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Alejandro González Iñárritu - Monografia: regista di confini e identità

Cos'è il Cinema di Alejandro González Iñárritu? Non solo ambizione e narrazioni destrutturate, ma anche riflessione sui confini, sull'identità culturale, sulla globalizzazione nella società contemporanea, sul senso dell'arte e dell'artista, sulla fama e sul successo: ripercorriamo insieme la brillante carriera cinematografica del regista messicano 

È consuetudine ritenere Alejandro González Iñárritu, insieme ai suoi connazionali Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro, uno dei fondatori del cosiddetto Nuevo Cine Mexicano, un periodo di rinascita per il Cinema messicano raggiunto a seguito di una grande depressione produttiva. 

 

Nel tempo la critica, specialmente quella messicana, si è interrogata circa l’aiuto che le produzioni internazionali e statunitensi di questi tre registi potessero effettivamente assicurare all’industria nazionale. 

La domanda era legittima: questi film segnano una rinascita del Cinema messicano oppure non sono nient’altro che l’emblema di un definitivo declino artistico del brillante e controverso stato dell’America settentrionale?

 

Quello che è certo è che grazie ai three amigos il Cinema messicano ha trovato una propria voce nel panorama cinematografico più influente, contribuendo in vent’anni alla moltiplicazione dei film prodotti nel Paese.

 

L'edizione 2007 dei Premi Oscar alla quale i tre registi parteciparono fu certamente una straordinaria rampa di lancio: quell’anno infatti Il labirinto del fauno vinse per la Migliore Fotografia, Migliore Scenografia e Miglior Trucco e Acconciature, I figli degli uomini ottenne tre diverse candidature e infine Babel, candidato anch’esso in numerose categorie, vinse la statuetta per la Migliore Colonna Sonora.

 

Iñárritu, Cuarón e del Toro uscirono da quella premiazione forse inconsapevoli di avere solamente assaporato un successo che, nel giro di qualche anno, sarebbe definitivamente esploso.

 

L’uscita di Bardo - La cronaca falsa di alcune verità, presentato a alla Mostra di Venezia, uscito in poche sale per poi atterrare su Netflix, solleva inevitabilmente la necessità di esaminare la carriera di Alejandro González Iñárritu nella sua interezza. 

Non solo perché esso è in grado di riassumere l’essenza del suo Cinema, ma più che altro perché, a partire dalla sua natura autobiografica, il film riesce a divenire specchio di una condizione.

 

Quella di un regista messicano che, abbandonata la propria città, ha trovato il successo e la fama in un Paese che nei confronti del suo popolo di origine ha da sempre manifestato prepotenti volontà imperialiste e di supremazia. 

 

 

[Alejandro González Iñárritu, Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro riuniti in una serata speciale organizzata da Netflix per celebrare il loro Cinema e la loro amicizia e collaborazione]

 

 

Rispetto ai colleghi che nel tempo sono stati costretti a ripiegare su lavori di confezione, pur dedicandosi a progetti coraggiosi e sentiti, Alejandro González Iñárritu ha sempre mantenuto una certa coerenza stilistica e ideologica, spaziando tra esperienze diverse e rendendo così difficile a pubblico e critica un giudizio facile e semplicistico del suo modo di fare Cinema.

 

Dopo gli esordi di Cuarón e del Toro ai quali si deve sicuramente una prima rinascita, quello di Iñárritu coincide con l’avvio definitivo di una new wave messicana in un momento in cui la produzione nazionale si trovava in una condizione di profondo stagnamento dopo il suo straordinario successo. 

 

Il Cinema messicano aveva infatti goduto di una straordinaria età dell’oro durante la Seconda Guerra Mondiale, specialmente grazie al rafforzamento economico nazionale a seguito dell’entrata in guerra del Paese a sostegno degli Stati Uniti e degli alleati. 

A questa altezza cronologica la produzione si intensificò clamorosamente: vennero fondati nel 1945 i celebri Estudios Churubusco a opera di RKO e Emilio Azcárraga Vidaurreta di Televisa (società che tornerà nel percorso pre-cinematografico di Alejandro González Iñárritu) e l’anno successivo l’arrivo in Messico di Luis Buñuel in fuga dalla Spagna franchista - e con lui la sua proficua produzione - garantirono una spinta sostanziale al Cinema nazionale. 

 

Questo periodo di grande fortuna fu accompagnato da un percorso di costruzione identitaria volto alla rappresentazione del Messico oltre l’immaginario hollywoodiano, che invece vedeva e pensava il territorio come luogo di malavitosi, fu seguito però da una grande depressione aggravata dalle catastrofi e dai disastri ecologici degli anni ‘80 che misero in grande difficoltà il Paese e i cineasti del tempo.

 

Amores perros uscì nelle sale proprio all’inizio del nuovo millennio e fu in un certo senso una cura alla crisi produttiva e all’inevitabile emarginazione che il Cinema messicano stava subendo da ormai decenni.

 

 

[Alejandro González Iñárritu insieme a Gael García Bernal, Goya Toledo e Emilio Echevarría per la presentazione di Amores perros a Cannes 2000]

 

 

Alejandro González Iñárritu maturò il coraggio di realizzare il suo primo lungometraggio dopo una brillante carriera da DJ e pubblicitario. 

 

Nato e cresciuto a Navarte, un quartiere borghese vicino al centro di Città del Messico, il regista passò la sua infanzia e adolescenza tra il tracollo finanziario della sua famiglia e le espulsioni da scuola, con il desiderio di esplorare nuove occasioni e opportunità.

 

Negli anni ‘80 si imbarcò per due volte su un cargo mercantile svolgendo lavori umili, risalendo il Mississippi e raggiungendo l’Europa e l’Africa; una volta tornato in Messico decise di studiare prima Giurisprudenza poi Scienze della Comunicazione alla Universidad Iberoamericana.  

Non riscontrando particolare successo nello studio, già a partire dal 1984 Alejandro González Iñárritu iniziò a lavorare come conduttore radiofonico per la stazione messicana WFM del gruppo Televisa, insieme al suo compagno di università Martin Hernández, il futuro sound designer di Amores perros e dei film successivi del regista oltre che di molti altri, tra cui Il labirinto del fauno e Into the Wild

 

Il regista divenne direttore artistico della stazione radio dopo soli due anni: quell'esperienza diventò il motore ideale per lo sviluppo della sua creatività, soprattutto per quanto riguarda l’arte della narrazione.

Da qui in poi Iñárritu poté coltivare parallelamente i suoi due principali interessi, il Cinema e la musica, creando i presupposti per la realizzazione di un vero e proprio film.

 

Dopo aver realizzato alcuni spot per Canal 5 e aver composto colonne sonore per diversi lungometraggi messicani, il regista decise di costruire un vero e proprio contenitore dove poter produrre cortometraggi e spot televisivi: la Zeta Film. Fondata insieme a Raul Olvera nel 1991, la Zeta Film fu per Alejandro González Iñárritu l'occasione di mettere a frutto le sue intuizioni creative nel settore dell’audiovisivo, sperimentando il lavoro di gruppo con alcuni colleghi aspiranti artisti. 

 

Durante questo periodo infatti lavorò assiduamente con il direttore della fotografia Rodrigo Prieto e la scenografa Brigitte Broch (reduce dalle sue fortunate collaborazioni con del Toro e Cuarón), due figure professionali che lo accompagneranno per tutta la prima parte della sua carriera cinematografica.

 

Ma a Iñárritu stare dietro la cinepresa non bastava: conscio delle sue difficoltà nel lavoro con gli attori, il regista iniziò a studiare teatro prima con Ludwik Margules e poi a Los Angeles con Judith Weston, insegnante - tra gli altri - di Ava Duvernay, Steve McQueen, Taika Waititi e David Chase.

Nel 1995 si presentò la prima occasione importante ovvero la scrittura e la regia di un pilota di una serie intitolata Detrás del dinero con protagonista Miguel Bosé. Dopo questa prima esperienza, già emblematica per quanto riguarda la sua cifra stilistica, Alejandro González Iñárritu decise di realizzare il suo primo cortometraggio: El timbre.

Fu tuttavia la conoscenza nel 1997 del romanziere e sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga a spingerlo alla realizzazione del suo primo lungometraggio.

 

Grazie alla penna di questo autorevole professore universitario sarebbe forse stato possibile raccontare al meglio la sua città natìa: Città del Messico.

 

 

[Un estratto di Detrás del dinero]

 

 

Alejandro González Iñárritu debuttò come regista di lungometraggi a 36 anni e il successo del suo primo film fu talmente straordinario da segnare uno spartiacque cruciale nel Cinema messicano e in quello latino-americano.

 

Amores perros vinse il Gran Premio della Settimana della Critica a Cannes 2000, venne candidato agli Oscar come Miglior Film in Lingua Straniera e ottenne un BAFTA per la medesima categoria.

Anche l’accoglienza in sala fu clamorosamente positiva: il film raccolse oltre 5 milioni di dollari negli Stati Uniti e quasi 21 milioni in tutto il mondo.

 

Ispirato dagli insegnamenti del suo maestro Margules, il regista girò il film con autentico perfezionismo, elaborando gli storyboard per la sua intera durata e consultandosi con gli amici Cuarón e del Toro.

Insieme a Prieto, Hernández e Broch, dopo anni di gavetta condivisa per la Zeta Film, costruì un gruppo di lavoro estremamente affiatato che dovette affrontare non poche difficoltà, soprattutto a causa della realtà complessa di Città del Messico in cui si svolgevano le riprese. 

Il film inoltre segnò il debutto di Gael García Bernal, studente alla Central School of Speech and Drama di Londra, fino a quel momento mai apparso sul grande schermo ma con una grande esperienza sui set delle telenovelas insieme all’amico Diego Luna

 

Fu elogiata infine anche la colonna sonora: quella assemblata da Lynn Fainchtein ma soprattutto quella di Gustavo Santaolalla, musicista argentino dalla vena profondamente malinconica, che collaborerà con il regista in molti altri progetti contribuendo alla peculiarità delle sue opere.

 

 

[In Amores perros non esistono personaggi positivi e negativi: ogni personaggio è in cerca di riscatto e mosso da istinti animali]

 

 

Amores perros fu dunque il frutto della prima collaborazione artistica e professionale tra Alejandro González Iñárritu e Guillermo Arriaga.

 

Un rapporto sin dal principio faticoso che tuttavia riuscì a partorire una vera e propria Trilogia della Morte, completata successivamente con 21 grammi e Babel

 

A risultare vincente in quei primi anni 2000 fu il perfetto incastro tra le scelte narrative di Arriaga e quelle tecniche e stilistiche di Alejandro González Iñárritu: l’uso della macchina a mano, l’ossessione per il sound design e la presenza di numerosi piani sequenza riuscivano infatti a dipingere sullo schermo sceneggiature che, attraverso l’utilizzo di livelli temporali diversi, connettevano storie di protagonisti beffati dal destino e alle prese con terribili conflitti interiori.  

Ciò che accomuna i film della Trilogia della Morte da un punto di vista narrativo è proprio la scelta di una struttura a mosaico tripartita, la presenza cioè di tre o quattro storie collegate tra loro attraverso un evento cardine.

 

In Amores perros l’utilizzo della struttura è nella sua fase embrionale e perciò, non solo l’evento cardine viene presentato in medias res a inizio film, ma gli ingranaggi del meccanismo narrativo vengono volontariamente celati in modo che in scena possa andare il caos controllato e necessario di Città del Messico. 

Lo stesso caos che, a seguito di continue aggressioni alla sua famiglia e alla sua troupe, portò il regista ad abbandonare il Paese per stabilirsi in California con tutta la sua équipe.

 

Qui venne prima coinvolto in un progetto di cortometraggi intitolato The Hire e finanziato da BMW (con episodi anche di Ang Lee e Wong Kar-wai) e poi nel film collettivo 11 settembre 2001 di Alain Brigand e Jacques Perrin, nato allo scopo di far raccontare a una serie di autori i tragici attacchi al World Trade Center.

 

L’abbandono della città natale dopo Amores perros portò a un’inevitabile radicalizzazione di stili e temi nel Cinema di Alejandro González Iñárritu: 21 grammi e Babel sono infatti due film influenzati profondamente dal clima statunitense post-11 settembre e riflettono entrambi sul concetto di confine.

 

21 grammi rischia di risultare un film di pura forma, a causa dell’utilizzo dei medesimi meccanismi narrativi senza una reale giustificazione di senso, ma è qui che il regista lavorò in modo più consistente nella direzione degli attori, trovando il giusto (e vincente) equilibrio tra la sottrazione di Sean Penn, l’esasperazione di Naomi Watts e la potente introspezione di Benicio del Toro.

 

 

[Grazie a 21 grammi Sean Penn vinse la Coppa Volpi a Venezia e Naomi Watts e Benicio del Toro furono entrambi candidati ai Premi Oscar]

 

 

Probabilmente però è attraverso Babel che Alejandro González Iñárritu riuscì a esplorare gli stessi temi con maggiore maturità, portando il racconto in una dimensione maggiormente universale dove troviamo ancora l’incomunicabilità dei personaggi e la riflessione sulla globalizzazione nella società contemporanea. 

 

Con questo film il regista confermò per un’ultima e decisiva volta di non essere un cineasta esclusivamente capace di virtuosismi narrativi, interessato alla sola apparenza del risultato, quanto piuttosto di saper combinare il realismo esasperato del suo personale Cinema con la spettacolarità tipica del Cinema più popolare. 

 

Il meccanismo a mosaico sfruttato per i film precedenti procede in direzione diversa, perché le storie non sono da incastrare ma proseguono parallelamente disegnando le proprie traiettorie all’interno di una geografia estesa tra San Diego, Tijuana, Tokyo e il Marocco. 

Nonostante il suo straordinario successo, coronato da numerosi riconoscimenti internazionali compreso il Premio per la Migliore Regia Cannes (il primo per un regista messicano), Babel fu anche il film della discordia. 

 

Il film concluse la Trilogia della Morte e dunque anche l’utilizzo dell’ormai usurato stratagemma narrativo di cui Alejandro González Iñárritu era sinceramente esausto, ma comportò anche la definitiva rottura artistica, professionale e umana con Guillermo Arriaga.

Arriaga aveva vinto il premio per la Migliore Sceneggiatura a Cannes per Le tre sepolture di Tommy Lee Jones, e iniziò a rilasciare dichiarazioni provocatorie rispetto alla sua praticamente esclusiva paternità di Amores perros, 21 grammi e Babel.

 

Finì così una stagione unica per il regista messicano che, a questo punto, dovette capire verso quali lidi indirizzare il proprio Cinema.

 

 

[Boubker Ait El Caid, Brad Pitt, Adriana Barraza e Rinko Kikuchi in Babel]

 

 

Dopo la Trilogia della Morte nacquero quattro film apparentemente molto distanti tra loro e tuttavia accomunati dalla volontà di rappresentare il percorso di un solo personaggio: un padre in conflitto con se stesso e con l’ambiente circostante.

 

A fare da trait d’union per la prima fase - quella segnata dalla collaborazione con Arriaga - e la seconda fase del Cinema del regista fu il cortometraggio Anna, realizzato per il progetto Chacun son cinéma - A ciascuno il suo cinema di Gilles Jacob, un film a episodi del 2007 concepito per festeggiare i 60 anni del Festival di Cannes e dedicato alla memoria di Federico Fellini.

 

Dopo essersi ritrovati tutti e tre candidati agli Oscar, in quell'anno Alejandro González Iñárritu, Guillermo del Toro e Alfonso Cuarón decisero di fondare una casa di produzione allo scopo di produrre i propri lavori, ma anche di promuovere altri registi e attori messicani. 

Con la Cha Cha Cha Films Iñárritu produsse Biutiful, il primo film della sua seconda fase nato dal dialogo con i due scrittori e cugini argentini Armando Bó e Nicolás Giacobone.

 

Con il suo team storico Alejandro González Iñárritu abbandonò le narrazioni destrutturate di Arriaga per mostrare la dimensione drammatica del suo personale sguardo registico.

Inserì allora la storia di un uomo malato e circondato dalla morte nei sobborghi di una Barcellona cupa, lontana dall’immagine della città colorata e vivace, piuttosto metropoli infetta al tramonto della sua magnificenza.

Il regista definì con Biutiful l’essenza del proprio Cinema, un Cinema radicale che cerca ossessivamente il coinvolgimento emotivo, facendo muovere la macchina da presa, incapace di prendere le distanze dalla storia stessa, a fianco a fianco con il protagonista insieme alle sue paure, le sue ansie e i suoi laceranti sensi di colpa.

 

Risultò allora in questo senso cruciale il lavoro di direzione con Javier Bardem, protagonista eccezionale per un ruolo che rischiava facilmente di prestarsi a cliché recitativi.

 

Il film entrò nella cinquina dei Migliori Film in Lingua Straniera agli Oscar e Javier Bardem vinse il premio per la Migliore Interpretazione Maschile al Festival di Cannes 2010, ex aequo con Elio Germano, impegnato come Bardem nell’interpretazione di un padre solo e stravolto dal dolore nel meraviglioso La nostra vita di Daniele Luchetti.

 

 

[Javier Bardem e Elio Germano a Cannes 2010]

 

 

Stanco della sofferenza rappresentata nei suoi film fino a quel momento e culminata con l’esperienza della sua ultima opera, Alejandro González Iñárritu avvertì il bisogno di evadere dall’idea artistica di se stesso come Maestro del dramma.

 

Intorno al 2010 si dedicò allora al progetto Revenant, adattamento cinematografico del romanzo Revenant - La storia vera di Hugh Glass di Michael Punke, che avrebbe avuto come protagonista Leonardo DiCaprio, ma in breve tempo fu costretto a fermarsi a causa degli impegni dell’attore con Martin Scorsese per The Wolf of Wall Street

 

Complice l’indifferenza che investì Biutiful nei mesi successivi alla sua uscita, Alejandro González Iñárritu si trovò in una situazione di completo stallo e per uscirne decise di affidarsi alla meditazione e di partire in ritiro per 21 giorni nel sud della Francia. Qui avvenne l’intuizione: un film che potesse raccontare l’immobilità artistica di un uomo di spettacolo che lotta disperatamente per tenere in vita la propria carriera, ossessionato dalla fama e oppresso dalle aspettative degli altri e di se stesso. 

Per questo motivo, sin da subito e nonostante le perplessità del team e della produzione, il suo prossimo film sarebbe stato girato in unico piano sequenza e con una colonna sonora di sola batteria per rappresentare quella che è la vita priva di montaggio, così come la viviamo, a contatto con una steadycam che segue ogni nostro movimento.

 

Dopo una prima sperimentazione nel corto di 12 minuti Naran Ja realizzato per Benjamin Millepied (coreografo francese e marito di Natalie Portman) e per il LA Dance Project, Alejandro González Iñárritu poté finalmente dedicarsi alla lunga preparazione di Birdman - o (l'imprevedibile virtù dell'ignoranza).

 

Un film che avrebbe richiesto una progettazione certosina a partire dalla scenografia, curata da Kevin Thompson e costruita in modo da adattarsi in ogni momento alle necessità degli operatori e degli interpreti, e un periodo di prove intensivo per gli attori, chiamati a memorizzare l’intero copione proprio come una compagnia teatrale, per poter lavorare sempre in perfetta simbiosi.

 

 

[Una foto dal backstage di Birdman]

 

 

Alejandro González Iñárritu coinvolse Emmanuel Lubezki alla fotografia e affidò la colonna sonora ad Antonio Sanchez, il batterista di Pat Metheny; lasciò ancora una volta il lavoro di scrittura ai cugini Bó e Giacobone, affiancati dal commediografo Alexander Dinelaris, ma decise di dedicare le sue energie alla costruzione del personaggio principale perché esso sarebbe stato in qualche modo il ritratto della sua situazione.

 

Non a caso trovò immediatamente perfetto per il ruolo Michael Keaton, attore ormai sul viale del tramonto, reduce dal successo ottenuto grazie al suo Batman burtoniano e lontano dagli schermi importanti da ben quindici anni. 

Tanto per Iñárritu quanto per Keaton, che inizialmente temeva di essere preso in giro dal regista a causa delle evidenti affinità con il personaggio di Riggan, Birdman fu una vera e propria rinascita artistica e professionale.

 

Come dirà il regista stesso: “una liberazione, l’atto di ridere della tragedia”.

 

In questo modo il Cinema del regista, chiuso com’era nella cupezza delle sue tragedie familiari, si diresse verso lande inesplorate, nelle raffinatezze tecniche e nella sceneggiatura cangiante di Birdman, nella riflessione su Hollywood e Broadway, sui giornalisti e sui critici, sull’arte e sul mercato, sullo spettacolo popolare ma soprattutto sulla vanità dell’uomo e dell’attore.

 

Con Birdman insomma, che ottenne quattro Premi Oscar, tra cui Miglior Film e Migliore Regia, Alejandro González Iñárritu abbandonò definitivamente la dimensione fatalista in cui fino a quel momento aveva lasciato sviluppare il suo Cinema.

 

 

[Alejandro González Iñárritu spiega la realizzazione di una scena di Birdman]

 

 

Nella mente del regista Birdman sostituì temporaneamente un progetto ben più ambizioso, che fu possibile realizzare esclusivamente in specifiche condizioni.

 

Alejandro González Iñárritu sposò il progetto Revenant - Redivivo convinto di volersi allontanare quanto più possibile dal romanzo originale di Punke incentrato su un esploratore vissuto nel primo Ottocento negli Stati Uniti; quindi iniziò a lavorare a un copione particolarmente grandioso insieme a Mark L. Smith.

 

La collaborazione con L. Smith arrivò tramite Steve Golin dell’Anonymous Content con cui Iñárritu aveva lavorato per Babel. Dopo l’idea di un primo adattamento scritto da David Rabe e diretto da Park Chan-wook, Mark L. Smith scrisse una seconda sceneggiatura per Golin, il quale coinvolse in un primo momento John Hillcoat e Christian Bale chiamato a interpretare il protagonista. 

L’ingresso del regista messicano orientò il progetto verso un orizzonte ben preciso: l’obiettivo principale era riuscire a trasformare quel romanzo ottocentesco di sopravvivenza, ritratto dell’America dei pionieri e degli indigeni, in pura rappresentazione degli impulsi ancestrali, visione di una natura ostile e amica al tempo stesso, capace di sprigionare bellezza e orrore.

Un binomio che è poi il significato della vita stessa.

Questo anche a costo di rinunciare alla stratificazione narrativa e alla sovrabbondanza di dialoghi, lavorando perciò per sottrazione su un canovaccio ridotto e minimale. 

 

Insieme all’ormai amico Emmanuel Lubezki, il regista decise allora di girare l’intero film in sequenza e in esterni, sfruttando esclusivamente la luce naturale allo scopo di portare sullo schermo il cuore pulsante del contesto ambientale.

Intorno a Revenant, ancora prima della sua uscita, si creò di conseguenza una narrativa allarmista che lo confinò a film impossibile, esperienza infernale per attori e operatori.

 

Le giornate di produzione cominciavano all’alba e finivano nel pomeriggio, ma le riprese venivano effettuate in un tempo ridotto, talvolta solo per novanta minuti, prima che calasse il buio.

L’esigenza di girare con la sola luce naturale portò il film a una gestazione infinita, continuamente interrotta dal meteo e dai cambiamenti climatici stagionali, e quindi all’innalzamento del budget fino a 135 milioni di dollari e al licenziamento inevitabile di alcune figure della troupe.

 

Il film uscì nelle sale il giorno di Natale 2015 e fu il più grande successo di Alejandro González Iñárritu al box office.

 

Lui stesso lo definirà “un incidente felice nato da una pessima decisione” e “il risultato di una decisione irresponsabile. 

Ma qualche volta ce n’è bisogno [...] c’è bisogno di ignorare la realtà delle cose, altrimenti non faremmo mai niente”.

 

 

[Alejandro González Iñárritu e Leonardo DiCaprio sul set di Revenant]

 

 

Sebbene il Cinema del regista avesse a questo punto seguito una direzione più sensazionale, Revenant - Redivivo a un occhio più attento appare come film-eredità della sue esperienze precedenti.

 

Un'opera in grado di rielaborare i temi della sua carriera - la riflessione sui confini, l’uomo in lotta con se stesso, con gli altri e con l’ambiente - e riunirli all’interno di un unico e più spettacolare involucro in grado di sprigionare immagini vibranti e di grande impatto visivo. 

Ecco allora che un’opera così apparentemente distante dallo stile di Alejandro González Iñárritu non fece altro che definire ancora una volta il narcisismo, il compiacimento di un Cinema onirico come quello del regista che vive grazie al suo attaccamento con lo spettatore, alla volontà di trascinarlo in una realtà parallela e senza tempo.

 

Il film vinse tre Golden Globe, cinque BAFTA, ricevette dodici nomination agli Academy Awards che si trasformarono in tre Premi Oscar per Alejandro González Iñárritu, per Lubezki e per l’interpretazione di Leonardo DiCaprio, eccezionale in un ruolo fisico ed essenziale così lontano dai suoi personaggi carismatici e tormentati.

 

 

[Un estratto della sessione di registrazione della colonna sonora di Revenant - Redivivo di Ryuichi Sakamoto e Alva Noto]

 

 

Revenant fu per Iñárritu un’esperienza estenuante, tanto da costringerlo a prendersi un lungo periodo di pausa che fu interrotto solamente dal progetto Carne y Arena, realizzato sempre insieme al fedele Lubezki.

 

Un’installazione in virtual reality, nata grazie al supporto di ILMxLAB e al sostegno di Legendary Pictures e Fondazione Prada, per raccontare l’immigrazione al confine tra Messico e Stati Uniti. 

Carne y Arena debuttò in una versione non definitiva al Festival di Cannes 2017 e ai Governors Awards l’Academy assegnò a Alejandro González Iñárritu un Oscar speciale “in riconoscimento di un’esperienza narrativa visionaria e potente”.

 

Accantonata l’idea di realizzare una serie televisiva per Starz a causa della ritirata del network dal progetto nel 2017, forse ispirato dalla direzione appena presa da Alfonso Cuarón con Roma, Alejandro González Iñárritu avvertì la necessità di riabbracciare le proprie radici dopo vent’anni di vita passati a Los Angeles. 

 

Dopo essere stato chiamato a presiedere la giuria del Festival di Cannes, lì dove Amores perros debuttò vent'anni prima, in piena pandemia venne annunciato il progetto del suo nuovo film: Bardo - La cronaca falsa di alcune verità.

Titolo emblematico e dal duplice significato: da un lato lo stato di transizione tra la morte e la rinascita per il buddismo tibetano, dall’altro il vate che esalta le tradizioni del suo popolo attraverso storie cantate.

 

Il film sarebbe stato girato a Città del Messico, sfruttando anche gli studi storici di Churubusco, e sarebbe stato acquistato e distribuito da Netflix. 

Se da un lato la piattaforma streaming riuscì a garantire al film una distribuzione ampia in Messico, dall’altra non volle o non fu di fatto in grado di riservare il medesimo trattamento per il resto del mondo, tanto che in Italia Bardo uscì solo in qualche sala per poi essere abbandonato a se stesso, perso nell’offerta smisurata del catalogo streaming.

 

Un vero peccato, considerando l’importanza di un film di questo tipo non solo nel contesto della carriera cinematografica del regista, ma anche per quello che esso è più universalmente in grado di raccontare. 

Bardo infatti ha in qualche modo chiuso un cerchio importante, tanto da apparire a un primo sguardo quasi come opera d’addio, ultimo saluto di un autore arrivato a compimento di un percorso di crescita personale e professionale. 

 

In realtà a mio avviso c’è di più.

 

 

[Alejandro González Iñárritu e Daniel Giménez Cacho sul set di Bardo - La cronaca falsa di alcune verità]

 

 

Bardo racconta l’odissea di un giornalista messicano che sta per ricevere un premio importante negli Stati Uniti, dove ha raggiunto un successo riconosciuto a livello mondiale.

 

Per il ruolo di protagonista venne scelto Daniel Giménez Cacho, celebre interprete che aveva lavorato con Arturo Ripstein e con del Toro e Cuarón nei loro esordi cinematografici, qui praticamente sosia del regista con gli stessi capelli, la barba incolta e l’aspetto trasandato.  

Il film si definisce dunque come un viaggio profondamente autobiografico, onirico e fantasmagorico, dove realtà e sogno si sovrappongono continuamente, tra i sensi di colpa verso le proprie origini e i tormenti esistenziali e politici, che confluiscono nella volontà disperata di ottenere una qualche forma di assoluzione dei propri peccati. 


Tolto il ricordo infantile, tolta la dimensione seppur fondamentale del ricordo e della memoria, Bardo è però prima di tutto una riflessione sull’identità culturale.

 

Come il regista stesso ha affermato è un film sulla “politica identitaria, sull’idea che un messicano non possa fare queste cose, che sia troppo pretenzioso, troppo autoindulgente”.

 

Se la scenografia di Eugenio Caballero, scenografo anche di Roma, riesce a trasformare il ricordo intangibile dell’autore in paesaggio materico, il film prende le distanze dal Cinema nostalgico d’infanzia grazie alla fotografia di Darius Khondji, qui alla prima collaborazione con il regista ma dal talento già ampiamente riconosciuto, autore della fotografia di film come Seven, Amour, Okja e Diamanti grezzi.

 

Khondji gira il film in formato digitale 65mm, recupera e rielabora il Cinema di Alejandro González Iñárritu attingendo alla solennità dei piani sequenza di Birdman e Revenant e al ritmo nervoso dei film del regista girati in pellicola.

Ancora una volta il regista messicano ragiona per opposizioni tematiche, sovrappone i contrasti, l’onirico e il reale, il Messico e gli Stati Uniti, il deserto e la metropoli, regalando a una storia semplice e familiare l’aspetto di una gigantesca epopea tragica.

 

Bardo è girato a Città del Messico come Amores perros, nel film ritroviamo amplificato l’esistenzialismo di 21 grammi, la stratificazione di Babel, l’ansia di Biutiful, la vanità di Birdman e la grandiosità di Revenant.

 

Ma in misura più sostanziale ritroviamo l’eredità della cultura latino-americana, la capacità di reinventare il reale, di realizzare opere che, a distanza di anni, sono in grado di attraversare il tempo e lo spazio.

 

 



 

“Questo film non è autoreferenziale. Non è narcisistico. Non sono io. 

Ma voglio che qualcuno mi spieghi perché non ho il diritto di parlare di qualcosa che è molto importante per me e per la mia famiglia. 

 

Forse se fossi stato danese o svedese sarei stato un filosofo, ma poiché l’ho fatto visivamente in modo potente, sono pretenzioso perché sono messicano. [...]

Non so se i critici hanno letto Jorge Luis Borges o Julio Cortázar o Juan Rulfo, ma dovrebbero leggerli per comprendere il realismo magico e la tradizione che combina tempo e spazio nella letteratura dell’America Latina. 

 

Questa, per me, è la base del film.

Perché non ho il diritto di lavorare in quella tradizione nel modo in cui mi piace farlo? [...] Mi dispiace che alcune persone non l’abbiano capito in questo senso o vogliano ancora una volta lanciare un’accusa personale. [...] 

Dal punto di vista cinematografico penso che sia il mio più grande successo, molto più di Revenant o di qualsiasi altro cosa. So che resisterà alla prova del tempo. 

Ma vedremo. Il film deve parlare da solo”.

 

[Estratto dell'intervista rilasciata dal regista al Los Angeles Times]

 

Non è ancora possibile sapere se Bardo resisterà effettivamente alla prova del tempo.

Resta tuttavia un’opera in grado di dimostrare la piena maturità di un regista che ha saputo far parlare da solo tanto il suo ultimo film quanto la sua intera filmografia.

 

Pezzo dopo pezzo, Alejandro González Iñárritu è riuscito a costruire un percorso coerente, ragionato e ambizioso, abbracciando il rischio, riconoscendo e superando i propri limiti, rimanendo sempre fedele a se stesso, consapevole della propria origine e della propria identità. 

 

Non rimane che attendere di scoprire quale sarà il suo prossimo passo. 

 

 

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2 commenti

Giacomo Camilli

8 mesi fa

Un articolo bellissimo, letto proprio prima di andare al cinema. Grazie davvero

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Matilde Biagioni

7 mesi fa

Giacomo Camilli
Grazie di cuore a te, Giacomo! ☀️

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