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The Umbrella Academy e The Boys - L'altro lato dei supereroi: l'uomo

Molto prima dei supereroi in principio era l'Heros, quella persona che nella mitologia greca era munita di particolari virtù o abilità superiori alla norma e agiva per il bene comune: l’eroe o eroina, insomma.

 

Successivamente, proprio grazie alle caratteristiche positive citate, questa figura fu utilizzata come sinonimo di protagonista, soprattutto nella letteratura romantica.

 

All’inizio del XIX secolo, con l’avvento dei Pulp magazine e dei fumetti, la caratterizzazione di questa immagine si consolidò sempre più nei tratti di un individuo integerrimo impegnato a difendere i più deboli, spesso protetto da un’identità segreta.

 

 

[Jimmy Dale, alias The Grey Seal, è un personaggio creato da Franck L.Packard nel 1914 ed è considerato uno dei primi eroi mascherati]

 

Arrivarono poi i superpoteri: capacità sovrumane di ogni tipo che conferivano agli eroi o alle eroine uno status - per antonomasia - superiore rispetto al resto dell’umanità.

 

La costante dello sviluppo di questo arco è che ogni eroe, prima di essere o diventare tale, è stato e resta un essere umano con pregi e difetti, non è dunque un’entità perfetta e perennemente positiva.

Anzi.

 

Ed è proprio questo concetto che accomuna, seppure in termini diversi, The Boys e The Umbrella Academy (oltre alle recenti polemiche che hanno investito i due show per lo stesso motivo).

 

Ma procediamo con ordine.

 

 

[Superman e Batman: creati rispettivamente nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster e nel 1939 da Bill Finger e Bob Kane]

 

 

Tra l’inizio degli anni ’30 e la fine degli anni ’50, nella cosiddetta Golden Age del fumetto statunitense, tutti i personaggi principali della famosa casa editrice DC Comics (tra cui Superman e Batman) e dell’allora Timely Comics (fra i quali spiccava Captain America) erano baluardi di moralità e onestà, prodi difensori della giustizia e del confine che divide il Bene dal Male.

 

D’altronde, era in atto una Guerra Mondiale e per il pubblico non esisteva niente di più consolatorio che leggere delle strisce raffiguranti storie di supereroi pronti a combattere e sconfiggere i cattivi. 

 

Ma è solo nel 1961 - con la nascita della Marvel Comics e l'affermazione di Stan Lee - che inizia una vera e propria rivoluzione del personaggio.

I soggetti in questione vengono umanizzati, arricchiti di caratterizzazioni psicologiche prima totalmente assenti.

 

Il primo prodotto di The Man a godere dei frutti di questa svolta fu I Fantastici Quattro, che vede un gruppo di quattro persone venire travolto da radiazioni cosmiche e acquisire abilità sovrumane.

 

I protagonisti litigano spesso fra loro - particolare alquanto raro in questo tipo di produzioni letterarie - e La Cosa, il solo tra i quattro ad aver mutato irreversibilmente il suo aspetto in una massa rocciosa, è il primo supereroe a percepire questo cambiamento come una condanna.

 

 

[Le ripercussioni psicologiche che affliggono La Cosa a causa della metamorfosi subìta]

 

Due anni dopo avviene un altro passaggio fondamentale nel processo di decostruzione della figura del supereroe: con gli X-Men viene introdotto il concetto di mutante, ossia quella persona che assume dei superpoteri fin dalla nascita.

 

Questa particolarità influisce molto sulla psicologia dei soggetti in questione, arrivando anche a provocare conseguenze negative: dopo essere stati posti ai margini della società a causa di una forte discriminazione nei loro confronti, alcuni mutanti decidono di schierarsi con il Male spinti dal desiderio di vendetta o semplice rivalsa su un mondo che non li ha mai accettati.

 

 

[Il mondo dei mutanti degli X-Men, nato sempre dalla penna di Stan Lee e dalla matita di Jack Kirby nel 1963]

 

 

Questa rivoluzione della psiche supereroistica introdotta da Stan Lee è rappresentata al meglio da uno dei suoi personaggi più celebri: Spider-Man.

 

Peter Parker è un ragazzo che prima di essere morso da un ragno radioattivo versa in una situazione alquanto difficile: orfano, residente nel quartiere operaio del Queens, New York, e dipendente da una zia casalinga e uno zio operaio che cerca di aiutare come può.

 

Tuttavia, quando ottiene le sue nuove capacità straordinarie il quadro non migliora.

Avviene invece quasi l'opposto.

 

Peter non solo è costretto a mantenere segreta la sua identità, ma anche a sentire un senso di responsabilità che prima non aveva.

La possibilità di poter disporre di capacità al di sopra della norma deve fare onore alla sua etica: non può tirarsi indietro.

 

Tutto questo lo porta quindi a sacrificare una vita normale composta da famiglia, lavoro e magari anche relazioni sentimentali.

Quando si è adolescenti, una scelta del genere non è per niente facile.

 

L’Uomo Ragno può essere ritenuto il primo supereroe che presenta un rapporto conflittuale profondo con il proprio superpotere, con ciò che dovrebbe renderlo speciale agli occhi di una società che non lo ha mai considerato, ma che lui ha l’obbligo morale di difendere.

 

 

["...il supereroe più umano e più incompreso del mondo"]

 

 

Un ulteriore sviluppo di questa smitizzazione del supereroe si verifica con due opere che sono state pubblicate a pochi mesi di distanza l'una dall'altra nel 1986.

 

La prima è Batman: The Dark Knight Returns di Frank Miller, il quale raffigura un eroe tormentato e disilluso con una vena molto realista e velatamente nichilista.

 

Troviamo quindi un Batman che manifesta tutte le sue problematiche relative al suo ruolo di supereroe, dove la morale personale dell'Uomo Pipistrello non coincide con quella comunemente accettata dalla società.

 

La seconda è Watchmen di Alan Moore, dove l’autore analizza profondamente ed estremizza il concetto che il vero potere dei supereroi non risiede nelle loro abilità sovrannaturali, ma nella consapevolezza di essere superiori al resto dell’umanità.

 

I protagonisti dell’opera dell’artista britannico sono infatti molto diversi da quelli legati all'immaginario comune: si tratta di esseri umani caratterizzati dalle stesse problematiche della gente ordinaria.

Individui che - spesso - si sono fatti corrompere dall’idea di potere che il loro ruolo genera.

 

Sono persone difficoltose, a volte sadiche e violente con tratti decisamente psicopatici.

Eroi completamente diversi dalla concezione conservata nella memoria delle persone normali e, al contempo, straordinariamente simili a loro.

O forse, ancora peggio, questi "eroi deviati" sono un prodotto della società stessa.

 

In tal senso è molto rappresentativo il celebre - e caustico - passaggio che vede protagonisti l'idealista Nite Owl II e il cinico e nichilista The Comedian: quest'ultimo vuole riversare tutta la propria violenza sulle persone che in teoria dovrebbe proteggere, colpevoli soltanto di non riconoscere più l'autorità dei supereroi.

 

 

["A me invece piace quando le cose diventano assurde. Sai? Mi piace quando ci sono tutte le carte in tavola. - Ma il paese si sta disgregando, che fine ha fatto l'America? Che fine ha fatto il sogno americano? - Si è avverato. Ce l'hai davanti agli occhi. Su... facciamo vedere a questi buffoni cosa significa una bella trasformazione!"]

 

 

Con Moore la decostruzione del mito può dirsi completa.

 

Ma è un processo che in realtà ci riporta indietro, all’inizio di tutto, a quei fondamenti culturali ai quali si sono ispirati tutti i creatori di fumetti: la mitologia.

 

Grazie alla rivoluzione di cui sopra siamo infatti arrivati a capire che i supereroi moderni non sono paragonabili agli eroi dei miti, quanto piuttosto alle divinità dell’Olimpo.

 

Esse infatti non solo sono antropomorfe, ma condividono con gli esseri umani pregi, difetti, sentimenti e comportamenti.

In poche parole: ciò che li distingue da tutte le altre persone sono solo i superpoteri.

 

Proprio quello che vogliono dirci The Umbrella Academy e The Boys.

 

 

 

Nel caso della trasposizione del fumetto di Gerard Way (co-fondatore del gruppo musicale My Chemical Romance) e Gabriel Bá sviluppata per Netflix da Steve Blackman (Fargo, Legion, Altered Carbon) i rapporti familiari sono il fulcro dell'analisi del supereroe moderno.

 

La prima stagione ha impiegato gran parte del suo tempo narrativo per raccontarci la storia passata dei sette fratelli e il loro tentativo di risolvere il misterioso omicidio del padre, motivo che riunisce la famiglia Hargreeves per fermare l'imminente apocalisse predetta da uno di loro, Numero Cinque.

 

Con il finale della prima stagione, che vede i fratelli essere trasportati nella Dallas degli anni ‘60, la seconda stagione sembrava rischiare di ripetere lo stesso canovaccio, con una nuova apocalisse da impedire e nuovi nemici all'orizzonte.

Fortunatamente, questa volta il focus è focalizzato nella giusta direzione, ossia le dinamiche disfunzionali di ogni membro della famiglia.

 

Separare i fratelli, costringendoli ad adattarsi ad una nuova e strana situazione, si rivela essere quindi una scelta azzeccata.

 

Diego (David Castañeda), il solito lupo solitario con il complesso dell'eroe "batmaniano", si ritrova prigioniero in un manicomio, incapace di convincere le persone attorno a lui di essere in realtà venuto dal futuro e che di lì a poco il Presidente degli Stati Uniti verrà assassinato.

Il suo è anche un viaggio personale all'interno di sé stesso, dove dovrà accettare la scelta di fidarsi non solo dei suoi fratelli ma anche di altre persone per riuscire a ritrovare la proverbiale retta via.

 

Lo stesso si può dire per Allison (Emmy Raver-Lampman) che, catapultata nella realtà inumana e pericolosa del Texas in pieno periodo delle leggi segregazioniste Jim Crow, si impegna nella lotta per i diritti civili degli afroamericani.

 

Vanya (Elliot Page), personaggio chiave della serie, ottiene nella seconda stagione un ruolo molto più completo che le consente di mostrare un lato nascosto di sé stessa che lo spettatore non aveva mai incontrato in precedenza.

 

La sua relazione pressoché inesistente con i fratelli è uno dei punti-cardine della prima parte della serie che le farà acquisire una doppia valenza con i personaggi che le gravitano attorno.

Alcuni di essi, come Luther, la considerano troppo pericolosa, altri decideranno invece di darle una possibilità.

L'odio, le menzogne del padre, la negligenza dei fratelli, saranno le cause scatenanti del finale della prima stagione.

 

Complice una perdita di memoria, Vanya viene ospitata da una coppia di sposi in cambio di un lavoro come tata.

 

Potrà risultare un cliché, ma perdere la memoria permette a Vanya di resettare il suo passato e le relazioni con i suoi fratelli.

 

Clean slate, come dicono gli inglesi.

 

 

[Klaus (Robert Sheehan), Allison (Emmy Raver-Lampman) e Vanya (Elliot Page)]

 

The Umbrella Academy gestisce tutte queste sottotrame in modo molto intelligente, senza risultare mai pesante, scontato, e aggiungendo profondità a tutta la serie.

 

La seconda stagione corregge astutamente molti degli errori della prima, creando più dinamismo e concentrandosi su cosa aveva già reso la prima stagione interessante: scambio di battute veloci, sequenze d'azione originali e soundtrack di primo livello. 

 

Da un punto di vista contenutistico in questa seconda avventura il lato introspettivo dei personaggi è molto più approfondito, elemento che esalta maggiormente il tema essenziale relativo alla famiglia.

 

Le dinamiche sulle quali si sviluppa questa fondamentale tematica risultano - in tutto e per tutto - realistiche e non forzate, rappresentando così uno dei punti forti dello show.

 

The Umbrella Academy infatti dipinge nel dettaglio ogni sfaccettatura delle relazioni tipiche tra fratelli e sorelle, partendo dalle incomprensioni, passando dai contrasti e caratteri differenti, fino ad arrivare all’espressione di sentimenti antitetici.

 

Essere figlio, fratello, sorella o genitore non è mai facile - in nessuna linea temporale possibile - e mai lo sarà.

 

I sette trovatelli non condividono un legame di sangue, ma hanno tutti allo stesso modo bisogno di sentirsi una famiglia.

 

 

[Numero Cinque, interpretato dal bravissimo Aidan Gallagher]

 

Quello utilizzato da The Umbrella Academy è un sistema narrativo molto diretto per indicare come i supereroi in questione siano dei ragazzi in realtà normali con una caratteristica che li ha condannati a sentirsi diversi, spesso isolati e, molte volte, completamente soli.

 

Chi, a quell’età - per i motivi più disparati - non ha vissuto situazioni e provato sensazioni simili?

 

I fratelli Haargreeves rappresentano la più limpida immagine del supereroe moderno perché non vogliono solo salvare il mondo, ma anche lottare - come ciascuno di noi - per trovare il loro giusto spazio in esso.

Grazie a una sceneggiatura brillante, una regia più self confident e una fotografia che descrive al meglio il contesto storico della trama, la seconda stagione riesce persino a superare la precedente.

 

Dimostrando maggior dimestichezza in questo settore e cambiando leggermente le dinamiche familiari del gruppo, la stagione 2 di The Umbrella Academy pone quindi delle solide basi per una terza stagione col botto.

 

 

 

Passiamo adesso alla serie dei record di casa Amazon Prime Video. 

 

The Boys è uno show creato da Seth RogenEvan Goldberg (che insieme hanno scritto e girato Facciamola finita e The Interview) ed Eric Kripke (Supernatural, Timeless) basato su una serie di fumetti uscita nel 2006 e sviluppata da Garth Ennis (Preacher, Hitman) e Darick Robertson (Transmetropolitan, HAPPY!).

 

Uno dei motivi per i quali la prima stagione è diventata così famosa è individuabile nella sua spropositata, non censurata e nauseante rappresentazione della violenza che caratterizza anche il graphic novel da cui la serie trae origine.

 

In netto contrasto tra (quasi) ogni altra serie o film supereroistico, The Boys mostra un mondo abitato da eroi decisamente più realistico.

 

Come rappresentato nella puntata d'esordio della prima stagione, se un uomo capace di correre alla velocità del suono dovesse fortuitamente scontrarsi con un individuo fermo per strada il risultato sarebbe inevitabilmente una cruda esplosione di sangue e poltiglia di carne.

 

 

[Descrizione grafica dell'impatto. Abbastanza esplicativa, vero?]

 

 

Oltre all'estrema - quanto realistica - violenza, l'altro elemento fortemente originale di The Boys è forse ancora più particolare: lo spettatore è da sempre abituato a immaginare i supereroi come "capi di se stessi", al soldo di nessuno, guerrieri della giustizia, al massimo capaci di tradire i propri valori e diventare criminali.

 

Ma quanto potrebbe essere diversa una società in cui i supereroi sono sotto il controllo di una sola compagnia multimilionaria?

Difensori di non di tutti i cittadini, ma solamente di chi sia disposto a pagare abbastanza per assicurarsene i servizi?

 

In questo senso, nonostante il soggetto della serie sia legato a una realtà di fantasia, è evidente fin da subito come The Boys, per descrivere il contesto in cui si svolge, attinga a piene mani dalla nostra contemporaneità.

Il risultato finale è una raffigurazione impietosa della cultura capitalistica statunitense: il guadagno e la visibilità ricercati a ogni costo, ovviamente a discapito di qualsivoglia etica o morale.

 

Le maggiori espressioni di questa mentalità distorta e opportunista sono ovviamente le multinazionali che, di fatto, sono disposte a interessarsi di tematiche sociali solo ed esclusivamente a scopo di lucro, narcotizzando l’opinione pubblica con il sedativo più forte presente sul mercato: la pubblicità.

 

 

[Homelander (Antony Starr) e Queen Maeve (Dominique McElligott) girano uno spot per supportare l'ammissione nell'esercito americano dei supereroi gestiti dalla multinazionale per la quale lavorano, la Vaught International]



L’immagine finale della società dello spettacolo di The Boys è terribilmente realistica e alimenta una riflessione socio-politico-culturale talmente feroce da decostruire la figura del supereroe presente nel nostro immaginario comune arrivando a stuprarne la sacralità.

 

Il tema centrale della seconda stagione è l’importanza delle informazioni e la loro manipolazione da parte dei media, nel quale un ruolo essenziale viene ricoperto dal personaggio introdotto nella seconda stagione: Stormfront.

 

Attraverso l’utilizzo massimalista delle sue azioni e parole passa la critica alle campagne populiste e al loro effetto sull’opinione pubblica: viene dimostrato quanto il pubblico riesca a sostenere ideologie estremiste senza accorgersi della loro natura, salvo poi condannarle solo quando queste vengono qualificate con un’accezione universalmente negativa.

 

Ma non solo: la stagione 2 di The Boys mostra quanto nel campo dell’informazione sia efficace - nella sua pericolosità - un certo tipo di targettizzazione quando si utilizzano informazioni faziose, fuorvianti e violente.

 

 

[Stormfront (Aya Cash), il nuovo controverso personaggio introdotto nella seconda stagione]

 

A ben vedere, i supereroi protagonisti di The Boys sono diametralmente all'opposto di quelli di The Umbrella Academy, anche se - di fatto - rappresentano le proverbiali due facce della stessa medaglia.

 

I primi si contraddistinguono subito - e molto atipicamente - come villain, delineandosi così come personaggi "post-post-moderni".

 

Essi non solo rappresentano tutti i difetti, i vizi di ogni natura (sesso, droga e potere) e le contraddizioni dell’essere umano, ma per la prima volta sfruttano tutto ciò a loro vantaggio, mostrando quanto possa essere nocivo un modello negativo.

 

I fratelli Hargreeves di The Umbrella Academy, invece, anche grazie all’educazione ricevuta, mettono i loro superpoteri a disposizione solo delle persone bisognose o al massimo li usano per sopravvivere a situazioni particolarmente ostiche.

 

Per quanto il ruolo dei supereroi delle due serie sia totalmente contrapposto, il loro percorso ha alcuni punti in comune.

Primo fra tutti il rapporto che i protagonisti hanno con il superpotere che li caratterizza e l’effetto che esso ha avuto sulle loro esistenze.

 

Nella serie Netflix le capacità sovrumane sono percepite come condanne, soprattutto perché è a causa loro (e di un padre particolarmente austero) che i fratelli vengono strappati dalle rispettive famiglie e costretti a formare un nucleo del tutto disfunzionale.

 

Nella produzione Amazon, invece, i superpoteri vengono considerati come doni divini, ma solo fino a quando non si scopre che dietro alla loro origine non vi è altri che l’uomo stesso, apportando una conseguenza psicologica ed esistenziale non di poco conto.

 

 

[I "ragazzi" in tutto il loro splendore]

 

Un altro punto in comune fra le due produzioni è rappresentato dal ruolo che il pubblico si aspetta che assumano: nella memoria collettiva i supereroi hanno come unico obiettivo quello di salvare l’umanità, e loro lo sanno.

 

Questa consapevolezza ha forse più peso sulle loro esistenze dello stesso superpotere che possiedono.

 

Anche per questo motivo che il parallelismo tra le due serie può risultare - per certi versi - molto calzante, visto che entrambe esplicano lo stesso tipo di ragionamento affrontandolo da due prospettive differenti.

 

Nonostante la natura dei personaggi in questione sia differente, il loro minimo comun denominatore non è rappresentato da ciò che sono diventati grazie ai loro poteri speciali, bensì da quello che sono a prescindere da essi.

 

Non supereroi in quanto tali, dunque, ma semplici esseri umani con superpoteri.

 

 

[A cura di Daniele Sedda e Jacopo Troise]

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