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La folle vita - Recensione: un piccolo film con un grande cuore

Il film belga scritto e diretto da Raphaël Balboni e Ann Sirot tratta in maniera originale un tema tanto delicato quanto poco battuto dal Cinema: cosa succede quando un figlio deve diventare genitore dei propri genitori? 

La folle vita è un film belga scritto e diretto da Raphaël Balboni e Ann Sirot: il film tratta un tema tanto delicato quanto poco battuto dal Cinema, ovvero cosa succede quando un figlio deve diventare genitore dei propri genitori; tema che i due registi a mio avviso mettono in scena in modo molto originale.

 

La giovane coppia formata da Alex e Noémie è nella fase della loro relazione in cui decidono di diventare genitori.

Il film si apre con i due a colloquio con una dottoressa che dà loro consigli su come comportarsi in questo periodo in cui stanno provando ad avere un figlio; poco dopo, però, Alex comincia a trovare strano il comportamento di sua madre, Suzanne. 

Scoprirà presto che la donna ha cominciato a soffrire di una malattia neurodegenerativa, la demenza.

 

Questo evento sconvolgerà la vita della coppia al punto di dover abbandonare i piani genitoriali per doversi occupare di Suzanne, ormai incapace di vivere da sola senza provocare danni. 

 

[Il trailer italiano de La folle vita]

 

 

Nonostante la trama possa far sembrare La folle vita un film molto drammatico, i due registi riescono a dare un tocco di leggerezza propria della condizione di Suzanne.

 

Se il dramma deriva dall’impossibilità del figlio di tenere le redini sia della sua relazione sia della situazione della madre, le cose che fa e dice quest’ultima in realtà risultano divertenti.

Questo conflitto tra drammatico grottesco è il cuore del film, inteso sia come nucleo centrale della storia, ma anche ciò che rende il film vivo e umano. 

 

La riuscita di questo meccanismo emotivo è opera della sinergia tra autori e attori nella realizzazione del film: in un'intervista che ha preceduto la proiezione i registi hanno spiegato che hanno scritto la sceneggiatura senza i dialoghi, coinvolgendo successivamente gli attori in fase di pre-produzione, scegliendo con loro le battute e lasciando ampio spazio all’improvvisazione sul set. 

Questa operazione di sartoria su misura ha reso l’interpretazione del cast de La folle vita più vera, restituendo sullo schermo delle interpretazioni attoriali che lasciano senza fiato, soprattutto quella di Jo Deseure che interpreta Suzanne, la madre malata.

 

La folle vita senza la sua prova magistrale, infatti, sarebbe difficile da immaginare.

 

 

[Un frame da La folle vita]

 

 

Il prezzo per questa riuscita emotiva è però stato pagato sul piano estetico.

 

La macchina da presa, quasi nella sua durata totale, segue i personaggi ad altezza uomo, senza particolari guizzi fotografici o registici. In più, forse proprio a causa dell’improvvisazione sul set, in alcune scene di dialogo ci sono dei jump cut che personalmente ho trovato fastidiosi, una tecnica più televisiva che cinematografica.

 

Al di là di questo problema, che non inficia la riuscita del film nel suo complesso, il montaggio è molto buono perché viene usato per raccontare non solo la storia, ma anche gli stati d’animo dei personaggi.

Un altro “personaggio” de La folle vita è infatti l’Arte in sé: Suzanne, prima di contrarre la demenza, era la direttrice di una galleria d’arte moderna insieme al figlio; in una delle ultime opere esposte un foglio macchiato in ammollo dentro una vasca si espande e si disgrega.

 

Tutto il film, mano a mano che la malattia di Suzanne e la relazione di Alex e Noémie si sfaldano, è contrappuntato da degli inserti filmati dell'opera, sottolineando visivamente la disgregazione dei personaggi.

 

 

[Jo Deseure ne La folle vita]

 

Il significato semantico e psicologico dei colori è presente anche nella messa in scena del film: in molti momenti de La folle vita, infatti, sono presenti delle scene in cui i protagonisti sono a colloquio in uno studio medico, in una banca o in qualche ufficio, ma questi ambienti sono del tutto privi di elementi scenografici fuorché del colore delle pareti e dei vestiti degli attori, che rispecchiano il loro stato d’animo in quel momento.

 

Un effetto straniante, quasi onirico, che però non stona con l’approccio emotivo che i due registi hanno scelto.

 

Se da un lato questo orientamento così sensibile del film ha successo nel conferirgli grande cuore e grande umanità, non si può fare a meno di pensare cosa il film sarebbe potuto essere se si fosse scelto un doppio binario per raccontare la storia: quello emotivo, appunto, e quello sociale. 

I protagonisti de La folle vita appartengono alla piccola borghesia cittadina, con un lavoro appagante nell’ambito culturale e senza il giogo della necessità. 

 

Al di là di qualche debito che Suzanne contrae prima di scoprire la sua malattia, sia lei sia il figlio non hanno problemi economici gravi e non hanno la spada di Damocle del lavoro su turnazione, cose che permettono ad Alex sia di poter assumere un collaboratore domestico qualificato per la madre, sia di poterle dedicare più tempo di una persona altrimenti impossibilitata a prendere permessi dal lavoro. 

A mio avviso se i registi avessero spostato la narrazione sul piano della working class, come ad esempio fa Ken Loach nel suo Sorry we missed you, il film avrebbe aumentato ancora di più il conflitto, facendolo elevare anche su un piano tecnico e artistico.

 

Il fatto che nel film la questione lavorativa sia sottorappresentata, e non vengano affrontati i problemi legati all'occupazione, evita di prendere in esame uno degli aspetti cruciali nella vita di una famiglia che si occupa di una persona affetta da una malattia: la gestione del tempo e delle responsabilità lavorative.

 

 

[Una scena de La folle vita]

 

Nella realtà le famiglie devono fare i conti con la sfida che impone di conciliare la cura di un familiare con il mantenimento di un impiego retribuito.

 

Questo può causare stress finanziario, instabilità occupazionale e conflitti all'interno della famiglia; integrare questi elementi nella sceneggiatura avrebbe aggiunto una dimensione più complessa e realistica al film, permettendo di esplorare il rapporto tra la malattia e il sistema di lavoro capitalistico, mettendo in luce le pressioni e le difficoltà che le famiglie normali devono affrontare nel garantire la cura adeguata per i propri cari, dando così alla storia un respiro più ampio. 

 

Tuttavia La folle vita rimane un film divertente, commovente e dalle forti emozioni.

Oltre a questo, uno dei suoi grandi meriti è quello di mettere in discussione gli stereotipi e i pregiudizi che abbiamo verso le persone affette da malattie mentali, senza cadere in facili moralismi ed evitando la scorciatoia della lacrima facile. 

 

La folle vita uscirà nelle sale italiane il 29 giugno, distribuito da Wanted Cinema: qui trovate l'elenco delle sale dove poterlo vedere. 

 

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