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La scomparsa di Josef Mengele - Recensione: doppio incubo

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore francese Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele racconta gli anni di fuga e latitanza in Sud America del medico assassino di Auschwitz, sfuggito ai processi di guerra grazie a un'ampia rete di connivenza e morto in Brasile nel 1979 sotto falsa identità

Titolo originale: Das Verschwinden des Josef Mengele
Genere: Biografico, Drammatico, Storico
Regia: Kirill Serebrennikov
Sceneggiatura: Kirill Serebrennikov
Cast: August Diehl, Max Bretschneider, David Ruland
Distribuzione Italia: Europictures
Uscita Italia: 29 gennaio 2026
Durata: 135 minuti
Paese: Francia, Germania, Spagna, UK

La scomparsa di Josef Mengele è il nuovo film del regista russo Kirill Serebrennikov, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025.

 

Serebrennikov è noto per raccontare attraverso i suoi film figure storiche controverse: è del 2024 Limonov, anch’esso basato su un libro, ovvero la biografia romanzata a firma di Emmanuel Carrère dell’omonimo personaggio eccentrico russo. 

La scomparsa di Josef Mengele, come suggerisce il suo titolo, si concentra sulle vicissitudini della vita del medico e ufficiale nazista dal dopoguerra in poi, cercando di rendere evidente ancora una volta quanto consenso diffuso e internazionale, seppur segreto, abbiano avuto personaggi come lui anche dopo la caduta del Terzo Reich e la dichiarazione di illegalità di ogni partito o movimento di ispirazione nazifascista.

 

Attraverso La scomparsa di Josef Mengele l’intento di Serebrennikov, regista dissidente che più volte si è espresso contro il regime di Vladimir Putin nel proprio paese, è chiaro: storie come queste ci aiutano a combattere la tendenza a dimenticare anni bui del nostro recente passato che, inaspettatamente, sembrano tornare oggi sotto vesti diverse ma dello stesso colore.

 

[Trailer italiano de La scomparsa di Josef Mengele]

 

 

Il nostalgico

 

La scomparsa di Josef Mengele non procede secondo un filo cronologico, ma alterna momenti avanti e indietro nel tempo tra il 1979, ultimo anno di vita di Mengele, e il 1943, anno in cui Mengele si trasferì nel campo di Auschwitz-Birkenau per “lavoro”.

 

Questo continuo andirivieni può confondere, in un primo momento, ma serve a mio avviso ad affermare un principio fermo: non esiste un Mengele pre e post regime.

La sua strenua posizione eugenetica e razzista non è mai cambiata al decadere dei propri ideali istituzionalizzati: non c’è mai stato un pentimento, poiché i personaggi della sua risma agivano secondo convinzioni precise, radicate e legalizzate.

 

Interpretato da un ottimo August Diehl, Mengele degli anni ’50, ’60 e ’70 è un vecchio nostalgico, costretto a vivere fuggendo tra Argentina, Paraguay e infine Brasile, accettando di nascondersi tra popoli che ben si allontanavano dal suo ideale ariano.

Come dire che qualsiasi convinzione crolla quando si deve salvare la pellaccia.

 

L’incubo incombente è di essere catturato dal Mossad, i servizi segreti israeliani, come vediamo accadere contemporaneamente ad Adolf Eichmann, stratega dei campi di concentramento nazisti catturato para-legalmente in Argentina, tradotto in Israele e condannato a morte per impiccagione dopo quello che fu forse il primo processo mediatico della Storia, mirabilmente raccontato da Hannah Arendt ne La banalità del male.

 

Proprio sul filone dell’opera di Arendt e di recenti film sull’Olocausto – l’esempio più forte ed efficace è il rivoluzionario La zona d'interesse di Jonathan Glazer – La scomparsa di Josef Mengele vuole raccontare il carnefice per ridurlo all’umano e non a una sovrannaturale incarnazione del Male, secolarizzando ancora una volta il male agito e i suoi fautori e smitizzandone le figure di creature imbattibili.

 

 

[Una scena da La scomparsa di Josef Mengele: appena saputo dell'esecuzione di Adolf Eichmann in Israele, Mengele immagina il simulacro di un uomo impiccato paventando la stessa fine]

 

 

L’Angelo della Morte

 

La scomparsa di Josef Mengele è quasi interamente in bianco e nero; le uniche scene a colori sono proprio quelle degli “anni felici” per Mengele, ovvero quelli della permanenza ad Auschwitz. 

 

Attraverso le riprese mute di una macchina da presa amatoriale, vediamo Mengele al lavoro nel suo ambulatorio medico del campo, sorridente ed entusiasta. Il suo compito era quello di smistare i nuovi arrivati al campo tra l’immediata eliminazione, il lavoro o “l’interesse scientifico”.

Durante i suoi due anni all’interno di Auschwitz-Birkenau, infatti, condusse i più disparati esperimenti sui prigionieri, concentrandosi in particolare sul popolo romaní, spesso uno dei grandi dimenticati tra le numerosissime vittime dei campi di sterminio.

 

Mengele aveva un’ossessione per i gemelli omozigoti, subito sottratti alle loro famiglie all’arrivo al campo: i trattamenti che riservò a centinaia di bambini e adulti sono indicibili e superano di gran lunga ogni perversa immaginazione orrorifica.

Ne La scomparsa di Josef Mengele questa ossessione viene ben mostrata dalla diffusa presenza di specchi in cui Mengele spesso si osserva: lui stesso è stato costretto più volte a creare un proprio doppio, un gemello dal passaporto falso per sfuggire alla giustizia.

 

La necessità e l'incubo del doppio lo perseguiteranno per tutta la vita. 

 

 

[Mengele allo specchio: August Diehl interpreta magistralmente lo sprezzante medico nazista ne La scomparsa di Josef Mengele]  

 

 

Il latitante

 

La scomparsa di Josef Mengele non ci mostra direttamente i crimini dell’Angelo della Morte, come venne soprannominato all’interno del campo, ma ce ne racconta gli effetti attraverso le parole di Mengele emigrato.

 

Ormai anziano, riceve in Brasile la visita del figlio Rolf, che gli chiede conto e ragione delle sue azioni durante la guerra. 

Mengele, all’inizio esitante, esplode poi in un profluvio di eugenetica, razzismo, nazionalsocialismo e igiene del mondo: nulla che già non sapessimo, ma sentire tali parole da un vecchietto ormai piegato dalla vita potrebbe indurre in noi quasi quella compassione che riserveremmo a un vecchio zio “all’antica”, derubricando le sue farneticazioni a deliri senili.

 

Qui sta la forza de La scomparsa di Josef Mengele: quanto siamo disposti a immedesimarci in parole che oggi più che mai sentiamo risuonare ai quattro angoli del mondo? 

Quanto pensiamo che non ci sia in noi una bruta recondita parte che ha ormai normalizzato l’esistenza di certe opinioni o le abbia sovrannaturalizzate per distaccarle dalla loro reale concretezza umana? 

Leggere Lolita di Vladimir Nabokov può essere pericoloso non per l’argomento in sé, quanto per la possibilità di immedesimazione con il protagonista.

 

Il problema non è il romanzo: siamo noi.

 

 

[Un fotogramma dalle riprese amatoriali che raccontano gli "anni felici" di Mengele ad Auschwitz, l'unica sequenza a colori de La scomparsa di Josef Mengele]

 

 

“Auschwitz era una profittevole impresa”, dice Mengele al figlio Rolf, non per assolvere se stesso - egli non crede ci sia un motivo per essere assolto, né ancor prima per essere accusato - ma per affermare ancora una volta una dura verità: posti come Auschwitz facevano comodo a tutta la società tedesca, che conoscesse o no le condizioni di vita all’interno dei campi, che sapesse o no dei crimini contro l’umanità. 

 

“C’erano venti medici ad Auschwitz, perché proprio io?”, si chiede spesso Mengele all'inizio della sua latitanza.

"E perché non tu?", ci verrebbe da replicare.

Di risposte alla sua domanda la Storia ne ha migliaia, tutte documentate.

 

La scomparsa di Josef Mengele non fa altro che ricordarcele. 

____

 

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