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Falcon Lake - Recensione: storie di fantasmi e adolescenti in una terra di confine - Torino Film Festival 2022

Il passaggio all'età adulta unendo il Cinema di Rohmer a un'atmosfera quasi horror 

Falcon Lake di Charlotte Le Bon è il primo film in concorso in questo 40° Torino Film Festival ed è il perfetto simbolo del ritorno di Steve Della Casa: la selezione principale dell’istituzione che aveva contribuito a fondare - quando ancora si chiamava Festival Internazionale Cinema Giovani - si apre con un ottimo Coming of Age in cui si respira amore per il Cinema di genere, e non solo, oltre a tanta tensione generazionale. 

 

Presentato in anteprima alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes Falcon Lake è ispirato al graphic novel Une soeur di Bastien Vivès: il viaggio di un giovane ragazzo parigino, con lo stesso nome dell’autore del fumetto, e della sua famiglia in uno dei tantissimi laghi del Quebec.  

 

Qui incontra Chloe, figlia sedicenne di una vecchia amica della madre: con lei vive il più classico dei primi innamoramenti estivi, quel labile confine tra amicizia e infatuamento tra giovani tanto spontanei quanto acerbi, incerti e inesperti di loro stessi, quei rapporti che sembrano eterni, ma che sono obbligati a terminare con la fine delle vacanze. 

 

[Trailer di Falcon Lake che in Italia sarà distribuito da Movies Inspired] 

 

Falcon Lake è un film di confine, un’opera che la sua autrice cerca in ogni modo di tenere costantemente in bilico tra generi, stili, registri e ambientazioni differenti.  

 

Molte delle scelte vanno in questa direzione creando un'atmosfera senza tempo né luogo che è il suo più grande fascino; non potrebbe essere altrimenti per un racconto su quella grande zona grigia che è l’adolescenza, zona franca in cui si trovano sia Chloe sia Bastien, tra l’essere bambini e il diventare adulti. 

 

Questa transizione si riflette romanticamente su un luogo che diventa così attore principale nella vicenda - come già suggerisce il titolo a cui è dedicato - un’ambientazione che per sua stessa natura incarna l’essere di passaggio non solo per l’ovvio trovarsi tra gli Stati Uniti e il Canada o la conseguente convivenza tra il francese di Bastien e Chloe e l’inglese degli amici più grandi della ragazza, quanto soprattutto perché è terra di confine tra la natura e la città, tra le suggestioni mistiche della ragazza e la realtà del cambiamento. 

 

 

[La regista di Falcon Lake Charlotte Le Bon e Bastien (Joseph Engel)]

 

Falcon Lake è un'opera alla ricerca di equilibrio in un continuo movimento tra registri e linguaggi differenti: dalla delicatezza dei racconti vacanzieri di Éric Rohmer a cui sicuramente l’autrice deve molto, ad alcune tinte di scoperta del proprio corpo e di erotismo che ricordano La ragazza del bagno pubblico di Jerzy Skolimowski (presente al Torino Film Festival con il suo ultimo film, Eo), fino ai poster di Psyco e Nosferatu che si vedono nella stanza del ragazzo e che ci raccontano come il film sia caratterizzato da una sottile aura cupa e minacciosa suggerita tanto dagli spazi selvaggi, quanto dall’inquieto sottobosco sonoro. 

 

Una commistione tra fantastico e drammatico, tra indipendente e genere, che ricorda a tratti la sottile atmosfera drammaticamente soprannaturale di A Ghost Story di David Lowery, complice la scelta simbolica del fantasma di entrambi i film: un rito di passaggio che simbolicamente incute timore, ma che maschera il vero oggetto di tale paura, ovvero la solitudine e l’abbandono.

 

 

[Il Falcon Lake del titolo è allo stesso tempo un luogo magico e ameno, quanto tetro e inquietante come suggerisce anche la palette cromatica del film estremamente contrastata e scura]

 

Risulta chiaro infatti che il fantasma e la piega più tetra siano immagini delle paure dei due giovani impreparati - come tutti - all'arrivo dell'età adulta, delle prime pulsioni e del giudizio del mondo esterno; la regista e il fumettista sfruttano Chloe e la classica paura di crescere per raccontare un'altra paura ancor più ancestrale e universale: la paura di essere abbandonati, di rimanere soli e non accettati. 

 

Il senso di vuoto e di timore che i due bravissimi giovani attori riescono a trasmettere basta da solo a far percepire l'importanza di un rapporto che non è solo passione, pulsione o sentimento, ma che è necessità di sapere di non essere soli in un momento così delicato e senza riferimenti.

 

 

[Bastien e Chloe immersi in uno dei tanti momenti dialogici e contemplativi di Falcon Lake]

 

La vera ossatura drammatica di Falcon Lake, nonostante le sfumature mistiche, è proprio questo percorso di crescita e di incontro tra i due: in equilibrio tra il girare un po’ verbosamente a vuoto (in tipico stile indie) e l’esuberante spinta di vita dell’età dei due protagonisti il film di Le Bon riesce perfettamente a trasmettere tutto il tornado di sensazioni e cambiamenti che i due adolescenti stanno provando al loro interno. 

 

L’autrice riesce a tenere insieme aggraziati momenti riflessivi e dialogici tra Bastien e Chloe, inquadrati rohmerianamente nella natura e caratterizzati dai dovuti tempi dilatati, e passaggi narrativi più movimentati, espliciti e visivamente carichi.

 

In questa dualità stilistica si ritaglia un ruolo preminente l’erotismo che, come i ponti che Bastien e Chloe attraversano con le loro bici, collega i due registri: la scoperta del proprio corpo, della propria sessualità e di quella dell’altro caratterizza infatti sia alcuni dei momenti più dolci e dosati del film, sia altri in cui la componente più dinamica, esplicita ed esuberante prende il sopravvento. 

 

 

[Una delle scene di Falcon Lake che unisce perfettamente delicatezza e intimità a esuberante e divertita giovinezza]

 

Se questa delicatezza e capacità di gestire l’alchimia tra due registri diversi sono la solida struttura portante su cui si regge Falcon Lake, gli orpelli simbolici che lo dovrebbero impreziosire non sembrano avere la stessa misura e, insieme a tutta la gestione del finale, a mio avviso appesantiscono notevolmente il film.

 

Un peccato per un’ottima opera prima dove l’autrice sembra non aver creduto abbastanza in ciò che aveva in mano, con la conseguenza di cercare di puntellarlo con sottolineature e momenti più grossolani e sovraccarichi che invece di rafforzarlo ne hanno minato l'azzeccatissima delicatezza. 

 

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