

 

In sala era presente anche Valerio Mastandrea che di lì a breve avrebbe presentato il suo esordio da regista, Ride.

 

Ovviamente il direttore della Cineteca non si è lasciato scappare l'occasione di far divertire tutto il pubblico con uno dei racconti dell'attore.

 

 

GLF: Valerio, anche tu sei stato in diverse giurie...

Ma ti hanno sequestrato?

 

 

VM: No. Potevamo mangiare.

Anche.

 

Io ho fatto Venezia nel 2006 che era il primo anno di Orizzonti di Müller [sezione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia inserita dall'allora direttore Marco Müller, n.d.r.] e lì ebbi la delicatezza di dire, dopo aver visto dei film molto lunghi, anche molto presto la mattina con grandissima abnegazione (c’era una giuria di gente seria, a parte me), gli dissi a Müller, davanti a tutti,

“Ho capito perchè hai chiamato Orizzonti questa sezione… perché dei film selezionati non vuoi mai vedere la fine.”

 

Mi ricordo, c’erano film di quattro ore, anche esperimenti… il primo Orizzonti fu molto sperimentale, era molto interessante però anche molto duro.

 

Poi ho fatto Torino, ho fatto Tokyo, il Festival Internazionale, insomma… è una delle esperienze, non dico da artista, diciamo da addetto ai lavori è una delle esperienze che ti arricchiscono di più, anche perché parli di Cinema insieme a persone che vengono da altri contesti, il Cinema è sempre lo stesso ma è anche diverso…

 

Per esempio a Tokyo c’erano molti asiatici in giuria e ha vinto un film sull’olocausto che per loro non è assolutamente percepito come per noi.

Quindi vince proprio il tema cinematografico, il linguaggio, insomma è bello confrontarsi.

 

 

Farinelli, nuovamente rivolto a Frémaux:

Thierry, il lavoro di scelta del presidente, il lavoro di scelta della giuria…

Per esempio, nel libro ricordo un passaggio in cui tu dici che Almodóvar forse avrebbe potuto avere un film che forse sarebbe potuto essere pronto per Cannes, che forse poteva andare in concorso…e naturalmente era anche molto desideroso di conoscere il nome del presidente.

 

Il nome del presidente può spostare gli interessi di un regista per presentare o meno un suo film a Cannes?

 

TF: Io se devo scegliere tra dover perdere un film o un presidente preferisco perdere un presidente che un film.

Venire a Cannes e fare il presidente è in un certo senso come essere dentro a un film perché ci sono i media, per tutto ciò che c’è attorno... è una vera avventura!

 

Ci sono molti registi che preferiscono sicuramente mandare un film a Cannes piuttosto che essere nella giuria.

Alcuni accettano con passione e molta gioia ma altri… 

 

Per esempio, parlando dell’Australia, l’anno in cui è venuto George Miller, il regista di Mad Max (che tra l’altro è stato un po’ tra le polemiche perché sembrava un regista di un Cinema di genere e poi invece ha funzionato benissimo), era uno dei pochissimi rappresentanti del continente perché, se ci pensate, tra i registi ci sono Jane Campion, Cate Blanchett, poi tra gli attori c’è Nicole Kidman che però per un lunghissimo periodo ha rifiutato di essere presidente di una giuria.

 

 

 

[Il regista George Miller]

 

 

 

GLF: E ora ci racconti come funziona il meccanismo di selezione: come è possibile, tra 1800 film, sceglierne 60 cercando di fare meno errori possibili e mantenendo anche uno sguardo fresco.

 

Perché la cosa che si apprende nel libro è che i film arrivano fino all’ultimo secondo, quindi bisogna mantenere una lucidità anche quando [...] racconti che non dormi più, non c’è più una notte, la pressione e la tensione sono tali che non si dorme più veramente.

 

 

TF: Il mio mestiere non è dire "Questo film mi piace", "Questo film non mi piace", ma dire "Questo film va bene per Cannes" o "Questo non va a Cannes".

 

Ci sono film che mi piacciono molto ma che penso non debbano andare a Cannes, perché Cannes talvolta può essere pericoloso, mentre invece ce ne son altri che mi piacciono, non così tanto, ma penso che debbano essere nella selezione di Cannes.

 

Cannes è piena di stampa, di un pubblico molto esigente e i film brillano della luce che viene lanciata su di loro, dei commenti che vengono fatti su di essi.

Io credo che ogni film debba ripartire da Cannes contento e il mio lavoro è scegliere la posizione migliore per ogni film affinché questo avvenga.

 

Ad esempio, il film di Gilles Lellouche, Le Grand Bain [Sette Uomini a Mollo, n.d.r.], è un film che appartiene a un genere normalmente non presente a Cannes, ma era un film che trovavo interessante.

Ho pensato che fosse un film che avesse senso portare a Cannes ma fuori dal concorso perché in un certo senso era un modo per proteggerlo.

 

Per il film di Valeria Golino, Euforia, ho esitato nel metterlo in concorso.

Poi ho pensato che la sezione Un Certain Regard fosse il luogo più confortevole.

E Valeria era d’accoro… era Valerio che non era d’accordo!

 

VM: No, no, ero d’accordissimo io…

 

 

 

[Gli attori e la regista di Euforia. Da sinistra: Isabella Ferrari, Riccardo Scamarcio, Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Valentina Cervi, Jasmine Trinca]

 

 

TF: Alla fine la cosa migliore è uscire da Cannes con un’immagine ancora migliore rispetto a quella con cui si è partiti, anche se ci sono delle occasioni che sono delle catastrofi vere e proprie.

A volte si riesce a capire perché c’è un rifiuto per un certo film, altre volte proprio no.

 

Poi a Cannes ci sono degli spettatori che si comportano molto male in sala, che vengono a vedere un quarto d’ora di film e se ne vanno, alla presenza del cast… ed è una situazione terribile!

 

Provate a pensare se dopo dieci minuti de La Dolce Vita qualcuno dice “Uffa!”, si alza ed esce.

E il film è morto.

La Dolce Vita era stato fischiato a Cannes.

L’Avventura anche.

Il tempo e il pubblico hanno dato effettivamente ragione al Festival che aveva voluto mostrare questi film ma all’inizio andò così.

 

Io durante il Festival soffro nel pensare quale sarà l’accoglienza, da parte del pubblico, dei film… soffro o sono contento a seconda dell’accoglienza.

 

Quando Clint Eastwood mi ha presentato Mystic River sono andato a vedere il film a Los Angeles, negli studi della Warner.

Il film non era ancora montato nella versione definitiva ma dovevo vederlo subito perché poi potessero avere il tempo di finirlo se fosse stato selezionato per partecipare a Cannes.

 

Dunque vedo il film, ne sono immediatamente colpito, lo trovo molto bello, esco dalla sala e mi trovo davanti Clint che mi dice

“What do you think?” e lì ho avuto trenta secondi per riflettere su cosa dirgli!

 

L’accoglienza a Cannes è stata tiepida ma quattro mesi dopo, quando quel film uscì in sala, tutto il mondo lo trovò incredibile.

Quindi i giornalisti hanno avuto quattro mesi per giudicarlo, io ho avuto trenta secondi!

 

È vero che a volte bisogna decidere un po’ troppo velocemente, altre volte si decide con più calma.

Ogni tanto si fa qualche errore, ma su 1800 film che sono arrivati, alla fine, non ne abbiamo fatti tanti.

 

Euforia, che è andato molto bene a Cannes e qui in Italia, alla fine ho pensato

“Accidenti! Forse potevamo metterlo in concorso!”, ma non è neanche detto, magari in competizione il giudizio sarebbe stato più duro.

Essere in concorso è un po’ una colpa… perché hai la colpa di essere in concorso!

 

In sala, durante la proiezione di quei quattro film francesi, durante la serata di gala, c’erano sempre tutti i produttori di tutti i film che erano stati rifiutati… e guardano il film così, a braccia incrociate.

C’è un’aria decisamente ostile…

 

Quindi quando c’è una giustificazione delle nostre scelte è un piacere immenso.

 

Bisogna pensare che il Festival è una situazione completamente particolare: normalmente, nella vita normale, quando si va al cinema uno prende coscientemente la macchina, o va a piedi, perché vuole vedere quel film di cui ha visto il poster, conosce la trama, magari ha letto la recensione, quindi volontariamente va a vedere il film che ha scelto, invece durante un Festival è il film che viene a te.

 

 

[Regista e parte del cast di Mystic River. Da sinistra: Clint Eastwood, Laura Linney, Kevin Bacon]

 

GLF: Io sono completamente stonato, non ricordo a memoria ness… niente!

[...] ma ho l’impressione che tu conosca a memoria tutte le canzoni francesi, mi sembra che sia una parte molto importante della tua formazione… ed è una cosa abbastanza rara perchè chi ama il Cinema potrebbe amare più le immagini che il suono, la musica.

 

Ti chiedo come questo lato del tuo carattere ti ha nutrito e sia importante per il lavoro che fai.

 

TF: Per me la canzone d’autore ha avuto un’influenza sula mia educazione poetica e politica: le idee che i poeti trasmettono sono idee politiche molto importanti e danno un’educazione verso il mondo che è anche più importante della politica.

 

George Brassens era un anarchico.

Io non conosco molto bene la storia del movimento anarchico ma conosco molto bene George Brassens.

I poeti che scrivono canzoni sono persone libere.

 

Io sono di una generazione in cui molti miei amici hanno fatto politica, io non ho mai voluto fare politica e oggi mi interesso alla politica più io di loro che non ne possono più di politica!

Secondo me fare il nostro lavoro, che sia quello dell’artista, dell’organizzatore di un festival o del direttore di una cineteca, è in un certo senso fare politica.

 

Quando in Francia ho fatto la maturità, nel programma c’era la storia dell’Italia fascista… e allora sono andato a vedere Novecento!

E mi è bastato per sapere tutto…

 

GLM: Come ti rapporti con chi ti vuole proporre un proprio film per Cannes?

 

TF: Sono contentissimo quando mi viene mostrata la passione, la convinzione nel fare le cose.

Quando qualcuno mi chiama e mi dice

"Pronto? Ti voglio proporre il mio film! È il film più straordinario che sia mai stato girato!" io sono contento di sentirlo!

Poi vedo il film e lo giudico.

 

A Parigi ci sono parecchie persone che hanno una bambolina a forma di me, dove ci attaccano sopra degli spilli.

Ma questo succede raramente: le nostre decisioni, in genere, sono rispettate.

 

È chiaro che si possa rimanere dispiaciuti quando rifiutiamo alcuni film ma solitamente veniamo rispettati… questo però non è successo con Mike Leigh [Leone d’oro nel 2004 per Il Segreto di Vera Drake, film scartato tra i candidati per il concorso del Festival di Cannes, ndr.]!

 

A Venezia, per tutta la premiazione si è andati avanti con: un premio, ma non era per lui, un altro premio, ma non era per lui…

Allora ho cominciato a credere che fosse un premio piuttosto importante.

 

Al momento in cui dovevano annunciare il Leone d’oro Mike Leigh non aveva ancora avuto nessun premio, c’erano tutte le telecamere su di lui… e Mike Leigh ha vinto il Leone d’oro!

Io ho cercato di starmene un po’ in disparte, di essere discreto.

Mike Leigh sale sul palco e fa dei ringraziamenti bellissimi.

Ero molto contento. Poi dice

"Un’ultima cosa. Voglio assolutamente ringraziare il Festival di Cannes e Thierry Frémaux per non aver accettato il mio film, così sono venuto qui e ho vinto!"

Io mi sono nascosto…

 

La vita del Cinema funziona così, è come quando un regista rifiuta per la prima volta un attore, un copione, il Cinema funziona così, con sì e no che cambiano continuamente.
   

 

 

[Il regista Mike Leigh]

 

GLM: Effettivamente una delle cose più interessanti è proprio questa capacità di dire no, perché sono solo 60 i film scelti su 1800, alla maggior parte dei registi e dei produttori bisogna dire no, bisogna trovare il modo di dire no perché probabilmente il loro prossimo film sarà magnifico e potrebbe vincere a Cannes…

 

Ma un’ultima domanda non posso non fartela perchè nella selezione dell’anno passato c’era un film che mancava ed era Roma.

Quel film è andato a Venezia, dunque la domanda inevitabile è: quest’anno ci saranno dei buoni film di Netflix a Cannes?

 

[Conosciamo già la risposta ma il punto di vista del direttore artistico di Cannes sulla questione è interessante, n.d.r.]

 

TF: Due anni fa c’erano due film di Netflix a Cannes, in concorso, e ci hanno criticato moltissimo.

Quest’anno non c’erano film di Netflix e ci hanno criticato moltissimo.

 

Non è tanto il concetto della piattaforma in sé, quanto quello di Netflix di essere un nuovo mondo del Cinema e io considero che i festival, come le cineteche, siano dei laboratori.

Due anni fa è stato un po’ uno scandalo, ma bene così perché lo scandalo è successo a Cannes.

 

Quest’anno c’è stata questa diatriba tra Cannes e Venezia su Roma.

Roma era stato anche selezionato a Cannes…

 

Alfonso Cuarón ricorda sicuramente, una sera che avevamo bevuto insieme molto mescal, che io gli avevo consigliato di girare un film messicano in Messico.

Lui voleva moltissimo che il suo film andasse a Cannes, io lo avevo visto già moltissimo tempo fa e avevo selezionato il film per il concorso.

 

Ora, però, a Cannes c’è una regola per cui tutti i film in concorso devono anche uscire in sala e in Francia Netflix non poteva far uscire il film nelle sale a causa delle loro regole interne.

E quindi il film che ho selezionato a Cannes… è stato presentato a Venezia!

 

Una co-produzione Venezia-Cannes!

Quindi ci sono stati questi due anni con questi passaggi, il 2019 sarà l’Episodio III!

E c’è molta suspense anche per me… e così non ti ho risposto!

 

 

[Il regista Alfonso Cuarón vince il Leone d'Oro 2018 con il film Roma]

 

 

GLM: Valerio, tu e Thierry avete almeno una cosa in comune, siete due appassionati di calcio… tu per quella squadra che…

 

VM: Io non mi definisco appassionato, a me il calcio è uno sport che non piace.

Diciamo che appartengo a quella patologia chiamata “Ricerca d’identità attraverso una squadra di calcio” e tifo per la mia squadra… senza cura…

 

[...] mi piace quando si passa da una cultura così esasperata e poi si scende a terra… nei tombini…”  

 

TF: Beh, anche lo sport è cultura!

 

VM: Assolutamente!

E c’è un aneddoto, perdonatemi, oggi sono in vena…

 

Ero a Venezia, in giuria, il campionato iniziava una domenica che ero lì.

Identifico un bar dove poter vedere la Roma in trasferta e arrivo là alle, diciamo, tre meno venti.

E non c’era nessuno, cioè, c’era qualcuno che vedeva una partita di calcio inglese.

 

Piano piano vedo blogger, giornalisti online, persone che riconosco perché comunque le ho incontrate tante volte.

Si affacciano da dietro gli alberi con grande nonchalance, quindi gente scappata dai film per andare a vedere la Roma…

Piano piano ci iniziamo a riconoscere come i Cristiani perseguitati nelle catacombe e ci guardiamo e diciamo

“È qui?” e tutti “Sì, sì, sì!”.

 

Si entra in massa e c’era Stephen Frears che stava guardando il Tottenham.

Loro cominciano a cacciarlo via e io mi vergogno, cioè pensavo

“Non ci lavorerò mai con Stephen Frears... ma metti che questo mi riconosce!"

Quindi io mi nascondevo e loro facevano

“Mavvaffanculo sto Tottenham!"

Le bestie… È stato cacciato via mentre la partita del Tottenham…

 

Abbiamo cambiato canale e abbiamo visto la Roma.

Una vergogna assoluta…

 

 

Placate le risate, Frémaux ha commentato:

Lo sport è una cosa che incarna la civiltà e che ha qualcosa in comune con il Cinema, perché in effetti come il Cinema è popolare e artistico, come nel Cinema ci sono degli artisti, ci sono dei momenti magici, quindi hanno qualcosa in comune.

 

Io ho vissuto in Francia negli anni ’70 ed ero allora già molto appassionato di sport, ma lo sport non era ben visto perché erano anni molto politicizzati.

Ma era più puro e innocente.

Dopo è diventato più popolare, anche più apprezzato dagli intellettuali, però anche molto più corrotto.

Dai soldi, dai media…

 

Ciò che resta di bello, nello sport come nel Cinema, è che tutti e due riportano all’infanzia.

Il libro che sto scrivendo adesso non è sul Cinema ma sul judo… parlo anche un po’ di Kurosawa e di Naruse, ma vedremo se la mia attuale editrice sarà interessata anche a questo libro… magari non le interessa lo sport!

 

 


 

GLM: Una cosa secondo me giusta è raccontare anche l’altra vita di Thierry, perché non gli basta questa assurda vita a Cannes, ce n’è un’altra, quella da direttore dell’Institute Lumière, l’archivio che custodisce le origini del Cinema.

 

 

Questi film che sono difficilissimi da programmare perchè durano 40 secondi… forse fino a poco tempo fa nessuno aveva veramente capito come programmare.
Poi Thierry ha trovato un nuovo modo che è sceglierne più di cento e organizzarli come un vero lungometraggio: è qualcosa di assolutamente sorprendente!

 

 

 

In Francia è uscito in sala, ha avuto un successo enorme, noi l’abbiamo fatto uscire in Italia e per l’uscita italiana abbiamo chiesto a Valerio Mastandrea di doppiare Thierry Frémaux.
Gliel’abbiamo chiesto all’ultimo secondo e Valerio, che è un artista straordinario e una persona incredibile, così, in venti secondi… l’ha fatto.

 

 

VM: In quattro giorni e mezzo.

Chi mi conosce sa che la sala doppiaggio è uno dei luoghi…

L’assoluto distacco, l’immediatezza della recitazione, della voce off…

 

È stato un viaggio molto interessante anche perché io non avevo una conoscenza completa di tutto questo materiale, quindi faticoso ma interessante.

C’è stato poi un lavoro di adattamento fatto da Emiliano Morreale che parla il francese come l’italiano.

Con lui abbiamo anche parlato di Thierry:

”Ma perché dice sta cosa?” e lui fa

“Boh!”,

“Ma noi non possiamo evità?”

 

C’è un riferimento allo stadio del Lione… e io lì ho scoperto che Thierry è tifoso del Lione!

Io l’ho adattata e ho saltato quella cosa…

 

TF: Io sono stato molto fiero e felice che Valerio abbia accettato di fare questa cosa ed è stata una sorta di riconoscimento che non avevamo ancora avuto per questo film che Gian Luca [Farinelli, n.d.r.] aveva pensato di fare uscire, che ha fatto uscire in Italia interessandosi al progetto…

 

VM: Ma l’hanno fatto in altri paesi?

Per sapere se potevi avere un riconoscimento migliore del mio…

 

TF: Sì!

 

VM: Chi è, DiCaprio ha fatto la versione americana?

 

TF: No, sei il solo ad aver doppiato la voce originale, negli altri casi è sottotitolata…

 

GLM a Frémaux: Ma è uscito in quanti altri paesi?

 

VM: Due!

 

TF: Trentatré paesi!

 

 

E con la faccia incredula di Valerio Mastandrea e uno scrosciante applauso del pubblico che riempiva la sala, si è concluso l'interessantissimo incontro con Thierry Frémaux.

 

A noi ora non resta che aspettare poche ore per l'edizione 2019 del Festival di Cannes!

 

 

[Locandina dell'edizione 2019 del Festival di Cannes, omaggio alla regista belga Agnès Varda di recente scomparsa]

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