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I colori del tempo è il nuovo film di Cédric Klapisch presentato Fuori Concorso all’edizione 2025 del Festival del Cinema di Cannes.
L'opera si costruisce su un dispositivo narrativo limpido: due linee temporali parallele, il tempo presente e la Parigi di fine Ottocento, intrecciate da una casa familiare e un’antenata comune, Adèle (Suzanne Lindon), vissuta nella Francia di fin-de-siècle.
L'innesco diegetico - un gruppo di lontani parenti eredita una casa in Normandia, rinvenendone il lascito risalente alla Parigi della Belle Époque - suggerisce sin dalle prime sequenze la struttura del doppio registro temporale, non come un flashback esplicativo, ma come piano di realtà autonomo.
L’intenzione registica è di interrogarsi su cosa rimanga del passato nelle vite di oggi, sia una continuità affettiva, un lascito simbolico, oppure più semplicemente un repertorio di immagini che si consumano nell’atto stesso di essere ricordate.
[Trailer ufficiale de I colori del tempo]
Nel presente Seb (Abraham Wapler), Abdel (Zinedine Soualem), Céline (Julia Piaton) e Guy (Vincent Macaigne), incaricati di visitare la dimora a nome della famiglia espansa, non sono infatti che frammenti di una genealogia dispersa, “cugini” solo nominalmente, uniti più dalla casualità dell’eredità che da un sentimento di appartenenza.
Per Cédric Klapisch l’idea di famiglia non esiste quindi come comunità di memoria, ma come vuoto da colmare, in un insieme di linee individuali che possono coesistere e riconoscersi, così come rimanere estranee.
[I colori del tempo, da sinistra a destra: Céline (Julia Piaton), Abdel (Zinedine Soualem), Seb (Abraham Wapler) e Guy (Vincent Macaigne)]
La linea passata segue invece Adèle, una giovane donna che viaggia verso Parigi per desiderio, da un lato, di scoperta personale, dall'altro, di ricongiungimento familiare.
Durante il viaggio incontra Anatole (Paul Kircher), pittore di formazione classica, e Lucien (Vassili Schneider), fotografo affascinato dal progresso, figure complementari in un contesto culturale in trasformazione.
Anatole e Lucien compongono un binomio cardine, atto a indirizzare la trama ottocentesca del film sul concetto, affascinante, di ri-configurazione forzata dell’arte nel momento in cui la modernità la privò della sua aura: quindi verso lo scarto tra disegno e fotografia, idealismo e modernità, mano e meccanismo.
È il punto più interessante del film, ma purtroppo resta enunciato, ribadito sulla scena e mai realmente articolato.
Allo stesso modo, è rimarcata la pluralità tematica (la famiglia come costruzione postuma, l’arte come forma di trasmissione, la modernità come perdita di sacralità), costante in una disamina di superficie, quasi fosse sufficiente enunciare un concetto per renderlo eloquente.
[Suzanne Lindon nei panni di Adèle, la protagonista della linea temporale passata de I colori del tempo]
Il nodo critico del progetto è però la mancata sintesi tra i due blocchi temporali, in un montaggio che non produce dialettica, ma accostamento.
Il presente osserva il passato, lo decifra, ne registra la tenerezza, non ne è però riconfigurato, tanto che ciò che il film suggerisce essere una continuità interiore resta, in realtà, un collegamento tematico astratto. Ne consegue come il livello contemporaneo non assuma mai una funzione drammatica autonoma: accompagna, indaga e ricostruisce, non consolida un’identità indipendente.
La coralità che ne dovrebbe costituire la cifra si dissolve anch'essa in una serie di presenze generiche, sacrificate, prive di vettore evolutivo forte.
Per quanto maggiormente riuscita, la traiettoria di Adèle rimane anch'essa lineare, povera di conflitto interno: l’apprendimento non si traduce nella ridefinizione del personaggio, quanto in un gradevole viaggio, lato spettatore, attraverso la ricostruzione storica.
[I colori del tempo: la protagonista Adèle osserva il mare]
L’aspetto più curato del film è la composizione visiva.
L’attenzione cromatica, in particolare nei segmenti della Belle Époque, è studiata con cura, l'impressione estetica è continuativamente pittorica.
Una bellezza più decorativa che significativa: la Parigi di Adèle è elegante, piacevole, ciononostante già vista; la linea contemporanea non riesce a imporsi oltre il suo ruolo di derivato, per cui, per immagine come per contenuto, appare una declinazione di appendice.
I colori del tempo rimane a mio avviso una visione piacevole; si concentra con precisione sulla restituzione visiva del passato, eppure non definisce cosa il presente possa farne.
Funziona come evocazione, come diario visivo, passeggiata nei corridoi di ciò che la storia non dice, ma lascia.
Manca però un gesto, una rivelazione, uno strappo o una presa di posizione, che permetta davvero di comprendere che cosa significhi ereditare.
In conclusione un'opera gradevole, persino elegante, dal limite evidente: resta sulla soglia della propria ambizione più grande, dire qualcosa sul presente attraverso il passato.
[articolo a cura di Beatrice Gangi]
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