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L’uovo dell’angelo, film del 1985 inedito in sala in Italia fino ad oggi, è recentemente tornato in sala nella sua versione restaurata in 4K, presentata a Cannes Classics: si tratta di un’opera radicale e inafferrabile che, a quarant’anni dalla sua uscita, continua a sfidare ogni tentativo di interpretazione definitiva.
Questa analisi offre un percorso possibile di lettura.
Di fronte all’ignoto, l’essere umano tende a scegliere: credere o verificare. Più precisamente, è portato a prendere posizione in quello spazio incerto che oscilla tra l’affidamento radicale e la pretesa di conferma. L’uovo dell’angelo, mette in scena questo gesto primario: la tensione del convivere con ciò che non si può conoscere.
Così, molto prima di interrogare simboli religiosi, riferimenti biblici, e strutture metaforiche, il film propone allo spettatore un uovo, un oggetto fragile e opaco, e due modi opposti nel rapportarsi al mistero che contiene: la cura o la compromissione, la fede o l’evidenza. Non esiste, per Mamoru Oshii, una rivelazione, né un significato che attende di essere decodificato. A esistere, è l’esperienza del limite, il momento esatto in cui la necessità di senso si scontra con un reale privo di risposta.
[Trailer della versione restaurata de L’uovo dell’angelo]
Se alcuni film esistono per essere decifrati, altri sembrano concepiti proprio per sfuggire a qualunque spiegazione definitiva, e L’uovo dell’angelo appartiene con decisione a questa seconda categoria. Oshii non ha mai chiarito quale significato volesse imprimere all’opera, tantomeno se, a monte, desiderasse esprimerne uno, e ha sempre evitato di confermarne un’interpretazione univoca. In questo senso, interrogarsi sulle intenzioni del regista è un esercizio poco produttivo, non solo perché tali intenzioni non sono verificabili, ma soprattutto perchè L'uovo dell'angelo non è costruito per veicolare un messaggio unico e decodificabile.
Come più volte sottolineato dalla critica, più che un enigma da risolvere, L’uovo dell’angelo rappresenta infatti un dispositivo che si attiva nello sguardo di chi osserva, un’opera che si appoggia in modo pressoché assoluto sull’interpretazione spettatoriale, azione che non arriva dopo il film, ma ne costituisce il fondamento: ciò che L'uovo dell'angelo dice è subordinato a colui che lo guarda. Si intende, alla personale eredità culturale, alla posizione sui temi della fede, dell’inconoscibile, sul senso dell’esistenza, quanto sulla sua eventuale assenza.
Non stupisce, di conseguenza, come nel tempo si sia stratificato intorno a L'uovo dell'angelo un numero consistente di letture, talvolta incompatibili tra loro ma tuttavia ugualmente legittime. Dalla lettura religiosa e metafisica, centrata sull’iconografia cristiana - in particolare sulla declinazione alternativa della parabola del diluvio universale - alla lettura esistenziale, che vede in L'uovo dell'angelo l'allegoria di un mondo privo di fondamento, alle letture gnostiche, postmoderne, psicanalitiche o simboliche. Se c’è un punto in cui tutte le prospettive sembrano però convergere è nella presenza, nel senso più ampio possibile del termine, di una crisi di fede. Oshii mette di fatto in scena un mondo in cui il sacro è ancora visibile nei segni, manifesto in modo quasi invasivo, eppure irrisolto nel significato.
[L’uovo dell’angelo: artwork di Yoshitaka Amano]
All'interno di questa sospensione di senso sono presenti unicamente due personaggi, una bambina e un soldato, il cui rapporto si consolida, per lo spettatore, come unico punto d’ancoraggio. Tra loro si interpone un uovo, da cui il titolo, e perno del racconto. Di fronte all’enigma sul suo contenuto, la bambina si propone di covarlo, un atto di cura atto a permettere al potenziale di vita al suo interno di raggiungere la schiusa. Il soldato propone, all'opposto, di romperlo, un atto di rottura volto a verificare ontologicamente la presenza di un significato reale ulteriore al concetto simbolico.
Più che sul significato dei suoi simboli, su tutti quello dell’uovo, L’uovo dell’angelo appare qui costruito intorno a questa tensione: al come sia possibile porsi di fronte a ciò che identifichiamo come principio primo inconoscibile, ovvero a ciò che custodisce il nucleo originario del senso, o della sua mancanza, eppure rimane inverificabile.
[Una scena de L’uovo dell’angelo: la bambina osserva un'ampolla d'acqua apparentemente frantumata]
L’uovo è prima di tutto un oggetto totemico e non un oggetto narrativo tradizionale. La sua funzione non è custodire un colpo di scena da svelare al momento opportuno, e - per quanto nelle interpretazioni sia largamente considerato come dichiaratamente vuoto - il film non lo mostra infrangersi, e non ne conferma l’assenza di contenuto a livello diegetico. Non è dato sapere se, prima di essere trovato in cocci dalla bambina, contenesse davvero una forma di vita, un embrione, un segno di presenza, o se fosse effettivamente vuoto.
Questa omissione, spesso trascurata, non è un dettaglio, ma la scelta estetica centrale che Oshii compie in L'uovo dell'angelo. Se vedessimo il reale momento della rottura, la storia si chiuderebbe su una risposta - positiva o negativa - sul suo orientamento, sia una conferma di fede o una legittimazione nichilistica. In questa prospettiva, il fulcro del film non coincide con il contenuto dell’uovo, ma nell’alternativa tra custodire e rompere. In tale decisione - non nella presunta natura di ciò che l’uovo potrebbe contenere - L'uoco dell'angelo mette in scena la tensione tra fede e scetticismo, attesa e disillusione, desiderio di senso e paura del vuoto. Lo spettatore non è tanto chiamato a capire cosa c’è dentro, ma a riconoscere la posizione che sente più vicina: proteggere il mistero o violarlo per conoscerlo.
[Il soldato restiruisce l'uovo alla bambina, dopo averla interrogata sul contenuto]
Da una parte c’è la bambina. Il suo legame con l’uovo non è mosso dal bisogno di sapere, ma dall’atto di credere. Lo porta con sé come si porta un figlio, la sua intera esistenza è organizzata intorno a questo compito, che è al tempo stesso pratico e sacrale: nutrirsi, raccogliere acqua, sopravvivere per poter continuare a custodire qualcosa di cui ignora la natura, ma non il valore. La presenza costante dell’acqua, che la segue e la avvolge – la pioggia, le fontane, le superfici liquide che attraversa – la ancora simbolicamente alla nascita, anche se solo ipotetica. La bambina incarna una postura di fiducia nei confronti del mistero, non pretende che l’uovo si giustifichi, non chiede prove, non reclama conferme.
Dall’altra parte c’è il soldato. Compare come figura errante, disillusa, quasi inerte, priva di radici e di scopo. Porta sulle spalle una grande croce, ma il suo rapporto con il sacro appare fin dall’inizio ambivalente, se non apertamente incrinato. Il suo sguardo sull'esistenza sembra richiamare l'immagine dei pescatori che vediamo altrove nel film, eternamente impegnati a cacciare ombre di pesci che non riusciranno mai a catturare, figure fossilizzate in un gesto votato al fallimento. In passato, potrebbe essere appartenuto a una schiera simile, aver condiviso anch’egli una missione priva di oggetto reale, per poi riconoscere e rifiutare l'illusione in cui era immerso. Al contrario della ragazza, evita l'acqua, nella sua prospettiva apocalittica, uno strumento di morte e mai di rinascita. Quando entra in relazione con l’uovo non lo fa per condividerne la cura, ma per verificarne la verità: ciò che non può essere provato gli resta insopportabile.
[L’uovo dell’angelo: i due protagonisti del capolavoro d'animazione di Mamoru Oshii]
Non si tratta, tuttavia, di un antagonista, tantomeno di una figura oscura. Nel corso del film se ne percepisce la tenerezza nei confronti della bambina, il desiderio di appartenere, di senso, gesti che lasciano affiorare la doppiezza della sua posizione, da un lato il bisogno di smascherare ogni illusione, dall’altro la nostalgia per un ottimismo che non è in grado di sostenere. I due personaggi rappresentano poli - in apparenza - incompatibili dello stare al mondo: il binomio tra fede incrollabile e nichilismo nomade; due posture che, alla lunga, entrano necessariamente in conflitto.
Il gesto di rottura dell’uovo segna il punto di non ritorno. Le letture più ricorrenti interpretano l’atto dell'uomo come un tentativo di liberare la bambina da un’illusione salvifica ma fittizia, costringendola ad affrontare una realtà presunta più vera. Rompere l’uovo equivarrebbe a dirle la verità: non c’è nulla da salvare, nulla da proteggere, nulla in cui credere. Nella lettura opposta, il gesto appare invece come un atto di pura violenza epistemica, egli non aveva il diritto di decidere per lei, né di distruggere ciò che, per la ragazza, rappresentava una missione di vita.
[Il mondo apocalittico de L’uovo dell’angelo]
Rimane ambiguo stabilire se il soldato abbia distrutto una vita reale, in preda al dubbio, o se abbia confermato il suo nichilismo di fronte a un involucro privo di contenuto. In ogni caso, il risultato è lo stesso, la sua azione non produce consapevolezza bensì nuova distruzione, a prescindere dalla legittimità. La bambina inciampa in un dirupo, forse vi si lascia cadere, e annega. Dalle bolle d’ossigeno del suo respiro nascono nuove uova, disperdendo il mistero anzichè svelarlo. L’immagine sembra suggerire un ciclo di rinascita e rovina, di elevazione e abbandono: e se la giovane appare in cielo come statua di pietra, integrata in un altrove, il soldato resta confinato nel paesaggio desolato che ha contribuito a svuotare.
L’uovo dell’angelo non elegge una delle due posture come giusta o sbagliata, né offre allo spettatore un punto di vista privilegiato da cui osservare il conflitto. Il film non insegna, non rivela, non argomenta, organizza una figurazione di fragilità umana e poi la consegna a chi guarda. Si può uscire dalla visione con una rinnovata vicinanza alla bambina, nella sua ostinazione a custodire l’invisibile, nel proteggere la vita, al suo perseverare in un compito privo di garanzia. O la si può compatire, leggerne la dedizione come ingenuità, prigionia, cieca devozione verso un significato inaccessibile. Così come si può uscire con una più profonda comprensione del soldato, imperfetto e forse più umano, della sua insofferenza verso le illusioni, del bisogno urgente di prova, della forza che lo spinge a rifiutare ciò che non è verificabile. E si può tradurne la sete di verità come una limitazione, un tentativo di dissipare l’enigma ma che finisce per spezzarlo. Entrambe le letture restano possibili, e nessuna delle due offre una soluzione pienamente rassicurante.
Alla fine, ciò che rimane non è il contenuto dell’uovo, ma il vuoto lasciato dalla sua rottura: un varco in cui si depositano le nostre convinzioni, le nostre paure, la nostra idea di senso. Ed è in questo spazio di ambiguità – più che nelle immagini, nei simboli o nelle teorie che può generare – che il film trova la sua forma definitiva: non un testo da comprendere, ma una condizione da attraversare. Un’esperienza, così come la fede e il dubbio, destinata a rimanere aperta.
[articolo a cura di Beatrice Gangi]
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