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Babylon - Recensione: l'eccessiva illustrazione di Damien Chazelle

Babylon di Damien Chazelle cerca di riflettere sul Cinema e la sua industria scandagliando diverse epoche storiche, ma finisce per essere solo l'illustrazione di un mondo che conosciamo già

Probabilmente se dovessi scegliere una tagline internazionale per promuovere Babylon userei questa: “Bigger than Life, Bigger than Cinema”. 

 

La nuova fatica di Damien Chazelle è un azzardo e al tempo stesso un suicidio - il risultato impietoso al box office parla chiaro - una Babilonia le cui rovine si intravedono già dopo pochi minuti di film. 

 

[Il trailer di Babylon

 

 

Si tratta perciò di un unicum nella breve ma intensa carriera dell’ultimo regista statunitense in grado di vincere l’Oscar per la Migliore Regia.

 

Chazelle aveva sorpreso critica e pubblico con Whiplash e aveva fatto innamorare il mondo con La La Land, per poi sbarcare sulla Luna con First Man, a mio avviso bellissimo e già dimenticato; con Babylon sceglie di approdare a un genere che in realtà incuriosisce sempre molto: i film sul Cinema. 

Anche La La Land lo era - partiva da Cantando sotto la pioggia per arrivare a Les parapluies de Cherbourg - ma non era così smaccatamente eccessivo come Babylon.

 

Il musical del 2016 era interessato a parlare della realtà tangibile mediante una riflessione sul genere, con uno sguardo sul contemporaneo e non quindi sulla sola beatificazione del tempo e delle immagini che furono. 

 

 

[Brad Pitt è irresistibile nei panni di Jack Conrad]

 

1926: Rodolfo Valentino è morto e l’anno dopo con Il cantante Jazz il sonoro avrebbe fatto incursione nel Cinema.

 

Hollywood è un tripudio di irrefrenabile edonismo a cui prende parte chiunque: il divo del muto Jack Conrad (Brad Pitt), la neo-star Nellie LaRoy (Margot Robbie) e il tuttofare Manny (Diego Calva).

Tutto può accadere, ogni momento è sia un’opportunità sia una disfatta: basta saper cogliere l’attimo. 

 

Damien Chazelle ci introduce in questo mondo senza lesinare su nulla, mettendo perciò a nudo quell’alone di puritanesimo che permane nei confronti delle epoche passate.

Quando assistiamo alla prima festa del film sembra di vedere una scena presa da The Wolf of Wall Street sotto steroidi, talmente sovraccarica di situazioni da diventare grottesca: musica, corpi, droga ed escrementi sono gli ingredienti che il regista utilizza per rendere reali le parole di Kenneth Anger e del suo libro Hollywood Babilonia

 

Tutto è votato all’eccesso e anche sui set dei film - ovvero secondo Conrad “Il posto più bello del mondo” - regna l'anarchia come se si vivesse di improvvisazioni jazzistiche che possono portare a una melodia irresistibile o a delle note completamente stonate.

Con Babylon Damien Chazelle gioca di accumulo, collezionando mirabolanti piani sequenza su piani sequenza, rendendo però il film estremamente dimostrativo e nulla più. 

Per gli amanti della Settima Arte si tratta certamente di una goduria vedere i set cinematografici e la magia che riescono a creare - la scena in cui Nellie LaRoy recita per la prima volta è straordinaria - ma rimane tutto in superficie, senza una vera e propria riflessione di fondo a riguardo. 

 

Anche quando Babylon percorre la Storia del Cinema e perciò il fondamentale passaggio dal muto al sonoro, non rimane altro che la malinconia di un mondo che è prima di tutto industria, aspetto che però Billy Wilder aveva già ampiamente trattato e archiviato nel 1950 con Viale del tramonto.

 

 

[In Babylon c'è il ritorno di Tobey Maguire]

 

Un percorso che si ispira a Boogie Nights - L'altra Hollywood come struttura narrativa, ma che non ha la potenza storica della pellicola di Paul Thomas Anderson, il suo essere elegiaco nei confronti degli anni e del simulacro composto da celluloide che ci rende vivi.

 

Il Cinema ovviamente si nutre di sé stesso e delle proprie immagini, ma il significato e la rielaborazione di esse è fondamentale se si vuole portare un contributo effettivo a chi guarda, a patto che non si voglia solo illustrare un periodo storico come pare voler fare Chazelle. 

Nulla di sbagliato in questo, ma film di questo tipo - a mio avviso - hanno il respiro corto e si fermano una volta terminati i titoli di coda, perché tutto ciò che vediamo è circoscritto alla nostra permanenza nella sala, alla nostra esperienza in quel momento. 

 

Anche l’interesse nei confronti nei personaggi in Babylon viene quindi meno, talmente tanto caricaturali e vittime del vortice degli eventi da risultare maschere al servizio di una grande illustrazione.

 

Un peccato, considerando le prove eccelse dei tre protagonisti perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli eppure - salvo forse Nellie LaRoy di Margot Robbie - così dannatamente dimenticabili.

 

 

[Margot Robbie per la sua interpretazione in Babylon è stata candidata ai Golden Globe]

 

Babylon sembra essere vittima del mondo che vuole raccontare: la sovrabbondanza di situazioni, personaggi e linee narrative sono lo specchio del piacere orgiastico delle feste a cui assistiamo, così come il lento disinteresse riguardo ciò che avviene nel profilmico corrisponde al decadimento strutturale della Hollywood del Cinema muto.

 

Se si decide di perdersi nell’epopea messa in scena da Chazelle, Babylon può risultare un’esperienza fuori dai margini, squilibrata ma affascinante; se invece si vuole rispondere alla domanda che ci viene posta all’interno del film - “Dimmi perché ami il Cinema” - allora forse la risposta risiede altrove, perché un’opera che trova la sua potenza espressiva mediante l’uso di immagini prese da altri film - vedasi il finale - ha forse esagerato troppo nel voler dimostrare senza raccontare, rendendosi più grande anche del pubblico. 

 

“Bigger than Life, Bigger than Cinema, Bigger than Audience”. 

 

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2 commenti

Andrea Gnau De Bene

14 giorni fa

Non mi è affatto dispiaciuto, benché mi renda conto che il flop totale al botteghino fosse prevedibile, visto il prodotto visivamente sontuoso ma "impegnativo" (in sala ho visto gente mollare dopo mezz'ora) e il tema non adatto al pubblico occasionale. Il metacinema di Chazelle, composto appunto da una voluta babilonia di immagini, colori, oggetti di scena, trombe assordanti e personaggi sopra le righe ai limiti del macchiettismo, è profondamente diverso da quello romantico, malinconico e riflessivo messo in scena da Spielberg in "The Fabelmans", che, per queste caratteristiche, incontra più facilmente il gusto del grande pubblico e riesce a trasmetterne delicatamente la passione del regista per il cinema. Facendo un ulteriore parallelismo metacinematografico, Babylon potrebbe configurarsi come la versione barocca e a colori di "The Artist" di Hazanavicius, che ne condivide di fatto il tema storico principale: la transizione dal muto al sonoro. Vaneggiando un po', nei tre personaggi principali di Babylon (anche se dovrebbero essere quattro, includendo il jazzista Palmer, che tuttavia Chazelle pecchi di approfondire) potrei intravederci i tre film sopracitati, "Babylon" nella magnifica Margot Robbie, "The Artist" in Brad Pitt e "The Fabelmans" in Diego Calva. Tre registi, tre visioni del cinema, tre sensibilità poetiche, lo stesso sconfinato amore per la settima arte.

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Emanuele Antolini

13 giorni fa

Andrea Gnau De Bene
Molto affascinante come visione!

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