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Zielona granica (Green Border) - Recensione: crisi e frontiere - Venezia 2023

L'esperta Agnieszka Holland torna per la terza volta in concorso con un film che tratta una grande crisi umanitaria

Zielona granica (Green Border) è il film del grande ritorno di Agnieszka Holland in concorso a Venezia: la veterana polacca mancava nella competizione principale lagunare dal lontano 2002. 

 

Ottenere ancora la una profilazione così prestigiosa è senz'altro un riconoscimento di livello per una regista con alle spalle oltre cinquant'anni di Cinema e numerose vite artistiche. 

 

[Il primo aspetto che colpisce di Zielona granica è il passaggio al bianco e nero dopo una panoramica iniziale sulla foresta]

 

 

Dopo una carriera vissuta da trasformista, Zielona granica segna però anche il ritorno di Agnieszka Holland al Cinema di grande impegno politico e sociale.

 

Il confine verde che dà il nome a Zielona granica è infatti quello costituito dalle foreste paludose tra Bielorussia e Polonia: si tratta di un passaggio naturale per i rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa che cercano di raggiungere l’Unione Europea, il quale è divenuto anche oggetto del braccio di ferro tra le due nazioni. 

 

I protagonisti di quest'opera si trovano, in modi differenti, intrappolati tra le due nazioni dopo che la propaganda di Aljaksandr Lukašėnko li ha convinti a cercare rifugio in Europa, provocando una crisi geopolitica. A questa questione, di per sé complessa, va sommato un ulteriore elemento di crisi: la COVID-19, che si affaccia nella pellicola attraverso le mascherine e i racconti dei protagonisti.

Zielona granica è infatti ambientato a cavallo tra il 2021 e il 2022.

 

L'esperta regista polacca seziona volutamente il film in parti narrativamente interconnesse, dedicate a ciascuno dei tipi umani coinvolti dalla crisi: i rifugiati siriani e una donna afghana, le guardie di confine, gli attivisti e i civili impersonati dalla psicologa Julia. Si mescolano così sofferenza, pugno di ferro e disobbedienza civile, in un caleidoscopio di prospettive che immerge lo spettatore nella durezza del contesto rappresentato.

 

 

[Zielona granica inghiotte in modi diversi tanto le vittime quanto i carnefici]

 

Agnieszka Holland non si fa problemi a utilizzare ogni espediente cinematografico per rappresentare e talvolta enfatizzare gli aspetti più controversi della faccenda: le violenze della polizia transfrontaliera, le morti infantili, il continuo rimpallo di responsabilità ed esseri umani tra le due nazioni, che continuano a rigettare i rifugiati oltre il confine addossandosi reciprocamente le responsabilità. 

 

Il filo spinato è rappresentato, dunque, come una rete che separa due avversari in una sfida di pallavolo: c'è un'inquadratura di Zielona granica esemplificativa in tal senso che raffigura un corpo gettato dall'alto da un soldato, riportando oltre il confine rivale una di quelle che vengono definite a più riprese "le armi di Lukašėnko". Una scena connotata dallo stesso vigore agonistico con cui in una partita vedremmo uno sportivo cercare di realizzare un punto contro una nazione rivale.

 

Malgrado i suoi 146 minuti il ritmo di Zielona granica risulta serrato e costellato di eventi in grado di ferire lo spettatore.

Si tratta, a ogni modo, di un film che si inserisce in un filone cinematografico ben chiaro, che in anni recenti ha annoverato opere da tutto il mondo come MorgenEuropa e Una luna chiamata Europa (per citarne solo alcuni) e pertanto non vi si discosta troppo a livello di struttura narrativa. 

Lo spettatore è conscio del percorso cinematografico che sta per compiere, ma l'opera è in grado di colpirlo con la sua mole e grazie al mestiere dalla sua autrice, che porta a casa un risultato perfettamente calibrato nei suoi ingredienti, incluse alcune citazioni a classici come L'infanzia di Ivan.

 

Maja Ostaszewska e Agata Kulesza sono i due nomi più conosciuti al pubblico di un cast che appare in ottima forma. 

Le due attrici peraltro sono due nomi noti del circuito festivaliero: Kulesza è già stata apprezzata in Ida, Cold War, Agnus Dei, The Hater e Non cadrà più la neve del duo Michal Englert-Malgorzata Szumowska, che tornerà sul finire del concorso di Venezia 80 con un altro film dal forte tema socio-politico.

Ostaszewska è invece attrice feticcio di Szumowska e compagna dello stesso Englert. 

 

La Polonia può essere orgogliosa della propria rappresentanza in questa Mostra. 

 

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