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Dietro al clown, un malinconico Pierrot: l'altra faccia del comico

Jim Carrey, Robin Williams, Massimo Troisi: tre esempi di comicità e introversione. Far ridere non è semplice, farlo per mestiere ancora meno.

 

 

Il rischio minore per un comico è che, non rinnovando di frequente il suo repertorio e i suoi personaggi, finisca per annoiare.

Peggio è se, preso dal dover dimostrare di non aver esaurito le idee, gli viene cucita addosso l’etichetta di “buffone di corte”.

 

Ma sappiamo tutti che il sorriso del clown è solo trucco: basta un fazzoletto per ottenere un malinconico Pierrot.

 

 

 

 

Personalmente ho un’affezione particolare per quel genere di attori che annoverare tra i comici risulta riduttivo, e non perché una risata ha meno valore di una lacrima, ma solo perché questi artisti nascondono tanto altro, e capita che lo tengano celato per lungo tempo per poi, da un giorno all’altro, tirare fuori quell’interpretazione drammatica che ti stende.

 

È quando ci fanno questi regali che rimaniamo stupefatti, non crediamo sia possibile qualcosa di simile da parte loro che ci hanno abituati a tutt’altro.

 

È quando decidono di mostrarci il loro lato più profondo, togliendosi parrucca e naso rosso, che ci si innamora di loro.

 

 

[Ma a volte ce ne innamoriamo anche se il naso rosso lo conservano…]

 

 

Jim Carrey, Robin Williams e Massimo Troisi: cos’hanno in comune?

 

Tutti e tre sono nati o comunque sono diventati noti al grande pubblico come comici: Massimo Troisi mosse i primi passi insieme a Lello Arena ed Enzo Decaro facendo cabaret con il trio La Smorfia, Robin Williams raggiunse la notorietà con la serie commedia Mork & Mindy in cui, da bravo alieno, beveva con un dito e si sedeva al contrario, gambe all’aria e faccia sul cuscino!

 

Faceva meno ridere Jim Carrey nei suoi famosi ruoli in Ace Ventura e The Mask?

Tutti e tre partiti con battute e risate.

 

Ma cosa combina un comico quando si cimenta in parti drammatiche?

 

Le cose sono, banalmente, due: o fa male o fa bene.

Nel primo caso passa tutto in sordina, del resto, è un comico.

 

Nel secondo caso sgraniamo gli occhi, ci rendiamo conto che un attore che ha sempre fatto il buffone nella sua carriera è capace di mettere in scena drammi e di farci emozionare.

 

 

 

 

Ci ho pensato per lungo tempo: perché mi piacciono così tanto Troisi, Williams e Carrey e perché i loro lavori che più apprezzo sono i film drammatici?

 

Un comico, uno degno di questo nome (che non faccia della volgarità il fulcro del suo lavoro, per intenderci), deve essere dotato di una sensibilità speciale, deve conoscere l’emotività umana applicandosi ad essa quasi come fosse uno scienziato e i suoi oggetti di studio fossero i sentimenti.

Non a caso Troisi era chiamato “il comico dei sentimenti”.

 

Operazioni così precise nel toccare le corde del cuore che i risultati poi fanno storia: Il Postino, Patch Adams, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, ad esempio.

 

È roba loro quella dei sentimenti, è roba dei Comici, la mangiano a colazione da quando sognano un palco per la prima volta: come potrebbero riuscire male in lavori dal carattere drammatico? 

 

 

 

 

E non sto dicendo che un attore che ha sempre recitato in ruoli drammatici non raggiungerà mai l’intensità interpretativa di un comico che recita in un dramma, solo non dovremmo stupirci troppo del risultato positivo di quest’ultimo.

 

Come un chimico impara a dosare le sostanze, le misura, impara i gesti, diventa esperto ed inizia a fare tutto così velocemente che a noi sembra una cosa da niente - e non immaginiamo neanche lo sforzo e i sacrifici che ha fatto per arrivare fino a quel punto - così il comico lo fa con le parole, le espressioni, i movimenti del corpo.

 

Il chimico alla fine ottiene una soluzione, ma non una a caso, sarebbe un chimico da due soldi: un buon chimico ottiene esattamente ciò che voleva ottenere.

 

Il bravo attore comico ottiene, anche lui, la reazione attesa: allegria, risata amara o imbarazzata…

 

L’ultimo passo è quello che compiono in pochissimi, cioè lasciare nello zaino il libro di chimica con dosi e temperature esatte e mettersi a fare esperimenti, improvvisando, senza fare danni al laboratorio e sintetizzando delle molecole nuove.

 

 

 

 

Jim Carrey

 

Uno di quegli attori che, quando ero piccola, appena lo vedevo mi faceva comparire il sorriso sulle labbra, mi faceva stare bene.

 

E questo non accadeva solo quando compariva sullo schermo in abito giallo, con quella elastica faccia verde (The Mask), o con una per niente sobria camicia hawaiana (Ace Ventura), interpretando quei suoi iconici personaggi che facilmente possono attirare un bambino.

 

Ovviamente con quelli mi divertivo tantissimo ma, dentro di me, più o meno consciamente sentivo che una persona che riusciva così bene a trasmettere il buonumore non poteva essere solo il tipo sorridente che si mostrava a tutti mentre faceva boccacce, doveva per forza esserci dell'altro.

 

E ricordo che ne ero fortemente convinta, ogni tanto restavo a pensare

"Chissà com'è a casa, sulla sua poltrona, senza telecamere... 

Chissà com'è triste essere tristi per dei giorni quando tutti si aspettano che tu sia sempre felice e allegro...".

 

 

 

 

Robin Williams

 

Quanti di noi si sono scatenati mentre Mrs. Doubtfire faceva le pulizie con Steven Tyler di sottofondo che urlava Looks Like a Lady?

Confessate, almeno una volta nella vita avete passato l'aspirapolvere in casa imitandola/o...

 

Chi non vedeva l’ora che Genio partisse con

“Padrone, secondo me non hai ancora realizzato di che si tratta.

Perché non provi un po’ a concentrarti mentre io passo ad illustrarti le mie possibilità?” in apertura a Un Amico come Me (Aladdin)?

 

Tanto, lo sappiamo tutti, quello era il buon Robin animato e colorato di blu…

 

Come se ci fosse un continuo flusso tra comicità e dramma, Williams andava dalla risata pura, passando per quella amara (La Leggenda del Re Pescatore, Good Morning, Vietnam) arrivando a intense interpretazioni commoventi che andavano a segno come precise stilettate (Risvegli, Will Hunting - Genio Ribelle, L’Attimo Fuggente).

 

 

 

 

Massimo Troisi

 

La storia si ripete, stavolta in casa nostra.

 

La bravura di Troisi comico è stata tale da riuscire a creare un vero a proprio modo di fare comicità e, addirittura, è facile che chi non abbia visto i suoi famosi Ricomincio da Tre, Non ci resta che piangere, ne conosca comunque i tormentoni:

 

“EHI! Chi siete? […] Cosa fate? […] Cosa portate? […]

Sì, ma quanti siete? […] Un fiorino!”

 

Dopo le commedie, nel mio viaggio alla scoperta di Troisi arrivò Che ora è? (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Marcello Mastroianni e Massimo Troisi nel 1989).

Diretto da Ettore Scola, con un Mastroianni sessantacinquenne che intenerisce, fu il primo colpo al cuore perchè non abituata ad una malinconia così profonda nei film in cui recitava l’attore campano.

 

Stoccata finale: la prima visione de Il Postino.

 

Per i temi che tratta, per i luoghi, il mare, i suoni, per l’empatia nei confronti del personaggio Mario Ruoppolo, per lo stato di salute in cui Troisi recitò quel suo ultimo film-testamento: è umanamente impossibile rimanere indifferenti a quest’opera. 

 

 

["La poesia non è di chi la scrive, è... di chi gli serve!"]

 

 

Per tutti e tre gli attori citati è palese come la comicità sia stata parte fondamentale della loro carriera tanto che, peccando di superficialità, si può pensare a loro come individui dalla spiccata estroversione.

 

In realtà nei loro caratteri non sono poche le venature di timidezza, malinconia, riservatezza.  

E, come già detto, i loro film che più mi hanno colpito sono proprio quelli che più degli altri mettono in scena il lato amaro delle vicende umane.

 

Chissà, forse è l'eterno sadico gioco dei contrasti.

 

Perché sentiamo la sensazione di sazietà?

Perché prima di mangiare eravamo affamati.

 

Quand'è che vediamo la luce?

Dopo essere usciti da un tunnel buio che sembrava non finire più.

 

Perché sentiamo di essere amati?

Perché c'è stato un tempo in cui abbiamo sofferto l'abbandono.

 

Riuscire poi a far giocare a questo contorto gioco qualcuno come fosse un manichino, riuscire ad essere parte attiva per lui, giocatore passivo e sperimentatore delle emozioni che lo investiranno, è decisamente complesso.

 

 

 

 

Quindi la domanda è: come riusciamo ad infondere emozioni, nate e sentite inizialmente solo da noi, nelle persone che abbiamo intorno?

 

Come si fa a permeare con le nostre parole il loro pensiero, con le nostre espressioni modificare la percezione altrui, scacciando tutto ciò che c'era in loro prima di noi, facendo tabula rasa e costruendo ciò che vogliamo che questi sentano?

 

Non è solo lavoro davanti ad uno specchio.

Non è solo sterile esercitazione dei muscoli facciali.

 

È lotta contro i tuoi demoni.

È scontro interiore necessario ai fini dell'ottenimento della sincerità di cui intriderai il tuo lavoro, in cui immergerai i tuoi futuri personaggi/le tue personalità.

 

È toccare il fondo, riemergere e svegliarsi come dopo un incubo tentando di restare attaccati a quell'ultima immagina offuscata, conservandola e custodendo l'esperienza del buio così da farla sperimentare a chi vorrà provare a riemergere, anche momentaneamente, a braccetto con te.

 

Volendo esemplificare, è ciò che ha fatto Jim Carrey nell'interpretare (far resuscitare) Andy Kaufman in Man on the Moon.

 

 

 


O comunque è la migliore spiegazione che sono riuscita a darmi per ora riguardo come alcuni attori, noti comici, riescano a regalarci esemplari performance drammatiche.

 

Riguardo la loro capacità di trasmettere emozioni, di far provare allo spettatore ciò che in quel momento vogliono che egli provi, di farlo sentire come il personaggio interpretato si sente in quel momento.

 

Quanto avete sofferto immedesimandovi in Joel Barish (Eternal Sunshine of the Spotless Mind)?

Non vi è mancata l’aria pensando di essere Truman Burbank (The Truman Show)?

Vi si è fermato il cuore per Mario Ruoppolo (Il Postino)?

Lo psicologo Sean McGuire non ha zittito e immobilizzato anche voi con quel suo monologo da Oscar (Will Hunting - Genio Ribelle)?

 

Con la loro naturalezza, Carrey, Troisi e Williams è come se comunicassero direttamente con noi e ci facessero sentire nudi mentre li guardiamo.

 

Sembra di osservarli da vicinissimo, di seguirli fianco a fianco anche nelle scene più intime e quasi vorremmo chiedere scusa per l’invasione dei loro spazi, per l’intromissione nei loro pensieri.

 

 

 


Quindi scusatevi pure se a volte, come me, sentite di aver peccato di invadenza.

 

Ma, state sicuri, giusto il tempo di leggere O Captain! My Captain! di Walt Whitman, di vedere una ragazza con i capelli color mandarino o di sentire qualche nota da Oscar di Luis Bacalov e ricadrete immediatamente nel peccato riguardando un loro film.

 

L'assoluzione?

 

Faremo penitenza insieme con La Preghiera del Clown, scritta e recitata dal caro Antonio De Curtis, in arte Totò, ne Il più comico spettacolo del mondo:

 

 

 

Chi lo ha scritto

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8 commenti

Angelo Di Domenico

5 mesi fa

Un articolo superbo! Scritto benissimo! E poi l'argomento mi interessava molto, complimenti! Continuo a dire che "questo sito" è uno dei migliori che si possano trovare

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Morena Falcone

5 mesi fa

Angelo Di Domenico
Grazie, contenta ti sia piaciuto 💛

CineFacts 🔝

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Angelo Di Domenico

4 mesi fa

Morena Falcone
Grazie a voi!

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Giulio Scervino

1 anno fa

Un articolo stupendo, complimenti davvero!

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sharon_holmes

1 anno fa

È sempre bello, ma anche triste, ricordare personaggi così

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Nuriell

1 anno fa

Splendido articolo e non aveva mai visto quella scena di Totò, da pelle d'oca.

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Benito Sgarlato

1 anno fa

Bel articolo, assolutamente d'accordo... grandissime interpretazioni.
Per Jim aggiungerei anche il recente Mr. Pickles di Kidding

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Mike

1 anno fa

Bellissimo articolo!

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