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Tick, Tick... Boom! - Recensione: un tributo alla perseveranza

Consigliare a qualcuno di vedere un musical non è mai facile. 

 

La reazione dell’interlocutore, nella maggior parte dei casi, inizia con un leggero scetticismo, prosegue con vane giustificazioni e si conclude con affermazioni piuttosto discutibili.

Stupidamente, io stessa finisco per fare lo stesso gioco e tendo a consigliare musical sottolineando la loro capacità di non essere musical come tutti gli altri.

 

È ciò che mi è capitato nelle ore successive alla visione di Tick, Tick... Boom! 

 

 

[“No sai, ma non è il musical, è che a me la gente che canta così, all’improvviso…”]

Tick, Tick... Boom!

 

Abbandonare le proprie convinzioni, lo so, è un atto di grande coraggio ma, spinta dalla consapevolezza dell’enorme successo di Damien Chazelle con La La Land, cerco comunque di diffondere il verbo, spiegandovi perché il film diretto da Lin-Manuel Miranda merita di rubare due preziose ore del vostro tempo.  

 

Stavolta però, senza nessun però.

 

Perché in Tick, Tick... Boom! il musical è il cuore pulsante della narrazione; non solo il film è un musical, ma contiene al suo interno altri due musical: l’omonimo spettacolo scritto da Jonathan Larson, sul quale il film è basato, e Superbia, il testo protagonista delle vicende.  

 

A partire da questa soluzione creativa, che implica una modalità di esposizione dei fatti dinamica e divertente, il film attinge a piene mani all’opera originale di uno dei maggiori esponenti di Broadway dell’ultimo decennio.  

 

Opera fortemente autobiografica e concepita come un vero e proprio one man show, interpretato dallo stesso autore.

 

[Il trailer ufficiale di Tick, Tick...Boom!]

Tick, Tick... Boom!

 

Al centro delle vicende Jon (Andrew Garfield), un autore di musical (“uno degli ultimi esemplari della sua specie”) che alla soglia dei trent’anni riesce finalmente a farsi produrre il workshop di Superbia, opera musicale sulla quale ha lavorato incessantemente per otto anni della sua vita, nonostante i numerosi rifiuti da parte delle maggiori case discografiche e compagnie teatrali.

 

“Superbia: una satira ambientata nel futuro, su un pianeta Terra avvelenato, dove la maggior parte dell’umanità passa la propria vita a guardare gli schermi dei propri trasmettitori mediatici, ammirando la minuscola élite dei ricchi e dei potenti che filmano le proprie vite favolose come fossero degli show televisivi.

Un mondo in cui l’emozione umana è stata messa al bando”.  

 

È il 26 gennaio 1990, siamo a New York tra Soho e il Greenwich Village e ci sono tante cose che, in quella settimana prima del workshop, destabilizzano il giovane autore Jonathan Larson.

 

[Boho Days, un motivetto improvvisato sulla vita da giovane artista a New York]

Tick, Tick... Boom!

 

Prima di tutto Jon è uno squattrinato, non paga l’affitto da mesi, non può permettersi la presenza di una band per la sua presentazione e sta per salutare il coinquilino Michael (Robin de Jesús) che, a differenza sua, ha deciso di accettare un lavoro fuori dal mondo dello spettacolo allo scopo di raggiungere più velocemente l’ambita indipendenza.

 

Superbia, a dirla tutta, è inoltre ancora privo della canzone più importante, destinata alla protagonista femminile all’interno del secondo atto.

 

Non basta l’abilità di Jon nel saper improvvisare canzoni su qualsiasi cosa, persino sullo zucchero (“sugar, she is refined, for a small price, she blows my mind!”), serve qualcosa di più.

Ma cosa?

 

Fonte di grande appoggio, la sua ragazza Susan (Alexandra Shipp) inizia a manifestare il desiderio di cambiare aria, o perlomeno di andare incontro a una svolta decisiva che possa risolvere la loro relazione, nel bene o nel male.

 

L’ipotesi di trasferirsi lontano per insegnare in una scuola di danza la spinge al confronto con Jon che, tuttavia, è decisamente troppo distratto per riflettere adeguatamente sul da farsi.

 

[Il brano è interpretato da Garfield e da Vanessa Hudgens. Sì: Gabriella di High School Musical. Tutti meritano più di una seconda chance. Si tratta di un ironico scioglilingua sui rapporti di coppia della MTV generation, tra fraintendimenti, nevrosi, terapie e conflitti irrisolti]

Tick, Tick... Boom!

 

Con un musical dai temi ostici tra le mani, un’agente incline alla negligenza e una serie interminabile di rovinosi intoppi, Jon inizia a porsi domande e ipotesi, appuntandole frettolosamente su un taccuino, nella speranza che prima o poi potranno servire a qualcosa.

 

Superbia è il progetto in cui crede con tutto se stesso e con il quale vuole fare il suo scintillante ingresso a Broadway, nonostante l’evidente decadimento morale che sta colpendo il mondo del musical, ora fin troppo impegnato a generare profitto a prescindere da tutto.

 

“That’s the play game, so why do I want play the play game?”

 

Uno degli aspetti più interessanti di Tick, Tick... Boom! oltre il suo originale impianto narrativo, è la capacità di edulcorare dolore e sofferenza attraverso musiche e parole squisitamente semplici.

 

I brani scritti dal genio di Larson sono perfettamente inseriti all’interno delle vicende e, spesso, consistono in veri e propri flussi di coscienza.

 

Il più memorabile è sicuramente quello relativo alla scena della piscina, in cui i divisori delle corsie sul fondo si trasformano magicamente in pentagrammi sui quali appaiono note musicali, pause e chiavi.

La realtà si trasforma e genera un’improvvisa illuminazione, prendendo la forma di un gigante spartito subacqueo.

 

Miranda, in questo, è un vero fuoriclasse del genere: in Tick, Tick... Boom! si diverte inserendo numerosi camei e gioca con coreografie, scenografie e movimenti di macchina.

 

Il suo riuscito debutto alla regia si serve, probabilmente, delle sue esperienze come attore (Hamilton, Il ritorno di Mary Poppins, In the Heights - Sognando New York) e come compositore per la Walt Disney Pictures (Oceania, Encanto).

 

 

[La meravigliosa inquadratura dall'alto che conclude la scena della piscina in Tick, Tick... Boom! Lo spartito è anche metafora di un'ideale linea della vita, Jonathan si trova infatti in procinto di sorpassare il temuto riquadro "dei 30"]
Tick, Tick... Boom!

 

Tick, Tick... Boom!, così come l’opera originale, getta uno sguardo sugli anni ‘90, ergendosi a manifesto di un periodo storico e di una generazione di giovani adulti.

 

Attraverso semplici accorgimenti respiriamo i complessi tormenti del tempo, legati principalmente alla rapida diffusione dell’AIDS. 

Un’epidemia che fin dalla sua comparsa ha sollevato una serie di problemi sociali, essendo spesso associata a comportamenti ritenuti "trasgressivi" come l’omosessualità o il consumo di droghe.

 

Nel film questa realtà è svelata gradualmente con grande sensibilità storica, sottolineando il difficile percorso di emancipazione degli omosessuali, gli atti di discriminazione e il rifiuto sociale del sieropositivo, nel clima di totale bigottismo, di diffidenza verso la malattia e di profonda sottostima dei rischi da parte dei governi di tutto il mondo.

 

In Italia, per esempio, si ritardarono i controlli e le campagne di informazione sulla malattia, vietando di citare l’uso del profilattico come metodo di prevenzione, al solo fine di evitarne la diffusione nelle scuole.

 

Come Philadelphia e Dallas Buyers Club, dunque, anche Tick, Tick... Boom! riesce a restituire un quadro tristemente accurato del problema AIDS negli anni ‘90, attraverso il dolore sul volto di Freddie in ospedale, per esempio, nella confessione improvvisa di Michael e nel ricordo degli amici scomparsi prima di compiere trent’anni.

 

 

[Un altro - e forse più significativo - contributo al quadro storico sull'AIDS negli anni '90 è sicuramente Rent, il musical rock più conosciuto di Jonathan Larson, che racconta la storia di un gruppo di giovani artisti a New York. Nel 2005 fu adattato in un film diretto da Chris Columbus e parzialmente interpretato dagli stessi attori del musical]

Tick, Tick... Boom!

 

Il focus sulla malattia, d’altro canto, si lega al tema centrale del film.

 

Tick, Tick... Boom! è anzitutto una riflessione sul tempo: una bomba ad orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro che, con il suo fastidioso ticchettio, avverte dell’incombenza della fine.  

Il suono è fisicamente inserito nel film come extradiegetico, ma gli fanno da eco una serie di accorgimenti come il battito della penna sulla gamba o quello del dito sulla tastiera del computer.

 

Trovare una guida, scegliere una strada da prendere, optare per dei compromessi o rincorrere i propri sogni nonostante tutto.

Alla fine dei giochi queste sono le domande che riempiono la testa di Jon, prima del suo ufficiale debutto a Broadway.

 

Tick, Tick... Boom!, grazie al sapiente lavoro di Steven Levenson sulla sceneggiatura, sottolinea un aspetto ancor più significativo dell’opera originale di Larson.

 

Se La La Land - che cito una seconda volta non a caso, perché entrambi i film hanno una serie di punti in comune - si concentra sull’importanza di sognare, Tick, Tick... Boom! riesce a spostare l’attenzione sul concetto di necessità. 

La musica non è qui un desiderio lontano, ma un vero e proprio bisogno primitivo che richiede di essere costantemente nutrito.

 
"You start writing the next one. And after you finish that one, you start on the next.

And on and on, and that's what it is to be a writer, honey.

You just keep throwing them against the wall, and hoping against hope that, eventually, something sticks" 

 

"Inizia a scriverne un altro. E dopo che l'avrai finito, inizia quello successivo.

E poi un altro e un altro ancora, ed è questo che fa di te uno scrittore, tesoro.

Continua a tirarli contro il muro, senza sperare troppo che prima o poi uno rimanga appiccicato".

 

[Un piccolo bonus extra: Sunday, rappresentazione in musica di un brunch tipo a New York di domenica mattina, è un tributo a Stephen Sondheim, autore che ebbe una profonda influenza nel percorso artistico di Jonathan Larson. Il brano ricalca l'omonima canzone contenuta nel musical Sunday in the Park with George]

Tick, Tick... Boom! 

 

Il vero atto d’amore verso se stessi è la perseveranza, ciò che permette di continuare a nutrire la necessità di comunicare la propria essenza.

 

Di fronte al tempo che scorre inesorabile e la paura di essere trascinati nell’oblio del fallimento, porsi delle domande è l’ideale punto di partenza per comprendersi e comprendere il mondo. 

Solamente così il tempo può assumere una connotazione altra, trasformandosi in uno stimolo in più per insistere, piuttosto che in un boia pronto a tagliare qualche testa.   

 

Massima rappresentazione di ciò è Why, uno degli ultimi brani del film che, dopo l’esplosione della bomba, sembra rimettere un po’ a posto i cocci.

 

La canzone è un cocktail letale di rabbia, dolore e malinconia in cui s’intrecciano la frustrazione legata alla questione AIDS, alcuni flashback dell’età infantile e la consapevolezza dell’arrivo di un nuovo inizio. 

 

 

[Anticipazione del brano Why è la canzone Real Life, caratterizzata da un violento inciso che suona come un vero e proprio urlo intonato]

Tick, Tick... Boom!

 

L’interpretazione di Andrew Garfield, che tiene sulle spalle l’intero film senza nessuna apparente difficoltà, è davvero mirabile.

 

Gli occhi lucidi si uniscono al tremore della voce spezzata dal pianto e il risultato è un’esecuzione in grado di toccare le corde più intime di chi guarda.

 

Non è difficile immaginare un posto tra le nomination dei prossimi Premi Oscar per Tick, Tick... Boom! considerando anche che Lin-Manuel Miranda, attualmente, è una delle personalità di Broadway più acclamate e, come Larson, uno dei pochi autori di musical ad aver vinto il Premio Pulitzer. 

 

[Una parte del workshop originale di Tick, Tick... Boom! in cui Jonathan Larson esegue la canzone 30/90] 

Tick, Tick... Boom!

 

Il film si offre dunque non solo come un tributo, ma anche come un autoritratto, frutto dell’immedesimazione del regista nella ricostruzione della vita di un altro artista.

 

La regia intelligente, consapevole della sua immaturità tecnica, punta sul montaggio avvincente e sull’interpretazione di Garfield, per realizzare un’opera ben riuscita che oscilla continuamente tra musical e realtà.

 

Jonathan Larson, purtroppo, non fece in tempo a godersi il suo successo perché un aneurisma cerebrale lo colpì a soli 36 anni il giorno prima della première di Rent, l’opera bohémienne che sarebbe stata in cartellone a Broadway per ben 12 anni e che avrebbe rivoluzionato il mondo del musical americano. 

 

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1 commento

Luca Mignacco

8 mesi fa

Un esordio alla regia raccontato con un esordio in redazione, sbaglio? complimenti!

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