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Mentirei spudoratamente se vi dicessi che non aspettavo la cinematografica venuta di questo Backrooms con gran curiosità, una certa nerdissima trepidazione e un pizzicorino di fisiologico timore.
D'altronde per coloro che, come il sottoscrivente, hanno avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto quando il leggendario casus belli esplose fra gli oscuri thread sperduti in quella brulicante Twilight Zone chiamata 4chan non poteva che essere altrimenti, no?
[Trailer ufficiale e senza via d'uscita di Backrooms]
Correva infatti l'annus terribilis 2019 e mentre al di qua dell'insindacabile Meridiano di Greenwich ancora non si vociferava di quella fetentissima "influenza cinese" che di lì a qualche mesetto ci avrebbe tappati tutti in casa a sfornare pagnotte e dirette Twitch come se non ci fosse più un domani, un misterioso ed egualmente virulento passaparola iniziava ad attecchire in profondità nel ventre molle del Dark Side of the Web.
Tuttavia non starò certo qui a narrare la rava e la fava di come e perché la sbilenca fotografia di un giallognolo e deserto corridoio - comparsa con provvidenziale nonchalance fra le pieghe di un anonimo post - abbia dato origine a uno dei transmediali bubusettete più veraci degli ultimi tribolati anni.
Per questo e altri succosi aneddoti riguardanti l'oscura genesi del fenomeno Backrooms gli scaffali di Wikipedia sono infatti ormai pieni e traboccanti come la giara del miele nella tana di Winnie the Pooh.
Piuttosto quel che più mi preme è far notare come un sedicenne youtuber cresciuto e conosciuto nella digitale terra dello Zio Sam con il nomignolo di Kane Pixels – al secolo Kane Parsons – sia riuscito, tra un lockdown planetario, parecchie sessioni intensive di After Effects e intere nottate in intima compagnia dei tool di Blender ad acchiappare al volo i semi di un'ancora acerba leggenda digi-metropolitana per piantarli stabilmente nel rigoglioso terreno della webserialità.
[Chiwetel Ejiofor ha parecchio spazio a disposizione iper riflettere su Backrooms]
Una lore, quella del suo Backrooms, pazientemente e minuziosamente coltivata a partire da una semplice clip in stile found footage nella quale, grazie alle suggestive potenzialità dell'estetica analog horror, gli spazi liminali, i "nonclip" o universi paralleli che dir si voglia incautamente indagati dal misterioso Async Research Institute avrebbero di lì a poco preso vita e tenuto incollati una media di 75 milioni di follower per tutti i successivi quattro fortunatissimi anni.
È dunque grazie alle premesse di questo inaspettato quanto meritatissimo successo che, puntuale come la morte e le tasse, il caro vecchio James Wan e la sua Atomic Monster - in opportuna cordata con 21 Laps Entertainment, North Road Films e l'immancabile A24 - decisero sapientemente di bussare alla porta di un ormai ventenne e vaccinato Parsons con un unico fondamentale diktat: superare le anguste cornici del piccolo schermo per riversare brividi, incubi e una generosa dose di altre perturbanti amenità in quel libico non-logo senza apparente fine che solo il buio di una sala cinematografica è in grado di dischiudere.
Insomma: battere il ferro sicché ancora caldo, capitalizzando quanto più possibile l'hype germinatosi attorno ai finora 24 episodi di Backrooms per confezionare un furbissimo spin-off cinematografico opportunamente cotto, servito e mangiato prima che – Slender Man docet – l'interesse attorno alle suddette estensioni extradimensionali iniziasse a evaporare all'ombra dell'ennesima futura creepypasta.
Quale miglior modo dunque di dare filmica forma alla propria seriale creatura se non quello di coagularne la grottesca e conturbante mitologia attorno alla tragica e al contempo pateticissima figura di Clark (Chiwetel Ejiofor): architetto mancato in profonda crisi esistenziale oltre che matrimoniale; costretto suo malgrado a sbancare miseramente il lunario come proprietario di un desolato showroom nel quale l'infima qualità dei mobili esposti e la cronica assenza di qualsivoglia clientela non fanno altro che acuire giorno dopo giorno una già incipiente sensazione di fallimento.
[Renate Reinsve indecisa se superare la fatidica soglia in Backrooms]
Un uomo finito ancor prima di averci seriamente provato; tanto dentro quanto fuori da quella fantomatica casa dalla quale rabbia repressa, sogni infranti, orgoglio da maschione Alpha ferito, qualche birretta di troppo e una tutt'altro che dolce metà – a lungo evocata durante le grottesche sessioni di psicoterapia pilotate dell'infecifrabile Dottoressa Klyne (Renate Reinsve) – lo hanno insindacabilmente cacciato nonostante una salatissima rata del muto puntualmente ancora da pagare.
Una vitaccia sinora vissuta non ancora in quelle tanto decantate Backrooms che attendono bramose tra i ronzii dell'Oltre Mondo ma piuttosto in un freddo ed egualmente inquietante retrobottega nel quale poltrone immacolate, letti geometricamente rifatti, spicchi di soggiorno (s)venduti al dettaglio e squallide carnevalate promozionali orchestrate grazie all'apatica collaborazione di due giovani sottoposti (Finn Bennett e Lukita Maxwell) risultano se possibile ancor più perturbanti di ciò che si cela al di là di quello stesso anonimo e inospitale perimetro.
Proprio come la carrolliana Alice che finì oltre il meraviglioso specchio dopo aver inseguito il frenetico Bianconiglio, così il nostro passivo-aggressivo capitano d'industria, deciso a far luce sui misteriosi cali di corrente che ogni notte insidiano il suo desolante impero di arredamenti a prezzo stracciato, vincendo le più elementari leggi della fisica si troverà incautamente a superare quel muro oltre il quale l'escheriano Altrove color senape è pronto a spalancarsi in tutto il suo vuoto, labirintico, architettonicamente irrazionale e inquietantemente caleidoscopico orrore.
Un universo – più macro che micro a dirla tutta – quello di Backrooms, nel quale i secolari assiomi non contano più, le proporzioni paiono ormai irrimediabilmente alterate e la scienza, con tutte le sue rassicuranti certezze e granitici punti di riferimento, ha evidentemente dato forfait senza nemmeno tentare di combattere.
Uno spazio freudiano – spurgato da una versione alterata del già di per sé temibile Overlook Hotel più di kubrickiana che kinghiana memoria – nel quale il weird è letteralmente di casa grazie a quella strisciante sensazione di unheimliche per la quale ogni cosa, sia essa un cieco corridoio, una porta senza pomello, una prospettiva impossibile o, perché no, pure una ciabatta o una sedia parzialmente compenetrate alla smorta pavimentazione appaiono al contempo familiari ed estranei come nel più indiavolato dipinto surrealista.
[Chiwetel Ejiofor alle prese con surreali cambi di arredamento in Backrooms]
Così come lo spaesato Clark avrà ben presto modo di sperimentare sulla propria viva e accapponata pellaccia, queste inconcepibili e interminabili Backrooms sono anche e soprattutto il regno di sinistre entità ben acquattate nei pochi angoli bui e dietro qui numerosi usci solo apparentemente chiusi; pronte ad accogliere gli incauti visitatori di questo loro illogico Sottosopra, pallidamente rischiarato da tremolanti luci al neon, prendendo forma dalla medesima materia della quale sono fatti i più insani sogni o, per esser precisi, i peggiori incubi.
Apparentemente due sole erano le modalità con le quali approcciarsi a questo cinematografico Backrooms: attraverso un pindarico revisionismo furbescamente fan service sul modello del non certo esaltante Five Nights at Freddy's oppure mediante una prudente aderenza all'extrafilmico materiale di partenza come ben congegniato da Genki Kawamura al momento di trasportare fuori dal gameplay quella piccola videoludica perla di Exit 8.
Eppure, così come ci rammentano fior fior di analisti ben più balsonati e scafati, nella vita così come nel Cinema esiste anche una terza via.
Quella via che, per intenderci, prevede di acchiappare per la collottola ciò che di buono già esiste per costruirvi attorno una montagna che, tra una sapiente retcon, un pizzico d'inventiva e abbondanti dosi di non detto riesca infine a partorire non il solito misero topolino ma un qualcosa di ben più carnoso e letale.
Dobbiamo dunque ringraziare in primis il Signore, la mano di Kane Parsons, la penna di Will Soodik o chi per loro per aver scelto d'imboccare quest'ultima intelligente strada, riuscendo a congegnare un prodotto di sano intrattenimento capace – quantomeno per i tre quarti della propria non così eccessivamente titanica durata – di solleticare l'attenzione e la curiosità tanto dei più bramosi aficionados quanto di coloro che per la prima volta si troveranno a metter piede su questa giallognola e perturbante moquette.
Malgrado infatti l'archetipo dello spazio abitativo quale metaforico riflesso e allegorica estensione di una distorta planimetria mentale non sia certo nuovo all'ormai più che secolare Storia del Cinema – partendo dalla primordiale lezione espressionista per giungere sino alle interessanti riletture contemporanee messe in scena dal nerissimo Abattoir di Darren Lynn Bousman, dal neogotico Ve ne dovevate andare di David Koepp, dal surrealista Vivarium di Lorcan Finnegan e dal mortifero Night House di David Bruckner fra i tanti –, quel che il visionario e indubbiamente talentuoso Parsons AKA Pixels si è ritrovato fra le mani non è un semplice horror, quanto piuttosto uno fra i più "elevated" degli ultimi ispirati tempacci.
[A Renate Reinsve le Backrooms stanno decisamente strettine]
Un racconto, quello imbastito sotto il succoso brand di Backrooms, che vede nel suo immaginario così visceralmente analogico e pre-internettiano un gigantesco punto di forza nel mettere sul piatto un ristrettissimo plateau di personaggi che, siano essi un percolosamente depresso omuncolo comune in lotta col mondo intero, un'impassibile indagatrice della mente con più traumi irrisolti dei propri tribolati pazienti, una giovane coppia di svalvolati Clerks custodi del sacro verbo del video-occhio piuttosto che un sommariamente tratteggiato paladino della scienza (Mark Duplass) con più domande che risposte su cui rimuginare, nel momento in cui si troveranno costretti a fare i conti con l'inesplicabile non avranno altro modo di poter sopravvivere se non attraverso la propria limitatissima esperienza.
Nessun post, nessun trend, nessuna storia né tantomeno alcuna compulsiva tendenza a spammare ai quattro venti ciò che si è appena sperimentato e che, giusto giusto qualche decennio in avanti rispetto al calendario della narrazione, costituirà materiale idoneo alla nascita di una di quelle spippolanti creepypasta delle quali, più per paradosso che genuina ironia della sorte, questo stesso Backrooms fa inevitabilmente e orgogliosamente parte.
D'altronde, quantomeno nella finzione scenica, ci troviamo qui immersi in grigio, razionalista e abbacinante 1990 le cui coordinate spaziotemporali – tanto al di qua quanto al di là dell'itterico e smisurato Orizzonte degli Eventi – paiono dissolversi nella tesissima atmosfera che la matematica fotografia di Jeremy Cox e le stranianti sonorità di Edo Van Breemen contribuiscono a rendere volutamente irrisolta fino ai limiti della sopportazione; giocando benissimo la carta del vedo-non-vedo quantomeno fino al sopraggiungere del terzo e, a mio parere, problematico atto.
Se già infatti nel corso dell'estesa quanto fondamentale sezione centrale la narrazione si ritrova imprigionata fra le ripetitive spire di un loop che pare quasi una myse en abyme di quelle labirintiche planimetrie fisiche e cognitive sin qui abilmente tematizzate, è giusto in prossimità del cacofonico – e, diciamolo pure, un tantinello deludente – rush finale, quando cioè il sentore di sequel inizia a farsi più denso e pungente, che la consapevolezza di poter veder risolti tutti quei fascinosi punti di domanda così strategicamente disseminati abbandona il fosco iperuranio nel quale l'avevamo così prudentemente relegata per divenire una concreta e, almeno per me medesimo, sconfortante realtà.
Chi infatti si aspetta da questo Backrooms catartici spiegoni, nodi opportunamente ricondotti al pettine o matasse minuziosamente sbrogliate probabilmente rimarrà almeno per ora assai deluso; perché quel che pare trasparire da questo ormai più che evidente Chapter 1 è la chiara e furbesca volontà di lanciare quanto più possibile in profondità l'esca per lasciare che siano il tempo, il riscontro al botteghino e il più che mai prezioso hype a fare il resto del lavoro.
Abbandonando dunque la metafora e calandoci in una realtà così distorta e polifonica da fare invidia alla dis-articolata struttura narrativa de La casa di foglie di Mark Z. Danielewski, cosa diamine rappresentano realmente queste stramaledette Backrooms?
Una feroce critica alla (dis)attenzione dell'ecosistema social per il quale ogni immersione nel tanto favoleggiato MetaVerso non fa che corrompere sempre più ogni traccia e informazione?
Forse una strizzata d'occhio alle aberranti metamorfosi fisiche, emotive e spirituali innescate dalla presenza sempre più massica e dis-umana delle nuove IA?
Oppure, come già detto, la coagulazione delle menti sempre più distorte che abitano corpi distorti all'interno di un mondo in sempre più avanzato stato di distorsione?
Lo scaltro Parsons per ora non sembra intenzionato a sbilanciarsi troppo, lasciandoci con più domande che risposte e tenendosi aperte quante più porte e portali possibili al fine, forse, di poter dirigere in futuro la propria rutilante creatura verso dimensioni ancor più sinistre e sfaccettate rispetto a quelle fin qui timidamente sondate.
Non si tratta certo di una questione di stile, di ritmo né tantomeno di vera e propria durata; nonostante personalmente ritenga che 20 minuti di meno su un totale di ben 110 avrebbero certamente contribuito a snellire, compattare e concentrare ancor più efficacemente una narrazione che, strano ma vero, nel delicato passaggio dal breve al lungo formato – dalla thumbnail alla pellicola – non pare aver perso nemmeno un grammo della propria angosciante forza potenziale.
[Una tuta, anche se antibatterica, non fa certo primavera in Backrooms]
Il vero problema alla base di Backrooms, se di tale si vuol proprio parlare, ritengo risieda piuttosto nel timore – tipico in verità di ogni nuovo autore ritrovatosi a nuotare per la prima volta in solitaria nel Mare Magnum dell'esigente Cinema di genere contemporaneo – di discostarsi troppo da quelle solide e ben battute rive sulle quali, da ormai un decennio abbondante, pochi consolidati archetipi per lo più provenienti dalla scuderia Blumhouse così come dagli arsenali del WanVerse e dall'iconico campionario della Monkeypaw di Jordan Peele presidiano incontrastati un orizzonte cinematografico nel quale il concetto di "paura" non può che passare attraverso pochi (e non sempre buoni) cliché.
Chissà dunque se, con qualche coraggiosa bracciata in più e una minore ansia da prestazione, questo Backrooms avrebbe potuto approdare verso acque ancor più torbide, oscure e potenzialmente terrificanti.
Anche così tuttavia ci troviamo al cospetto di un raro esempio di opera capace di render pienamente fede alla fumosa ma sempre allettante teoria del multiverso che ne è saldamente alla base; apparendoci dunque diversa, mutevole e sfaccettata a ogni ulteriore e più che mai necessaria re-visione, con un valore immaginifico che va ben al di là di ciò che si vede e che sta ben al di sotto di quel che viene cripticamente proferito dai suoi pochi, nonché volutamente bidimensionali, personaggi.
D'altronde, così come lo stesso inquieto – oltre che, alla lunga, decisamente inquietante – protagonista avrà modo di ribadire alla sua granitica terapeuta durante un delirante momento clou: "Ogni volta che ricordiamo qualcosa lo ricordiamo peggio".
Lungi dal voler contraddire colui che di mentali paturnie e distorsioni cognitive si dimostrerà grande esperto, credo in realtà che nel caso di Backrooms si potrebbe tranquillamente affermare l'esatto contrario; in quanto, anche a distanza di una sola vergine occhiata, le vibes che strisciano e s'acquattano fra gli interminabili smunti corridoi e dietro ognuno dei vicoli senza alcun logico senso che danno forma all'incubo trasmediale targato Kane Parsons continueranno certamente a compiere in meglio la propria immonda metamorfosi anche ben oltre i titoli di coda.
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