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Athena - Recensione: Cristo si è fermato alle banlieue - Venezia 2022

Per parlare di Athena di Romain Gavras è necessario fare un accenno al Kourtrajmé, collettivo artistico fondato nel 1994 dallo stesso regista francese insieme a Kim Chapiron e Toumani Sangaré.

 

Una realtà produttiva low-budget che cercava nell’estetica un senso dell’epica coerente con idee registiche (piano sequenza, frequente utilizzo dei droni) atte a rinnovare il linguaggio cinematografico figlio dei video-clip.

 

Ladj Ly, per ora il regista più famoso di questo movimento, nel 2019 ottenne il successo europeo grazie all’ottimo I Miserabili.

 

Dalla penna di Ly e dalla visione di Gavras è nato Athena, quello che per ora è il mio colpo di fulmine di questa 79ª Mostra del Cinema di Venezia.

 

[Il trailer di Athena]

 

 

Bastano i primi minuti di film per accorgersi di trovarsi di fronte a un’opera che non nasconde la propria duplice ambizione: quella registica, che si manifesta attraverso un magnifico piano sequenza di un quarto d’ora, e quella contenutistica, dato che a far scoppiare la guerriglia urbana alla base di Athena è una molotov, marcato riferimento a L’odio di Mathieu Kassovitz.   

 

Una battaglia in una banlieue che diventa scontro generazionale, che fa della rabbia dei giovani il moto incendiario nel quale Gavras ci trascina fin dall’inizio.

Il contesto narrativo perciò è il medesimo del film del 1995 con protagonista Vincent Cassel, ma è lo sguardo con cui il regista figlio di Costa-Gavras rappresenta le banlieue a fornire una nuova idea di Cinema.

 

L’idea estetica alla base del collettivo Kourtrajmé viene perciò elevata all’ennesima potenza, esasperando - senza risultare stucchevole - la tecnica del piano sequenza, qui simbolo della ricerca del reale per l'ottenimento di un’immersione completa all’interno del film.

 

 

 

 

Athena è un’opera che non nega il senso dello spettacolo, utilizza ogni mezzo possibile per esaltare l’epica dei combattimenti urbani in una danza continua di movimenti di macchina che non può che meravigliare lo spettatore. 

 

Quella di Gavras è una maturità artistica che è naturale evoluzione di un regista che, con soli tre film alle spalle (Our Day Will Come, Il mondo è tuo, Athena), è riuscito a ritagliarsi uno spazio tra gli autori più talentuosi del Cinema europeo contemporaneo.

 

La ricerca formale attuata per mezzo delle inquadrature si sposa benissimo con la sceneggiatura del collega e amico Ladj Ly, abbastanza lineare nello sviluppo, ma non priva di punti di interesse in grado di ragionare sulle immagini e sui nuovi mezzi di comunicazione di massa. 

Alla base della guerriglia urbana inscenata nel film vi è infatti la morte di un tredicenne pestato a sangue da dei poliziotti e ripresa in diretta su Snapchat: ma ciò che vediamo sui social è sempre vero? 

 

Durante il film l’uso degli smartphone serve a glorificare le imprese degli abitanti delle banlieue contro i poliziotti: una sorta di gioco che rende l’ideologia alla base della guerriglia urbana un evento dal quale ricavare i propri quindici instagrammabili secondi di visibilità.

L’odio per l’orrore osservato (l’omicidio del ragazzo) si tramuta in prodotto di consumo canibalizzato dalla ricerca spaspodica di un capro espiatorio.

 

Questa risulta però essere una rabbia castrata, ampiamente limitata, perché nel momento in cui esaurisce la propria miccia esplode come una molotov, colpendo ogni bersaglio senza distinzione alcuna.

 

 

 

 

Un concetto che ci era già stato suggerito nel trailer di lancio di Athena, dove a schermo compariva la frase del filosofo greco Eraclito: “È difficile lottare con la rabbia per un uomo che comprerebbe la sua vendetta con l’anima”.

 

La figura cristologica del protagonista, fratello del giovane assassinato dai poliziotti, non porta perciò alla redenzione del popolo bensì alla sua condanna, perché quell'odio - mostratoci anche da Kassovitz nella sua opera magna del 1995 - non può che condurre a un fragoroso schianto al suolo. 

La banlieue parigina è - ancora una volta - un posto in cui è necessario chiedersi “Se Dio crede in noi”, dove l'umanità degli emarginati messa in scena deve lottare con tutte le sue forze per sopravvivere.

 

Al di là di qualche leggerezza narrativa nell'atto conclusivo, Athena di Romain Gavras è una corsa a perdifiato in un inferno urbano soffocante, che fa della spettacolarizzazione delle immagini un'idea di Cinema e, al contempo, un avvertimento etico e politico.

 

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