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Moulin Rouge! Quell'eccesso necessario per esclamare l'amore

Aprite un video contenente la colonna sonora del film, fatela risuonare, e mettetevi comodi: siete entrati nel Moulin Rouge.

 

Baz Luhrmann, il bohémien. 

Questo regista esonda impetuoso fuori dai confini del bel gesto tecnico e forse anche del buon gusto, e il tutto per una ragione precisa: sta raccontando l'esperienza della passione, che non è niente di arginabile, né di canonico e soprattutto non ha niente a che fare con la dimensione pubblica - che poi è quella che ha codificato proprio quegli argini che delineano i concetti di bel gesto e buon gusto. 

 

La passione è invece espressione privata dei corpi ed è potentemente dinamica.

 

È troppo dirompente perché se ne possa parlare senza alcuna modulazione: andrà cantata; è troppo invadente perché la si possa esprimere con una gestualità misurata: andrà ballata (la famosa "manifestazione verticale di un desiderio orizzontale"); ed è troppo pervasiva perché non sia inserita in un ambiente decorato con il massimo dell'estrosità possibile: barocco, pulsante, travolgente.

 

"Horror vacui" che ribadisce quanto l'innamoramento sia una realtà che trabocca dalla troppa pienezza.

 



Luhrmann ha inteso tutto questo perfettamente.

 

Ha capito che doveva usare la grammatica cinematografica in un modo potentemente volto alla distorsione della percezione emotiva di noi spettatori.

Qualcosa di simile a ciò che ha fatto Damien Chazelle con il suo Whiplash o Lars von Trier negli spazi cantati di Dancer in the Dark, anche loro con lo strumento sintattico per eccellenza: il montaggio.

 

Stacchi di inaudita rapidità, cambi di prospettiva continui sui piani e sui soggetti, soluzione delle inquadrature in dissolvenze incrociate che mescolano gli spazi e dissolgono il tempo.

Ragazzi, parliamoci chiaro: si svolge esattamente così quella fase della relazione amorosa chiamata della passione, realizzazione di quella del desiderio a lungo covato e fatto maturare.

 

Ed è un bel caos ("bello" non ha un uso retorico, è veramente un caos-bello).

 

Parigi, 1899. 

Un'epoca di straordinaria effervescenza idealistica per l'Europa che troverà il suo troncamento con l'inizio della Grande Guerra.

Il primo decennio novecentesco, si sa, è considerabile come un naturale prolungamento del centennio precedente.

 

Anni in cui vengono cantate le lodi dell'amore sporco, volutamente indecoroso (e quindi l'amore della riservatezza e dei luoghi più privati); l'amore notturno.

Solo notturno.

Ma non meno vero dell'amore di facciata, quello da ostentare per strada: l'amore borghese, che più che amore per la compagna era amore per il fatto che fosse - come si dirà da lì a qualche anno, grazie alle intuizioni di uno scrittore siciliano incalcolabilmente grande - un amore "tutto per bene".

 

In risposta a quest'ultimo, dicevo, si tessevano invece le lodi dell'amore spiccatamente Romantico: torbido e asimmetrico.

Che quasi sempre vedeva un uomo sensibile e idealista invischiarsi in un amore per una donna che lui trovava stimolante, non banale, e criptica; amore che, lo sapeva da sempre, sarebbe stato per lui fatale; nell'ordine di quella tendenza mista ad attrazione per l'autodistruzione così cara al Romanticismo. 

 

Il film condensa in sé un secolo almeno di letteratura: Goethe, Baudelaire, Foscolo, Verlaine... Ripensate a quel che scrissero.

È tutto in Moulin Rouge!.

 

Non è certo strano che chi ha avuto la possibilità di vedere lo spettacolo di Notre Dame de Paris musicato da Riccardo Cocciante (guarda caso una produzione franco-italiana: da sempre i due paesi della vita scapigliata) ricordi le emozioni provate durante quella visione o durante l'ascolto dei brani musicali e le ritrovi durante la visione di quest'altro musical.

Ripensate ai temi, all'estrazione sociale dei personaggi e alla cifra stilistico formale tanto simili.

 

Victor Hugo non poteva che essere raccontato e musicato se non nel modo in cui è stato fatto, e lo stesso penso di questo film.

Hanno centrato il punto.

 

 



E non solo un secolo e più di letteratura (che poi.. come se lo spirito Romantico non travalicasse le classiche cronologie e non si fosse insinuato anche in animi appartenenti a epoche lontane dal XIX secolo: penso all'amore inteso da Fabrizio De André, o da Catullo...); in Moulin Rouge!, dicevo, sono condensati anche diversi decenni di storia della musica pop e rock.

 

Dai The Police ai Kiss, da Elton John a Whitney Houston, The Beatles, U2, David Bowie, Madonna, Nirvana...

Questi quelli che mi vengono in mente al momento, e chissà quanti altri che conoscerete più a fondo di me.

Altra trovata del tutto azzeccata del nostro bohémien.

 

Luhrmann comprende essenzialmente due cose: che la forza del sentimento che sta descrivendo non è solo sua, ma che in quel momento circostanziato passa anche attraverso di lui, e che quindi il film che aveva tra le mani trattava di qualcosa di perenne, che andava onorato nel modo più personale e al contempo diffusamente sentito come vero che gli fosse possibile. 

 

E come ha fatto citando più o meno consciamente i letterati e i poeti di cui sopra, insieme a Craig Armstrong decide di prendere per mano il genio (altro concetto Romantico) di tutti gli artisti della parola e della musica che parevano loro aver detto qualcosa di rilevante su questa tematica, adottando come criterio di scelta, senz'altro il loro gusto personale, ma anche il grado di popolarità delle loro produzioni.

 

Come ho suggerito il sentimento trattato è condiviso, e l'emozione di fronte a una tale opera si accende solo a seguito del proprio riconoscersi in una parte di essa (non si ride o si piange che per sé stessi, io penso).

Ecco perché questi brani. 

 

Il mondo nei decenni ha risposto con trasporto soprattutto a determinati pezzi che si sono sedimentati nell'immaginario estetico collettivo: va da sé che questo significa che quelli sono i brani che più di altri dicono qualcosa di umanamente vero sull'argomento.

Geniale.

E oltretutto sono arrangiamenti molto ben realizzati che - e qui oso - a tratti superano la performance originale, quantomeno dal punto di vista melodico.

 

Cerco di non raccontarvi cose autoevidenti come sarebbe il lodare in modo instancabile il lavoro svolto da Nicole Kidman ed Ewan McGregor in ogni campo della produzione, dimostrando l'intensità e la veridicità della loro partecipazione emotiva al progetto, oltre agli eccezionali doni estetici - godibili sia sul piano visivo che acustico - di cui sono dotati e sui quali si sono spesi in modo quasi di per sé commovente (ecco, l'ho fatto lo stesso: se lo meritavano).

 

Un film sullo spirito culturale del tardo modernismo: e se già abbiamo visto la portata dei riferimenti letterari e musicali, concludo con un riferimento alla nostra comune passione. 

Ricordiamo le coordinate spazio temporali: Parigi, 1899.

 

Siamo all'indomani della consacrazione definitiva del cinema - allora "cinematografo" - che sarà presentato al mondo nell'Esposizione Universale proprio a Parigi, nell'anno successivo.

 



Moulin Rouge! si apre su di un palco che proietta Moulin Rouge!, e nello stesso luogo si chiude.

 

Il resto del film ci si impone con una carica emotiva immensa capace di estraniarci completamente, e isolarci persino se siamo in compagnia. Sa parlare a tutti individualmente. Dimentichiamo di esservi precipitati al suo interno. 

 

Ma ecco che anche nello spazio diegetico riappare il palco (naturalmente costruito nel locale Moulin Rouge - e come poteva essere diversamente...).

Capiamo quindi che esso abbia una funzione rilevante, che ci viene svelata nel finale.

 

La vera quarta parete, sul palco, non è frontale e immaginaria, ma è costituita dal sipario: al di qua di quello, sulla ribalta, davanti agli occhi di tutti, e anche ai nostri, l'amore, quell'amore che si pone come uno dei quattro pilastri del credo bohémien, apparentemente sembra bastare a se stesso (riguardo a ciò vi consiglio di aspettare la conclusione integrale dei titoli di coda, non fosse altro che per avere occasione di ascoltare il fantastico Bolero che risuona, ma c'è dell'altro...).


Dicevo, è l'amore della rappresentazione scenica, dell'opera di genere, della fiaba: di ciò che gli esseri umani hanno sempre amato raccontarsi. 

Ma il protagonista, e noi con lui, capisce che una volta calato il sipario ci si trovi a fare i conti con la vita reale (le quinte sono il luogo dove l'attore smette di recitare, non a caso). 

 

Così come una volta scemata quella passione iniziale che pareva appianare tutto e tutti, a restarci è nel migliore dei casi l'amore o l'affetto.

E se invece dovesse vincere la vita - o la morte - sarà questa nuova ospite non attesa che dovrà essere onorata, ed essa dovrà continuare, proprio come qualunque show.

 

Per poi col tempo lasciarsi andare a un'altra occasione dove "amare e lasciarsi amare", di un nuovo amore che sarà senza dubbio alcuno sporco, difficile, asimmetrico, ma, ve l'ho detto: veramente Romantico.

 

 

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