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Seth Rogen: la ipnorisata di un outsider a Hollywood

Seth Rogen è la voce di una nuova generazione della commedia americana totalmente aliena allo star system di Hollywood, eppure è riuscito a piegare alla sua volontà l'industria prendedosi l'amore e le risate del pubblico. 

 

Seth Rogen è, per chi parla, una delle anomalie più affascinanti del sistema produttivo hollywoodiano e una delle personalità che più ha definito l’evoluzione del Cinema comico statunitense dagli anni 2000 a oggi.   

 

Fautore dello Stoner Movie contemporaneo, termine che definisce un sottogenere coniato dalla critica con disprezzo, è stato accolto con riluttanza dall’industria cinematografica di Hollywood, ma con il passare del tempo e con il crescere delle ambizioni produttive dei suoi film è diventato sempre più baluardo della nuova comicità, entrando direttamente dalla porta principale di late show, produzioni televisive e cinematografiche di primo piano. 

 

Seth Rogen è passato da essere un gentile e gioviale reietto a voce di riferimento quando si vuole mettere in moto una produzione pop di ampio interesse.   

 

Se non mi credete, faccio un riassunto dei progetti più bollenti che coinvolgono il buon Rogen.

 

Su Disney+ c’è Pam & Tommy, serie con Lily James, Sebastian Stan, Nick Offerman e lo stesso Seth Rogen a interpretare uno degli uomini che ha diffuso il primo sex tape rubato della storia. 

 

Rogen ne è produttore insieme all’inseparabile Evan Goldberg.   

 

 

[Seth Rogen nei panni di Rand Gauthier in Pam & Tommy]

 

 

In pre-produzione c’è The Fabelmans, prossimo film di Steven Spielberg nel quale il regista dell’Ohio romanza la sua stessa infanzia.


Seth Rogen interpreterà lo zio del giovane Sammy, questo il nome del protagonista, e con lui nel cast ci sono un paio di nomi di poco conto: Paul Dano, Michelle Williams e David Lynch.

Una robetta.   

 

Rogen sta anche lavorando al reboot in CGI delle Tartarughe Ninja - il titolo originale è Teenage Mutant Ninja Turtles - promettendo di dare enorme rilevanza all’aspetto “teen” sottolineato dal titolo stesso dell’IP, ma mai approfondito.

 

Non si sa molto in merito, ma Rogen e il suo braccio destro Evan Goldberg starebbero scrivendo la sceneggiatura del film ispirato al documentario Scotty and the secret history of Hollywood. La regia sarà di Luca Guadagnino, un cineasta richiesto negli USA tanto quanto un cheesburger di In-N-Out.

 

Potrei andare avanti, ma credo abbiate capito quanto Seth Rogen e la sua presenza artistica - apparentemente innocua - siano diventati estremamente popolari non solo tra il pubblico, ma anche tra le produzioni più importanti di Hollywood.

 

Venendo al punto: perché dovreste amare questo outsider dall’iconica risata e cosa lo rende unico e inimitabile?

 

 

[Come Seth Rogen immagina il diario di una delle Teenage Mutant Ninja Turtles]

 

 

Seth Rogen Begins  

 

Seth Rogen non è statunitense, ma canadese.

 

Per la precisione è di Vancouver, città nella quale Hollywood gira moltissime produzioni, entrando di diritto nella ricca lista di nomi di primo piano che l’uomo della strada crede figli della torta di mele e delle armi acquistabili da Walmart. 

Volete qualche nome?  


Jim Carrey, Ryan Gosling, Ryan Reynolds, Mike Myers, Elliot Page, Keanu Reeves, Will Arnett, Rachel McAdams, Christopher Plummer, Sandra Oh, Donald e Kiefer Sutherland, Dan Aykroyd, Cobie Smulders, Denis Villeneuve, David Cronenberg e James Cameron sono solo alcuni.

 

Il Great White North è una nazione gentile e generosa che oltre al dolce e calorico sciroppo d’acero da versare copiosamente su fumanti pile di pancake, regala da sempre al mondo location hollywoodiane, cineasti di enorme talento e una scuola di comici non certo trascurabile.   

 

Come afferma lo stesso Seth Rogen, ospite del podcast Conan O’Brien Needs a Friend di Conan O’Brien, in Canada contrariamente agli USA quella del comico non è mai stata ritenuta una figura buffonesca da prendere poco seriamente e mettere in secondo piano. 

 

 

[Seth Rogen ospite speciale della puntata conclusiva del Late Show di O'Brien mentre gli fa fumare una canna]

 

L’industria di Hollywood ha storicamente spremuto i suoi comici e faticato a dargli credito e vi basti guardare la carriera di Mel Brooks per capire quanto abbia dovuto lottare per guadagnarsi un po’ di rispetto e credibilità.   

 

Venendo a Seth Rogen, una delle tante peculiarità legate alla sua carriera riguarda in parte il suo essere canadese e il fatto di essere cresciuto in un ambiente così predisposto alla comicità da permettergli di fare qualcosa di raro all’interno dell’industria: crescere professionalmente dentro l’ambiente. 

Non fraintendetemi: là fuori esistono migliaia di attori e attrici bambini e molti sono poi maturati a tal punto da diventare grandi interpreti da adulti; potrei citare Christian Bale come esempio assoluto del Cinema contemporaneo.  

Alcuni sono stati svezzati da Hollywood per talento e altri perché fanno parte di una tradizione di personaggi nati e cresciuti nell’industria: potrei citare Jeff Bridges.

 

Tuttavia ne esistono moltissimi la cui carriera è nata con l’infanzia e tramontata con l’adolescenza, poiché spesso il desiderio di stare sullo schermo è più frutto del riscatto sociale dei genitori, lontani dalla fama e dalla gloria dei riflettori, che di una genuina volontà dei giovani interpreti. 

Ancora più raro e difficile è che un pre-adolescente che scelga coscientemente di diventare un comico, ma siamo qui per parlare di Seth Rogen e della sua carriera fuori dall’ordinario.

 

Infatti, Seth Rogen alla tenera età di dodici anni decide di diventare uno stand-up comedian e i genitori, particolarmente aperti, progressisti e canadesi, decidono di buon grado di assecondare il suo desiderio, iscrivendolo a una classe per comici e avviando una carriera nel corso della quale sarebbe stato per molto tempo il più giovane della stanza.

 

Rogen, il Vancouver Kid della stand-up - strizzando l’occhio al libro Asakusa Kid di Takeshi Kitano, divenuto anche film - va alle classi di stand-up e, seguendo i piani del corso, porta i genitori a fare qualcosa di diverso rispetto all’immagine stereotipata del genitore in station wagon che accompagnano i figli agli allenamenti di baseball: il dodicenne Seth Rogen va invece al Lotus Club, un lesbo bar di Vancouver, nel quale può praticare le sue gag.

 

 

[Seth Rogen a 13 anni durante una delle sue esibizioni]

   

A quattordici anni, con la faccia tosta che contraddistingue quell’età, sfila 500 dollari a un Mohel in Ferrari (il Mohel è il medico che ospita le cerimonie di circoncisione dei bambini), vendendogli una serie di battute da usare agli eventi per 50 dollari l’una.

 

Le dinamiche della trattativa tra il giovane Seth Rogen e il Mohel sembrano materiale di una delle sue sceneggiature e hanno avuto inizio con un amico di scuola che cerca di dissuaderlo dal salire sulla costosa Ferrari del dottore, convinto fosse tutto un piano losco e viscido per molestare un pre-adolescente.

 

Chiaramente non è stato così e Seth Rogen ha giocato talmente bene le sue carte da costringere il Mohel a cercare un bancomat per prelevare: chi non va in giro con 500 dollari in contanti?!   

 

Per ogni aspirante lavoratore del Cinema o della televisione ci si può definire veramente sulla buona strada per avere una carriera quando un agente si prende cura del tuo talento.

Seth Rogen ne trova uno a soli quindici anni.

È in 10th grade, si sta esibendo allo Yuk Yuk’s, quando un comico lo introduce a Ray Saperstein, un disastroso agente che si troverà a licenziare, tra molti imbarazzi, a diciotto anni.   

 

Non so voi, ma io non conosco diciottenni che abbiano licenziato uomini di quasi mezza età che lavoravano per loro. 

 

Eppure Ray gli procura un battesimo del fuoco di quelli che sarebbe meglio dimenticare.

Lo fa involontariamente e senza avere troppo controllo sulla situazione: Seth Rogen riesce così a ottenere un’audizione per il festival canadese Just for Laughs, le cui audizioni si tengono all'Improv on Merlose di Los Angeles. 

 

È il 1998 e I genitori caricano la famiglia in macchina e portano loro figlio minorenne a esibirsi su un palco di un locale di Los Angeles alle sei di pomeriggio, orario insolito per assistere a uno spettacolo di stand-up.   

 

Insolito, certo, e forse proprio per questa ragione più incline a mettere in scena uno sfortunato quanto assurdo incidente le cui probabilità stanno nello stesso campo dell’essere colpito da un fulmine: Seth Rogen è nel backstage pronto a entrare, carico del suo repertorio acerbo e immaturo composto da battute sui poliziotti in bicicletta di Vancouver che, nel 1998, a Los Angeles non esistevano ancora.   

 

Chi esisteva nel 1998, e non solo a Los Angeles, era Jerry Seinfeld, la cui sitcom si stava per concludere dopo una serie di stagioni di ampio successo. 
Seinfeld sta preparando il materiale per I’m telling you for the last time, una sorta di spettacolo medley delle sue migliori battute e come da tradizione di ogni buon stand-up comedian, sceglie di improvvisare un’esibizione in un locale per provare il materiale. 

 

Ovviamente il locale è quello dell’audizione di Seth Rogen e ovviamente, se arriva il comico più popolare degli USA, fai spazio prima del giovane nessuno che sta cercando di entrare a far parte di un festival comico canadese.

Jerry Seinfeld sale sul palco prima di uno sconfitto Seth Rogen, che assiste impotente alla distruzione del suo pubblico da parte del navigato comico. 

 

Gli astanti ridono fino a non averne più e quando tocca a Seth Rogen tutto quello che può fare è dire le sue battute sui poliziotti canadesi in bicicletta, vederle cadere piatte e tornarsene in Canada con la coda tra le gambe. 

 

 

[Jerry Seinfeld e Seth Rogen in Comedians in Cars Getting Coffee]

  

Negli anni successivi Rogen riesce a prendere parte a un paio di sitcom cancellate quasi immediatamente: Freaks and Geeks e Undeclared.

 

Nel 2001 smette di fare stand-up, ha licenziato Ray da qualche tempo e fa una disastrosa audizione per 8 Mile con Jason Segel, durante la quale non riescono a prendersi minimamente sul serio come rapper, ridendo tutto il tempo.   

 

Seth Rogen compare però in un episodio di Dawson’s Creek (stagione 6, episodio 13) e per certi versi è l’interprete perfetto, aderendo al suo ruolo di appassionato di erba e droghe di ogni tipo.
Crea comunque una dissonanza cognitiva vedere Seth Rogen in Dawson’s Creek, il teen drama più popolare di fine anni ‘90 e primi 2000, ma al contempo così perfettamente ascrivibile alla poetica del Cinema indie americano da Sundance Film Festival.  

 

Nel 2004 Seth Rogen e Evan Goldberg non sono ancora nessuno a Hollwyood, scrivono per Sacha Baron Cohen e il suo Da Ali G Show, ma in tasca hanno già la sceneggiatura di due film che cambieranno il panorama della comicità americana e che vedranno la luce molto tempo dopo: Suxbad e Pineapple Express (aka Strafumati, al momento disponibile su Netflix).   

 

Chi ha due sceneggiature così forti in tasca a quell’età?

Ma soprattutto chi, senza averne ancora prodotta mezza e mentre lavora a uno show popolarissimo conosce un giovane sceneggiatore e produttore con il cancro, Will Raiser, e sfruttando una terapeutica nottata per esorcizzare il male lo aiuta a tirare fuori una sceneggiatura accorata e scanzonata come quella di 50 e 50?   

 

In pochi, anzi, in pochissimi.

Per essere chiari: Rogen ha spinto Reiser a scrivere lo script e poi ne è diventato produttore e co-protagonista.  

Ma ve ne parlo più tardi. 

 

Seth Rogen non è ancora nessuno e ha già delle solide fondamenta per la sua carriera e del materiale utile a cambiare Hollywood per sempre.   

 

 

[Tenetevi Joshua Jackson, dateci Seth Rogen!]

 

Una voce onesta in un mondo posticcio   

 

Guardando alle produzioni hollywoodiane si può individuare nei primi anni 2000 un piccolo rinascimento del demenziale Made in USA, un periodo breve ma intenso. 

 

Una fiammata che ha dato spazio e voce a una classe di rappresentanti del genere: Will Ferrell, Ben Stiller, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner, Owen Wilson, Sacha Baron Cohen, John C. Reilly, Judd Apatow, Jordan Peele, Keegan-Michael Key e molti altri.  

 

Eppure il demenziale è un genere che ha sparato con questa classe le sue ultime cartucce e, anche grazie a una serie di produzioni parodistiche veramente di infimo livello, il genere si è sempre più affievolito per ridursi a una manciata di produzioni l’anno.  

 

Se parte di questo fenomeno ha rinnovato il demenziale grazie alla presenza di personaggi meno sovversivi rispetto agli Stati Uniti e ai suoi miti, seppur critici verso le idiosincrasie del suo presente ma più accomodanti di John Landis, con l’arrivo sulle scene di Seth Rogen e Evan Goldberg si è proposto al pubblico un filone che fonde le logiche di storytelling di Elmore Leonard e della stand-up comedy.   

 

La stand-up e più in generale la commedia, come fu istruito lo stesso Rogen dopo aver ironizzato maldestramente sui poliziotti in bicicletta di Vancouver, quando si poggia su un situazionismo così spiccio tende a fallire o a invecchiare così velocemente da bruciarsi sul palco appena proferita l’ultima sillaba della punchline.

 

A rendere la commedia interessante e molto vicina al pubblico è invece la sofferenza.

Quando il comico porta al ridicolo le proprie miserie e disgrazie, spesso comuni allo spettatore, ne vince il cuore e riesce a raccontare qualcosa di universale in grado, a volte, di rimanere nel tempo molto più a lungo.   

 

Lo scrittore di New Orleans Elmore Leonard ha invece insegnato a Quentin Tarantino, e per osmosi a moltissimi altri autori, a utilizzare il retaggio pop all’interno di una storia, intessendolo nella trama al fine di dare un’affascinante, perché fittizio, grado di separazione tra il racconto e lo spettatore.   

 

Non importa quanto romanzato, farlocco o sopra le righe sia il canovaccio, l’importante è che l’elemento pop ne diventi parte attraverso le situazioni, le battute, i gesti e i protagonisti, definendo l’illusione di poter vivere nello stesso mondo dei personaggi. 

Il trucco è non sprecarsi nel becero citazionismo a cascata, tipico di chi di questa tecnica non sa proprio cosa farsene.   

 

La fusione di questi due elementi è la poetica di Seth Rogen, un nerd e un outsider fissato con un mucchio di cultura pop e desideroso di omaggiarla in ogni propria opera, definendo il tempo e il rapporto con il suo presente, facendo contestualmente stand-up nel Cinema. 

 

 

[Seth Rogen in Superbad]

 

Nel momento in cui Seth Rogen e Evan Goldberg scrivono Superbad (aka Suxbad - Tre menti sopra il pelo, disponibile attualmente su Netflix), gettano le basi per il nuovo coming-of-age/buddy comedy hollywoodiano, creando un archetipo narrativo rimasto così tanto nella cultura pop da essere divenuto un mito e uno stilema.

 

Per quanto Olivia Wilde si sia indispettita dei paragoni fatti tra il suo Booksmart (aka La rivincita delle sfigate, disponibile attualmente su Prime Video e TIMVision), è innegabile come il suo film d’esordio, meno demenziale, più accorato e registicamente infinitamente superiore, ricalchi quasi perfettamente lo scheletro del film di Rogen e Goldberg.

 

Superbad parte da un tema universale come la fine dell’era più infantile e il passaggio all’età adulta in cui lasciamo andare i nostri buddy à la Stand By Me per esplorare il sesso e l’amore, prende a piene mani dalle esperienze adolescenziali di Rogen e racconta non un gruppo di vincenti, ma quelli che più comunemente chiameremmo perdenti.

 

Rogen e Goldberg raccontano le insicurezze adolescenziali, il chiodo fisso per il sesso e la totale impreparazione verso di esso che passa per le mitizzazioni dei ragazzi, mostrando quanto possa essere spaventoso e crudele il confronto con i neo adulti.  

 

Superbad è il geniale e acerbo vagito di una poetica demenziale che si fonda prima di tutto su una narrazione onesta infarcita di cultura pop e specchio delle esperienze generazionali di un pubblico spesso non raccontato.

 

Un po’ come il porno e l’horror, il Cinema di Seth Rogen e Evan Goldberg voleva iniziare a raccontare tutto quello che Hollywood da American Graffiti in avanti mitizzava e romanzava, divenendo tanto dolce quanto bigotto, assecondando certe folli nostalgie che deformano così tanto la realtà da dipingere uno spettro generazionale solo ed esclusivamente attraverso uno storytelling romantico.   

 

Al Cinema le canne, i porno, i videogame e altre amenità, se presenti, erano retaggio degli antagonisti e solo in alcuni casi di racconti pre-adolescenziali dove questi temi erano appena sfiorati.

Tuttavia Rogen e Goldberg sono perfettamente consci di come facciano parte, in diverse misure, della vita di un ombrello generazionale piuttosto ampio.  

 

Se siete cresciuti tra gli anni ‘80 e ‘90 c’è una grossa probabilità che il videogame sia parte di una cultura pop solo recentemente divenuta mainstream.

In maniera molto più universale, invece, se siete stati teenager avete sicuramente avuto contatti con la pornografia e le droghe leggere.

 

Chi lo nega probabilmente somiglia molto ad Angela, la bigotta e moralmente ignobile accountant di The Office, show per il quale Rogen ha fatto un provino per il ruolo di Dwight Schrute, andato poi a Rainn Wilson.    

 

 

 

Seth Rogen ha capito di dover scrivere della sua generazione e del suo pubblico senza risultare ruffiano e inserendo genuinamente ciò che ama, dando libera espressione ai suoi pensieri - così come ai suoi gusti - riguardo il mondo che lo circonda.

 

La genuina forza di Rogen, che condivide con il fedele amico e collega Goldberg, sta nel suo essere un anti-divo di Hollywood. 

 

Pur essendo fan di certi personaggi, opere e pop star, ne è sempre stato un mite spettatore dalla sua nicchia di stoner movie demenziali, offrendosi al suo pubblico senza particolari filtri e giocando un campionato fuori dallo star system e dalle logiche di popolarità e divismo di quelli che sono a tutti gli effetti suoi colleghi, che in un modo o nell’altro a un certo punto lo hanno anche incontrato con conseguenze più o meno disastrose.

 

Nel 2008, durante la pre-produzione di The Green Hornet (attualmente disponibile su Sky, NOW e TIM Vision), adattamento dell’eroe mascherato radiofonico omonimo diretto da Michel Gondry, Nicolas Cage si propose per interpretare il villain, decidendo in modo del tutto arbitrario di rappresentarlo come un bahamense bianco, con tanto di accento che sarebbe sicuramente diventato uno dei simboli dell’overacting dell’attore.   

 

Chiaramente spaesato dall’esibizione di Cage, Seth Rogen rifiutò anche se non era ancora del tutto traumatizzato dall’evento.

 

Qualche anno dopo Cage lo incontra nuovamente solo per chiedergli se James Franco abbia rubato la sua idea per interpretare il protagonista di Spring Breakers (il bahamense bianco).  

 

Nota a margine: Seth Rogen ha a tutti gli effetti interpretato una sorta di supereroe, girando l’ennesimo adattamento di un eroe da fumetto nato per la radio piuttosto che per la carta.

 

Per quanto criticato sia quel film, vi assicuro che la regia e le idee di Gondry vanno oltre alcuni film del genere di oggi, aridi dal punto di vista artistico e senza idee visive degne di questo nome.   

 

 

[Seth Rogen ha fatto anche un "cinecomic"]

 

 

Nel 2012, unendo incontri ravvicinati e portando un esempio della forte poetica pop di Rogen e Goldberg e delle loro intuizioni vicine al pubblico e al suo linguaggio, è la volta di Steven Spielberg.

 

Il regista più rappresentativo e importante del Cinema di Hollywood chiama i due alla sua corte, facendoli accomodare nell’ufficio del regista situato negli studi DreamWorks.

 

A dare via all’incontro è inaspettatamente George Lucas che, dimostrando di non essere troppo presente a se stesso, si esibisce in un complottistico discorso riguardo la fine del mondo e il 2012, svelando come, a quanto pare, sia in possesso di una navicella spaziale.

Spielberg alza gli occhi al cielo, dove non volano dischi volanti, e chiede scusa per l’imbarazzante amico che per qualche ragione si porta appresso.   

 

Il motivo del meeting è ben più interessante.   

 

Seth Rogen e Evan Goldberg stanno inseguendo da anni i diritti di Giochi stellari (aka The Last Starfighter), film del 1984 di Nick Castle che racconta la storia di un tizio molto bravo nei videogame ma un fallito nella vita.

Tuttavia la sua abilità da videogiocatore lo aiuterà a salvare la terra. 

 

Il film, insieme a Tron, era stato uno dei primi esperimenti di utilizzo della CGI in un live action

 

 

[Come sarebbe stato un remake di Rogen e Goldberg?!]



Futurama, a modo suo, ne ha fatto un piccolo remake, ma Rogen e Goldberg vorrebbero farne uno ufficiale, intuendo l’enorme potenziale dell’IP da aggiornare con il loro retaggio pop da generazione SNES e Nintendo 64, da ragazzi cresciuti tra gli anni ‘80 e ‘90 e ovviamente fan di quel film così iconico.   

 

Steven Spielberg vorrebbe fare altrettanto, magari affidandosi alla sceneggiatura di quei due ragazzi talentuosi e tanto a contatto con il materiale originale quanto con il pubblico di riferimento.

 

Tuttavia il detentore dei diritti non ha intenzione di mollarli e non lo farà. 

 

Poco male, perché qualche anno dopo Rogen e Goldberg avrebbero prodotto la serie Future Man e Steven Spielberg avrebbe portato a scuola molti registi di Hollywood girando magistralmente Ready Player One: entrambe le opere si basano su una trama che, andando all’essenza, parla di un giovane gamer che sfrutta la sua abilità per salvare il mondo.   

 

Insomma, Seth Rogen manovra il retaggio culturale pop con rara maestria e anche quando la critica o la fortuna non lo premia riesce comunque a segnare il tempo navigando tra quelle che sono le ossessioni che condivide con il pubblico, seguendo spesso un principio punk che lo rende ancora di più anti-divo, per il quale Rogen non è mai su un palco ma allo stesso livello del suo spettatore.   

 

Sfruttando tale principio Rogen e Goldberg riescono incredibilmente ad anticipare il ritorno della tendenza allo star system, quella che vorrebbe ogni film ripieno di attori di primo piano.

Nel 2013 scrivono, producono e dirigono a quattro mani Facciamola finita (aka This is the end, attualmente disponibile su Netflix).   

 

Il film deriva dalla voglia di disaster movie diffusa negli anni ‘90 con film quali Twister, diretto da Jan de Bont, e presa come una salvifica boccata d’aria da Roland Emmerich, regista che ama davvero tanto utilizzare VFX come la pioggia e distruggere il genere umano. 

Una fissazione oggi apparentemente fuori tempo massimo e il recente Moonfall, flop di portata epica, sembra averlo ampiamente dimostrato.

 

Tuttavia nel 2013, giusto a un anno di distanza dalla nevrosi Maya da fine del mondo condivisa dal Capitano Lucas e portata ovviamente sullo schermo da Emmerich con il didascalico e deleterio 2012, Seth Rogen e Evan Goldberg decidono di realizzare il loro disaster movie.  

 

 

[Il giorno del giudizio di Seth Rogen risparmia ben poco di Hollywood]

 

Facciamola finita racconta la fine dei tempi partendo da Hollywood, mettendo al centro della finne del mondo Seth Rogen, Jonah Hill, Jay Baruchel, Danny McBride, Craig Robinson, James Franco, Emma Watson assieme una discreta varietà di divi di Hollywood, da Rihanna a Michael Cera, da Channing Tatum a Kevin Hart, da Aziz Ansari a Paul Rudd presenti in piccoli camei, tutti nei panni di loro stessi. 

 

Seth Rogen e Evan Goldberg celebrano i loro miti in forme diverse, dissacrandoli o portandoli in palmo di mano, mettendoli al centro di black humor o azioni deplorevoli, ma allo stesso tempo lanciando una certa critica a Hollywood e alla sua tossica superficialità.   

 

Il Cinema di Rogen non è mai banale e nel decostruire lo star system di Hollywood attraverso un disaster movie demenziale riesce in un colpo solo a omaggiarlo e farne una satira, mettendo in scena un film di intrattenimento che aderisce perfettamente a ciò che lui e il suo ampio pubblico vorrebbero vedere, ma che Hollywood è troppo vigliacca per fare.    

 

Il lato di Seth Rogen che gli ha permesso di creare questo film è delle ragioni per la quale sembra impossibile sia così presente a Hollywood.

Rogen, pur amando l’intrattenimento e Hollywood non ne condivide l’ossessione per gli Oscar e l’Academy. 

 

Non è mai superficiale e palesemente costruito nelle sue interviste e per sommi capi non è portato a compiacere la giostra di apparenze, giochi di potere e dinamiche cafone che contraddistingue l’industria, permettendogli quindi di salire sul palco degli Emmy e scherzare su come l’organizzazione gli avesse garantito un evento all’aperto e distanziato che fosse conforme a preoccupazioni pandemiche ancora ben presenti.

 

Scatenando addirittura una risposta ufficiale da parte della Contea di Los Angeles.   

 

 

 

Seth Rogen è in realtà un anarchico dal cuore bianco, ma pur sempre un corpo estraneo del Cinema statunitense, potenzialmente pericoloso per il suo status quo tanto quanto lo è il britannico Ricky Gervais, altro “forestiero” e foriero di grandi idee.    

 

Se non mi credete, e se non siete ancora convinti della genuina forza di Seth Rogen, vado al 2014 quando diventa l’uomo più pericoloso di Hollywood e forse l’unico ad aver avuto in un modo o nell’altro un peso artistico a livello internazionale, mettendo sul tavolo la discussione sulla libertà artistica e la possibilità di fare satira senza costrizioni.

 

Il caso è quello di The Interview (attualmente a noleggio su Apple TV), film che scatenò tensioni internazionali e mise in primo piano la vigliaccheria e l’inettitudine artistica e di messaggio di Hollywood quando si toccano argomenti davvero scottanti.  

 

A Hollywood si continua a stare in quasi totale silenzio rispetto alla situazione in Ucraina ma diventa molto chiassosa quando, un po’ come gli straccioni della politica, l’argomento è ottimo materiale per raccogliere i consensi e l’interesse del suo pubblico.

 

Sono gli stessi che si sono dati una sonora pacca sulle spalle con Don’t Look Up e ritengono di fare satira acuta con The Bubble (aka Nella Bolla), quindi cosa aspettarsi?!

 

Amy Pascal di Motion Pictures Group of Sony Pictures Entertainment, per chi parla una delle produttrici più incompetenti della Storia del Cinema (e i recenti cinecomic di Sony lo sottolineano a gran voce), è stata una delle principali figure, in negativo, dietro il caso The Interview. 

 

In breve: il film ironizza sul dittatore nord coreano Kim Jong-un (Randall Park) attraverso la ridicola figura di David Skylark (James Franco) conduttore di un Late Night Show che cercando di provare la sua intelligenza e la qualità del suo programma televisivo coglie l’opportunità di intervistare il dittatore.   

 

 

[Quasi amici secondo Seth Rogen]

 

In The Interview Seth Rogen e Evan Goldberg riescono a fare satira sulle idiosincrasie del dittatore nord coreano e della sua ricerca di un'autarchia per isolare il Paese dal resto del mondo, dando al contempo un’immagine forte e ridicolmente benestante, facendo trasparire solo l’artefatta immagine di uomo forte al comando, unn uomo così sopra le righe che la sua parodia si scrive quasi da sola.  

 

Kim Jong-un viene ridotto ai minimi termini partendo proprio dalle sue contraddizioni: per costruire la loro satira Rogen e Goldberg fanno leva sempre sulla cultura pop del momento storico presente, legandola alla formazione occidentale del dittatore. 

Eppure non si fermano qui e i mezzi stampa USA sono anch’essi nel mirino insieme all’ingenuità dell’ascoltatore disinformato, tanto quanto certe figure posizionate nei teleschermi.   

 

The Interview, tramite una serie di eventi, diventa un caso internazionale creando una forte tensione con la Corea del Nord, molto impegnata in minacce varie all’Occidente, e portando i vertici di Sony non solo a costringere Rogen e Goldberg a rivedere una scena del film, ma finendo poi per cancellare la release del film nelle sale cinematografiche. 

 

Come anticipato: Seth Rogen è così interconnesso al presente da avere una seria influenza su di esso. 

 

Il rilascio di The Interview, poi avvenuto tramite modalità non proprio brillanti, è entrato nel dibattito pubblico nazionale e internazionale e l’interprete decisivo della sua storia è stato nientemeno che l’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama che, riferendosi alle minacce del dittatore, sbrogliò la questione artistica affermando quanto fosse inaccettabile per un Paese libero censurare la propria libertà di espressione.   

 

The Interview venne quindi distribuito sulle piattaforme streaming - e brevemente in qualche cinema - e fu accolto malamente dalla critica: personalmente però lo ritengo un film da recuperare, tra i pochi baluardi della commedia demenziale davvero capace di prendere di mira un bersaglio che non sia innocuo e che anzi è davvero minaccioso e pressante rispetto al presente, evitando di essere unilaterale nella sua satira.   

 

 

 

Seth Rogen trae davvero la propria forza dall’essere sempre presente a se stesso e al mondo che lo circonda: con le ambizioni di un teenager che ama raccontare storie riesce a saltare da un progetto all’altro toccando quasi ogni genere e ogni tematica, portando come materia prima fondamentale la sua innata capacità di relazionarsi con il pubblico, senza ritenere sacro davvero nulla. 

 

Guardando alla sua carriera e alle opere nelle quali è presente come produttore e protagonista, possiamo identificare alcune commedie che risultano tra le più interessanti della Hollywood contemporanea.  

 

Potrei citare 40 anni vergine (attualmente su Sky o a noleggio su Chili e Apple TV), film che Steve Carell, destinato a esplodere in quegli anni, scrive a quattro mani con Judd Apatow consegnando anche a quest’ultimo quello che secondo me è uno dei pochi film riusciti della sua carriera come regista.

 

50 e 50 (attualmente su Prime Video, Sky e NOW), citato in precedenza, si avventura nel sottogenere del “film con il malato”, raccontando il cancro senza retoriche inutili, evitando di calcare la mano inutilmente sul dramma e bilanciando le incursioni della commedia con molta intelligenza e grazia.    

 

Cattivi Vicini (attualmente disponibile su Netflix, Prime Video, Sky e NOW), un successo commerciale che a Hollywood chiunque farebbe carte false per replicare, con 18 milioni spesi e 270 incassati nel mondo.

Sballati per le feste! (a noleggio su Chili e Apple TV), film natalizio che regala alle nuove generazioni un canovaccio che prende a piene mani dalla tradizione del filone per fondere il tutto con uno svarionato coming-of-age sull’amicizia, il passaggio alla maturità e tutti i totem della scrittura di Rogen e Goldberg, quest’ultimo anche presente in sceneggiatura.    

 

Non succede, ma se succede... (attualmente disponibile a noleggio su Chili e Apple TV), un film interessante nel creare una sorta di rom-com dove i ruoli sono figli del presente, utili a criticare la politica interna statunitense.   

 

An American Pickle (attualmente su Sky e NOW), dramedy tratta dal racconto breve di Simon Rich e costretto allo straight to video causa pandemia, che riesce a mettere Rogen contro Rogen in un film stranamente dolce per il suo faccione barbuto, ma così funzionale nel descrivere le fisime dell'American Dream e di quella che una volta era una nazione fatta di migranti, ma oggi forse è diventata altro.   

 

Senza contare i progetti televisivi: oltre al sopracitato Future Man Seth Rogen ha le zampe nell’adattamento di Preacher, su The Boys e su The Boys presents: Diabolical.

 

 

[Seth Rogen vs Seth Rogen]

 

Seth Rogen  

 

In definitiva Seth Rogen è entrato a Hollywood come il più giovane della stanza, uno sbalestrato aspirante stand-up comedian che non aveva ben chiaro quale fosse la radice della comicità.

 

Eppure, senza mischiarsi con le peggiori inclinazioni dell’industria statunitense, pur non rappresentando canoni di presenza e bellezza, pur avendo una voce quasi aliena al suo aspetto e una risata quasi ipnotica, ha saputo imporre il suo modo di fare e la sua personale poetica pop rimanendo sempre fedele a se stesso, ai suoi gusti e alle sue inclinazioni.  

 

Se tutto ciò non vi avesse ancora convinto, ricordate che Seth Rogen, non pago di quanto stava già facendo, nel 2013 è diventato fenomeno virale su internet con la sua parodia del video musicale Bound 2 di Kanye West e Kim Kardashian.   

 

 

 

Seth Rogen è un personaggio che, mentre trascorreva la pandemia imparando a creare vasi e posacenere di terracotta, ha scritto Yearbook, un libro che racconta la sua crescita ed espone alcuni degli incontri più assurdi avuti con i divi di Hollywood con il candore che lo contraddistingue, raccontando poi molti di questi nelle interviste promozionali, ridendo di gusto mentre ammette “Non ho idea di come si promuova un libro”.  

 

Seth Rogen è un folletto strafatto di erba che aleggia come una presenza mistica tra le vie di Los Angeles, un ragazzino fissato con il suo retaggio culturale pop che non ha intenzione di sentirsi in difetto perché sta in fissa con le Tartarughe Ninja, che non si vergogna di parlare apertamente di quando e come ha scoperto che la sua nuova casa è stato il set di diversi film pornografici e che quando scrive e produce un film puramente triviale come Sausage Party - Vita segreta di una salsiccia (attualmente a noleggio su Chili e Apple TV) tende a prenderlo come un gioco da fare con il pubblico e un gruppo di amici fortunati abbastanza da poterlo fare, contestualmente incassando un sacco di soldi.   

 

Lunga vita a Seth Rogen, la risata più particolare di Hollywood e la voce senza la quale il Cinema contemporaneo sarebbe infinitamente più noioso.

 

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