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The Last Duel - Recensione: Lo sguardo della verità

The Last Duel è il film che segna il ritorno di Ridley Scott a distanza di quattro anni dal deludente Tutti i soldi del mondo.

 

Un ritorno che ha anche un altro significato rispetto a quello sopracitato, questo perché The Last Duel si può finalmente considerare un’opera cinematografica degna del regista che l’ha diretta.

 

Parliamoci chiaro: chi scrive non è un completo detrattore dell’ultimo ventennio di carriera di Ridley Scott, ma è indubbio che molti dei film da lui realizzati si possano tristemente definire tutto fuorché pienamente riusciti.

Se da una parte possiamo citare Sopravissuto - The Martian, American Gangster o Black Hawk Down, dall’altra si contrappongono titoli come Robin Hood, Nessuna verità, Prometheus ed Exodus - Dei e re.

 

[Il trailer di The Last Duel]

 

 

A mio avviso, The Last Duel si può ritenere come uno dei migliori lavori di Ridley Scott in senso assoluto, non solo quindi relativo all’ultima parte della sua filmografia.

 

Le motivazioni che mi portano a questa affermazione sono molte, tra le quali spicca la capacità - da non sottovalutare - del regista de I duellanti e degli sceneggiatori (Matt Damon, Ben Affleck e Nicole Holofcener) di saper stare al passo con i tempi, adattando quindi il racconto alla realtà che ci circonda.

 

The Last Duel si riallaccia fortemente al movimento del #MeToo, proponendo uno spaccato della realtà medievale che, come si può facilmente intuire durante la visione, ci appartiene ancora oggi.

Il caso dello stupro ai danni di Marguerite (Jodie Comer) diventa un affare per soli uomini, il pretesto per un duello dove in gioco c’è l’onore del carnefice Jacques (Adam Driver) e di Jean (Matt Damon), il marito della vittima.

 

Il film di Ridley Scott sceglie una narrazione tripartita per raccontarci l’evento al centro di The Last Duel, mostrando quindi una versione diversa a seconda dei tre punti di vista dei protagonisti.

La struttura della sceneggiatura guarda esplicitamente a Rashomon di Akira Kurosawa, ma se il film del cineasta giapponese era permeato da un’incertezza di fondo, in The Last Duel è tutto chiaro fin da subito.

 

Una scelta precisa per comunicare che esiste solo una verità, quella di Marguerite, mentre le altre due versioni sono frutto di una società fallocentrica atte a insinuare dubbi laddove non dovrebbero esserci.

 

 

[La fotografia di The Last Duel è di Dariusz Wolski, fedele DoP di Ridley Scott sin da Prometheus]

 

 

Attenzione, però: la narrazione dei punti di vista dei personaggi di Jacques e Jean non è solo volta a enfatizzare il dramma, ma serve per capire come il caso di stupro al centro del film sia distorto dalla visione maschile dei due protagonisti.

 

Le donne in The Last Duel sono trattate esclusivamente come oggetti, trofei da esibire e il principe Pierre (Ben Affleck), in questo caso, è l’emblema di tutto ciò, trattandosi di un personaggio che fa dell’edonismo e dell'oggettificazione del sesso opposto uno stile di vita. 

La parola di una donna non ha valore e solo un duello può rivelare ciò che è successo e cosa no, ovviamente a seconda dell’esito.

 

Ridley Scott si dimostra ancora una volta attento alla causa femminista inaugurata con Alien, proseguita con il film manifesto Thelma & Louise e riportata in auge con The Last Duel.

Non è di certo una novità per Scott - anticipo chi grida al film confezionato appositamente per la stagione dei premi - ma una necessità per mostrarci come, a distanza di 700 anni, il mondo non sia poi così cambiato.

 

Gli scontri verbali che sembrano essere tratti da William Shakespeare per quanto intensi, acquistano allora ancora più carica drammatica, grazie anche alla smisurata bravura degli interpreti.

Jodie Comer riesce perfettamente a incarnare il volto - e non è cosa da poco - del dolore fisico e psicologico che lo stupro provoca, con tutte le conseguenze che ne derivano. 

 

Il suo sguardo, a volte spento, altre giudicatorio, raggela gli animi dello spettatore ed è lo specchio di una prova attoriale in cui la cura per le sfumature è più che evidente e che porterà Marguerite non oggi, ma nel corso degli anni, a diventare un personaggio simbolo di questo periodo. 

Il duello fisico e verbale tra Adam Driver e Matt Damon, inoltre, riesce bene nell'intento di fotografare la società dell’epoca e, a ben vedere, anche quella contemporanea.

 

 

Se la prova di Matt Damon è l'ennesima conferma di un attore ormai giunto a una maturità recitativa strabiliante, non era così scontata quella di Adam Driver, questo perché il suo personaggio sfuggiva alle solite coordinate di casting a cui la star di Storia di un matrimonio ci ha abituato nel recente passato.

 

 

 

 

Jacques Le Gris è un uomo viscido e privo di scrupoli (forse Matt Damon e Ben Affleck si sono ispirati a Harvey Weinstein per scrivere il ruolo) dotato di un potere immenso e per questo ancora più tenebroso.

 

Quando poi si arriverà all’ultimo duello che dà il titolo al film, ecco che lo scontro tra i due attori raggiunge l’apice, in una battaglia all'arma bianca che tiene con il fiato sospeso, scombussola e alla fine ci trafigge inevitabilmente.

 

L’epica medievale fa spazio al vivido realismo del sangue mentre la vittoria, se così si può chiamare, passa in secondo piano rispetto all’ultimo sguardo di Marguerite, che non assolve nessuno.

 

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