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Sorry we missed you - Recensione: Ken Loach e gli schiavi del nuovo millennio

Esce il 2 gennaio il nuovo lavoro del regista britannico. Al centro la vita senza tutele di un autista che consegna i pacchi delle multinazionali

Andate a vedere Sorry we missed you, il nuovo film di Ken Loach. E non è un consiglio, ma un ordine.

 

 

Scherzi a parte, lungi da me dare ordini a chicchessia: da oggi è distribuito in Italia l'ultimo lavoro del regista britannico che, ancora una volta, lascia il segno.

 

Sorry we missed you è uno di quei film che vi farà male, vi lacererà l'anima, vi resterà nella mente per giorni. 

 

 

 

Ken Loach prende due attori sconosciuti, Kris Hitchen e Debbie Honeywood (entrambi al loro debutto cinematografico) e li immerge nel dramma di chi lavora 14 ore al giorno con la speranza di dare un futuro migliore ai propri figli e si ritrova, invece, per perdere quegli affetti per cui si spacca la schiena dalla mattina alla sera.

 

 

[Una scena di Sorry we missed you]

 

Questa volta il cantore della working class decide di affrontare un tema iper-discusso e iper-attuale come quello di chi consegna i pacchi delle grandi multinazionali (da Google ad Amazon).

 

E lo fa senza l'ausilio di alcuna musica, lasciando che la colonna sonora siano i rumori delle catene dei nuovi schiavi: i carrelli dei magazzini di distribuzione, i motori dei furgoni e i bip della pistola per leggere i codici a barre.  

 

Ricky Turner (Kris Hitchen), finito sul lastrico dopo la crisi finanziaria del 2008, decide di "mettersi in proprio" comprando un furgone per poter avviare la nuova attività di distribuzione sotto padroncino.

 

Sarà l'inizio della fine, completamente in balia delle richieste dei clienti e schiavo della tecnologia.

 

 

[Kris Hitchen e Katie Proctor in Sorry we missed you]

 

Un sacrificio che graverà anche sulla moglie, Abbie (Debbie Honeywood), che resterà senza auto - data in cauzione per poter acquistare il van - e in balia dei mezzi di trasporto per raggiungere i pazienti a cui fa da badante.

 

Ad entrambi i loro (cinici) responsabili richiedono impegno e, soprattutto, distacco affettivo.

 

"Don't think and drive" è scritto su un foglio appeso all'interno del magazzino dove lavora Ricky.

 

Abbie, invece, non può empatizzare con le persone di cui si prende cura.

Non può neanche mostrare loro le foto di famiglia.

 

 

[Ross Brewster e Kris Hitchen in Sorry we missed you]

 


Il lavoro li consuma, li logora, mentre la gestione della casa è delegata alla figlia più piccola, Liza Jane (Katie Proctor).

 

Il fratello, Seb (Rhys Stone) è in piena crisi adolescenziale e fa di tutto per mettersi nei guai contestando l'autorità, prima quella dei genitori e poi quella dello Stato.

 

I momenti di contrasto con il padre aumentano di giorno in giorno, finendo per allontanarli  l'uno dall'altro.   

 

Sorry we missed you non è solo la denuncia contro lo sfruttamento lavorativo, ma un affresco puntuale e asettico di come il potere di pochi stritoli la vita di tanti, lasciandoli senza tutele e, soprattutto, segna dignità.   

 

Loach ha deciso di girare il film in ordine cronologico per aumentare il coinvolgimento degli attori, soprattutto dei ragazzini, due studenti di Newcastle alla loro prima esperienza davanti alla macchina da presa.

 

 

[Ken Loach in conferenza stampa]

 

C'è una scena in particolare, dove Liza Jane rivela un segreto ai genitori, in cui si avverte il pathos degli attori, ignari di quello che sarebbe successo.

 

"È un rischio - ha ammesso il regista in conferenza stampa - perché può andare bene ma può anche andare male.

Stavolta è andata bene".  

 

Con Sorry we missed you il cineasta e attivista di Nuneaton si conferma uno degli ultimi fini autori del cinema contemporaneo, mantenendo una cifra stilistica elegante e raffinata, con l'ulteriore pregio di scuotere le coscienze.​

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