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I Used to Be Funny - Recensione: una risata per riscattarsi

Qualche parola su I Used to Be Funny, esordio di Ally Pankiw, una regista da tenere d'occhio!

I Used to Be Funny è il film di debutto di Ally Pankiw, già regista di alcune puntate di The Great, Feel Good Black Mirror, selezionato allo Sguardi Altrove Women’s International Film Festival nella categoria Nuovi Sguardi - Concorso internazionale lungometraggi a regia femminile.

 

Sam (Rachel Sennott) è una stand-up comedian di Toronto; per arrotondare trova lavoro come tata per Brooke (Olga Petsa), una giovane ragazza con cui stringerà un forte legame. 

Un abuso sessuale spezzerà la vita di Sam che si ritroverà a lottare con il disturbo post traumatico da stress e la spingerà ad allontanarsi da Brooke per mesi e mesi.

 

L’improvvisa scomparsa della ragazzina, però, risveglierà in lei dolori e speranze. 

 

 

[Una scena di I Used to Be Funny]

 

 

I Used to Be Funny è un percorso intricato nel quale si scontrano più generazioni: il mondo degli adulti, indecifrabile, attraversa quello complesso dei millenial, che a sua volta si ritrova a fare i conti con quello della Generazione Z, al contempo invalicabile. 

 

Sam è una millennial e ciò sembra portarla a essere il punto di contatto tra le altre due generazioni, mettendola in una posizione di tensione, fondamentale per la pellicola. 

Quando si esibisce le sue battute mirano alla decostruzione del patriarcato, degli usi e dei costumi di un passato che, ancora riflesso nel presente, ha portato e porta tutt’ora alla disgregazione e alla privazione di diritti fondamentali per l’umanità. 

Si ha modo di sentire alcune di queste battute, piccate e pungenti, che nel contesto sbagliato vengono estrapolate e rigirate senza pietà e che allontanano Sam dal voler continuare a prendersi in giro e mostrare in modo scherzoso - ma non per questo meno veritiero - sul cosa voglia dire essere donna nella contemporaneità. 

 

I sogni di Sam vengono interrotti bruscamente in modo immeritato; le colpe, seppure non ci siano, si creano nel senso di inadeguatezza, trovano il proprio spazio nello strazio di un abuso e nel terrore di essere in qualche modo sopravvissuti e dover accettare la realtà dell’accaduto.

 

 

[Una scena di I Used to Be Funny]

 

La fuga di Brooke in I Used to Be Funny è il pretesto per trovare il coraggio di rialzarsi, darsi una motivazione valida per riprendere a vivere: la speranza, in fondo, è nelle generazioni future che possono cambiare qualcosa, attraverso l’aiuto di chi è stato messo ai margini prima di loro. 

 

Brooke è testarda e si ribella fregandosene del dolore, ma nonostante tutto trova in Sam un’alleata e una sorella, un’amica necessaria: anche quando pensa di odiarla e si allontana, Sam non si dà per vinta e lotta per il bene di entrambe. 

Ammirevole il modo in cui in I Used to Be Funny vengono affrontati il disturbo post traumatico e alcuni episodi depressivi, non patinati e formati da momenti sia bassi che alti, ove spesso quest’ultimi sono raramente rappresentati.

 

I Used To Be Funny è a mio parere una commedia dark acuta e un esordio imperdibile, soprattutto per la delicatezza con cui fa fronte a certi temi di attualità con coraggio e senza mai scadere nel banale.  

 

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